Di Loredana Beatrici
Sono le due parole del momento. Sono sulla bocca di tutti. Anche Papa Francesco ha messo in guardia sui rischi associati alla loro diffusione. In pochi, però, sanno esattamente di cosa si tratti, che portata abbiano, come vengano utilizzate e come, fino ad ora, abbiano cambiato le sorti della storia. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Con l’espressione «fake news» si indicano tutte le notizie che contengono informazioni inventate, ingannevoli o distorte, diffuse attraverso i principali media. Sono sempre esistite, anche prima dell’avvento della comunicazione di massa. Potremmo citare un famoso esempio che risale al 1814, quando un uomo, vestito da ufficiale, si presentò in una locanda e dichiarò la morte di Napoleone. La notizia, in poche ore, arrivò a Londra, scatenando forti reazioni in Borsa. Quando si scoprì che era una menzogna, ormai gli azionisti avevano perso milioni di sterline. Era bastata una chiacchiera da bar! Nel 1938 Orson Welles diffuse alla radio dei comunicati riguardanti invasioni aliene e, nonostante avesse preventivamente chiarito si trattasse della lettura di un romanzo, le notizie vennero prese per vere e scatenarono il panico collettivo. Più recentemente, correva l’anno 2003, Colin Powell, segretario di stato di George W. Bush, mostrò una presunta fiala di antrace, rivelando di avere informazioni riguardo a nuove armi chimiche irachene. Si scoprì poi che la fonte di Powell si era inventata tutto, ma ormai il mondo gridava alla guerra chimica. Se fino a pochi anni fa, però, a veicolare le fake news erano il passaparola, la radio, la televisione e la stampa, nell’era digitale è la condivisione sui social network ad aumentarne enormemente la diffusione e la tipologia. Anche l’espressione stessa, fake news, non è più sufficiente a racchiudere numerosi fenomeni diversi tra loro: errori di stampa, bufale inventate, teorie complottiste, satira spacciata per notizia, propaganda politica, pubblicità mascherata da informazione, etc. Ormai il fenomeno si comporta come un virus, che si diffonde alla velocità di un click. L’unico «antivirus» possibile è bloccare la notizia in tempo, prima che possa infettare troppe persone. Diventa, quindi, sempre più importante il lavoro di verifica delle notizie, tanto che l’Università di Harvard ha messo in piedi un progetto per il monitoraggio della disinformazione negli Stati Uniti. Anche Facebook ha abbandonato il suo approccio neutrale e si sta preparando a monitorare tutti i contenuti. L’obiettivo non è quello di censurare, ma di «proteggere il processo democratico», inserendo delle etichette sopra ogni notizia, che ne certifichino l’attendibilità. Ma chi è la figura chiamata a fare questa operazione di verifica dei contenuti? Si chiama debunker, ed è una sorta di «giornalista 2.0».

Ho avuto la possibilità di intervistare David Puente, uno dei debunker più famosi, in Italia e non solo. Pluripremiato giornalista e produttore televisivo, attualmente voce autorevole del programma Fake – La fabbrica delle Notizie, in onda su Canale Nove. David mi ha accolta nella sua redazione. Un informale quartier generale, popolato di giovani genietti dell’informatica in collegamento col mondo intero e in grado, con le loro tastiere, di far tremare Istituzioni e Nazioni. In queste stanze sono state smascherate numerose bufale che hanno sconvolto l’Italia negli ultimi anni.
David, qual è la percentuale di fake news in circolazione oggi? È un fenomeno in crescita?
«Purtroppo non è possibile fare una stima della diffusione di notizie false perché, oltre ai like o alle condivisioni sui social, che sono facilmente monitorabili, c’è tutto il mondo del dark social(WhatsApp, Messanger, Mail, Telegram) a cui non abbiamo accesso. Come faccio a sapere se nella chat delle mamme della scuola viene diffusa una bufala, più o meno pericolosa? Sicuramente, però, negli ultimi anni, oltre alle fake news a scopo commerciale o di propaganda politica, c’è stato un incremento dei cosiddetti “esperimenti sociali”. Persone che diffondono notizie false, solo per verificarne l’impatto sulla massa o per divertirsi. Poco tempo fa un gruppo di studenti sudtirolesi ha diffuso una notizia shock: “Donne italiane offrono sesso ai migranti”. La notizia è stata ripresa dalle testate nazionali e cavalcata da partiti politici. Quando si è scoperto che era una bufala, ormai l’opinione pubblica era stata influenzata. Se pensi che, in Iran, da 75 ore (ndr. intervista del 20 Novembre) hanno bloccato Internet per fermare le proteste, capisci quanto ormai la rete sia fondamentale per spostare le masse».
Quanti fenomeni si racchiudono nell’espressione fake news?
«È un’espressione troppo generica. C’è la BUFALA, una notizia completamente inventata. La LEGGENDA METROPOLITANA, ossia una bufala che si ripresenta nel corso degli anni, nonostante sia già stata smentita. Ne è un esempio il caso del Senatore Cirenga e del suo Fondo per i Parlamentari in difficoltà. Lui è un personaggio inventato e il fondo non esiste, ma ogni tot anni viene diffusa e presa come credibile. C’è la DISINFORMAZIONE, le notizie, cioè, che hanno un fondo di verità, ma vengono raccontate parzialmente o da un solo punto di vista. C’è la MISINFORMAZIONE, che è l’errore (magari non voluto), dovuto all’impossibilità di verificare la fonte o di trovare fonti alternative. C’è anche la SATIRA, che a volte, come nel caso del sito Lercio.it, viene ripresa e diffusa come se fosse una notizia».
Parliamo di fake news utilizzate per propaganda elettorale…
«La propaganda politica e le bugie dei politici sono sempre esistite, anche prima di Internet. Basti pensare alla bufala riguardo Maria Antonietta, secondo cui avrebbe ironizzato sulla fame del popolo che chiedeva il pane, offrendo loro brioche. Questa fake fu utilizzata dai rivoluzionari solo per aizzare le masse. Quello che fanno oggi i team di comunicazione che seguono i politici, è percepire il sentimento comune in rete e cavalcare le notizie, anche se non verificate, che provocano le reazione di cui hanno bisogno. Alcune volte queste notizie vengono lanciate da pagine web non riconducibili a persone fisiche, altre volte da attivisti del partito che si nascondono dietro falsi profili. Salvini, per esempio, aveva pubblicato il video di un bambino portato via dal padre, associandolo al terribile fatto di cronaca accaduto a Bibbiano, ma in quel caso la storia era un’altra. Lui ha condiviso una notizia lanciata da un profilo terzo, di cui non conosciamo l’identità».
Esistono delle leggi che ci tutelano dalle fake news?
«In Italia ci sono i reati di “diffamazione”, di “procurato allarme” e di “abuso della credulità popolare”, ma è veramente difficile provare che sussista il reato. Personalmente, sono contrario all’idea che la legge punisca le fake news, perché sono troppi i fattori da considerare e non credo un giudice possa assumersi la responsabilità e abbia gli strumenti per definire se c’è o non c’è il reato».
Come fai a smascherare una fake news? Ti fai aiutare da Hackers?
«Assolutamente no. Noi agiamo all’interno dei confini di legge. Le persone lasciano sempre una traccia nel web e noi la percorriamo fino a risalire alla fonte, ma non possiamo entrare in account privati, neanche se abbiamo a che fare con criminali. Mi è capitato di indagare su possibili pedofili, ma quello che facciamo è segnalarli immediatamente alla Polizia Postale. Stessa cosa nei casi di Revenge Porn (ndr. foto hard che vengono diffuse senza l’autorizzazione del protagonista)».

Che competenze tecniche bisogna avere per fare il debunker, che cosa hai studiato?
«Ho studiato Grafica e Informatica. Sin da piccolo mi divertivo a modificare i videogiochi e ad aggiungere livelli di gioco, per renderli più interessanti».
Da allora ne hai fatta di strada e oggi il tuo lavoro è sicuramente più serio. Hai ricevuto anche delle minacce pesanti.
«Oltre ai soliti insulti che si sprecano sui social, l’anno scorso ho ricevuto delle brutte minacce, lanciate da account falsi creati in giornata, con messaggi che venivano cancellati nell’arco di poche ore. Questo è accaduto dopo aver smascherato alcuni profili Facebook falsi, in particolare quello che portava il nome di “Lara Pedroni”, che è stato un esempio di Social Engineering ben strutturato. Lara Pedroni fingeva di essere una studentessa toscana, s’intrufolava nelle pagine Facebook di una certa fazione politica e adescava amici maschi e violenti, anche con post sessualmente espliciti. Raggiunti i 4000 contatti, ha sferrato l’attacco, diffondendo false notizie su Roberto Saviano, Matteo Renzi e Laura Boldrini. Ovviamente i suoi follower hanno condiviso le fake news, diffondendole in modo virale. Io ho scoperto che le foto che usava per il profilo appartenevano a una modella inglese e che il nome era falso. Appena smascherato, l’account è stato chiuso, insieme ad altri simili che sono scomparsi lo stesso giorno. Non sappiamo chi ci fosse dietro, ma era un sistema ben strutturato».
«Tu sei già un morto che cammina», «Fatti pagare la scorta come Saviano, perché prima o poi cadi». Queste alcune delle minacce che ti sono arrivate. Hai avuto paura? Hai pensato di smettere?
«Ho avuto paura, più che altro per la mia famiglia, ma è stata mia moglie a dirmi “col cavolo che tu molli, continua”. Se mi avesse chiesto di lasciare tutto, lo avrei fatto».
È di pochi giorni fa la notizia che Facebook si sta preparando a monitorare le elezioni del 2020 in America.
«Hanno le antenne tese, perché si sono resi conto che, nelle realtà dove anche 1000 voti possono fare la differenza, le notizie che circolano sui social possono influenzare l’esito delle elezioni. È successo per l’elezione di Trump e anche per il referendum sulla Brexit. In Inghilterra, per esempio, è stata utilizzata la bufala dei 350 milioni di sterline che, in caso di uscita dall’Europa, sarebbero andate al sistema sanitario inglese. Nonostante la smentita, ormai la gente aveva votato».
Parliamo di odio. C’è un odio reale o è fomentato dalla rete?
«Io credo sia reale, ma sicuramente stimolato dal web. Sono tantissime le fake news che alimentano l’odio e l’intolleranza, sia da una fazione che dall’altra. Sono numerose le notizie false riguardanti gli islamici, gli ebrei, gli immigrati. Clamoroso è il caso delle immagini, che circolano ancora in rete, di migranti che spaccano una macchina dei carabinieri. Incredibile come l’odio abbia accecato le persone, che non si sono accorte che si trattava di un set cinematografico, con tanto di microfoni, telecamere e luci a vista. Anche le immagini di bambini vengono utilizzate a questo scopo. La stessa foto di una bimba, magari sopravvissuta a un terremoto, viene usata per denunciare bombardamenti in diversi luoghi e a distanza di tempo. Così quella piccola si trova a essere vittima della guerra in Siria, poi in Afghanistan, Turchia, Palestina, Yemen, etc. Anche i curdi ultimamente, non avendo lo stesso potenziale bellico dei turchi, utilizzano Internet per diffondere immagini belliche, magari non riguardanti il loro Paese».

David, cosa ti fa più paura di questo fenomeno?
«Che muoia qualcuno a causa di una notizia falsa. È successo in India, dove è stato diffuso parte di un video in cui sembrava che delle signore rapissero dei bambini, in realtà era il frammento di un video più ampio, i cui scopi erano differenti. Una donna, avvicinatasi a un bambino per strada, è stata malmenata fino alla morte, tanto si era diffuso il panico collettivo. In Italia, per il momento, è capitato che scendessero in strada delle ronde, sempre a seguito di notizie false, magari diffuse via WhatsApp».
Riconoscere una fake news richiede tempo, competenze e contatti. Che consiglio puoi dare a noi utenti della rete per cercare di fermare questo circolo vizioso?
«SMETTETE DI CONDIVIDERE CA**ATE. Non fatevi ingolosire dal sensazionalismo e dalla fretta. Fermatevi, respirate, pensate che la vostra condivisione potrebbe danneggiare qualcuno. Recuperate il vostro spirito critico e se proprio volete approfondire, affidatevi a esperti».
VOCABOLARIO 2.0
DEBUNKING: (demistificare) operazione di smontare e smascherare una notizia falsa.
FACT CHECKING: verifica dei fatti. Nel giornalismo è il lavoro di accertamento degli avvenimenti citati.
DEEPFAKE: (deep learning + fake) video falsi creati dall’Intelligenza Artificiale, che è in grado di sovrapporre le centinaia d’immagini in suo possesso del volto di un personaggio famoso a un video girato da un’altra persona, facendo dire ai personaggi cose non hanno mai detto.
SOCIAL ENGINEERING: insieme di tecniche utilizzate dai cyber-criminali per attirare ignari utenti nella propria rete, per poi sferrare l’attacco (furto dati, diffusione virus, lancio fake news, etc). È il cavallo di Troia 2.0.
CHATBOT: software progettato per simulare la conversazione con esseri umani (es. Siri). A volte può essere usato da persone fisiche per diffondere messaggi di odio o fake news.
IMPERSONATION: violazione dell’account di una persona, per inviare messaggi dal suo profilo, al fine di danneggiarne la reputazione.
TROLLS: persone che si divertono a scatenare reazioni negative e fomentare gli animi, attraverso messaggi provocatori, irritanti, falsi e fuori luogo.
HATE SPEECH: insieme di comportamenti che incitano alla violenza o che risultano discriminatori di un gruppo.