Quanto è faticoso odiare?

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Di Oriana Gullone

Odiare è faticoso. Faticosissimo, a volte. Il numero di muscoli che si contraggono per una botta di nervoso o di rabbia, è immenso. Sono stata tentata di chiedere a Google un calcolo esatto, ma ho desistito, non credo ne valga davvero la pena. Per me, miastenica, odiare e arrabbiarmi sono stress rischiosissimi. Quanto un lutto o un forte trauma. Rischio una crisi sintomatica e il ricovero praticamente immediato. Quindi, imparare a farne a meno quanto più possibile è stata una scelta obbligata. Non complicata, comunque. Ho imparato la diplomazia da papà, e litigare non mi ha mai dato grandi soddisfazioni. La lezione sta funzionando da sette anni senza falle. Qualcosa vorrà dire, anche per chi miastenico non è.

Ma non credo sia realmente l’odio il male maggiore. Ho avuto occasione di notare quanti più danni possano essere in grado di fare la distrazione e la non attenzione. Cioè, la «non cura». Nell’odio c’è della volontà. C’è un pensiero, un motivo, un ragionamento. Ho in mente parole come vendetta, rabbia, violenza. Per quanto non condivisibile né giustificabile, per quanto folle, c’è una motivazione dietro tutte.

Dietro la distrazione c’è solo l’indifferenza per te stesso, per il prossimo, per il mondo che ti circonda. Una decina di anni fa, con un marinaio neozelandese conosciuto per caso, ci siamo stupiti nello scoprire di aver fatto la stessa riflessione, pur non avendo quasi nessun punto in comune come cultura e vissuto e vivendo letteralmente agli antipodi del pianeta: il contrario di amore non è odio, ma indifferenza. Indifferenza che può prendere mille altri nomi, uno più pericoloso e inquietante dell’altro: incoscienza, irresponsabilità, accidia, insensibilità, apatia…

L’opera del bambino migrante portata da Banksy a Venezia (Foto: Marco Sabadin/AFP)

I partigiani sicuramente odiavano i fascisti, i deportati di Auschwitz certamente odiavano il kommand fuhrer, i pazienti oncologici odiano il proprio cancro, la vittima di stupro odia il suo violentatore, io odio la mia Miastenia… quanto potrebbe andare avanti questa lista? Ma i partigiani si sono armati, riuscendo a liberare un Paese dalla dittatura, i deportati nei lager hanno cercato mille modi per sopravvivere e trovato poi il coraggio di raccontare, contro il cancro non li conto più i miei guerrieri che hanno resistito a denti stretti fino all’ultima chemio, il violentatore viene denunciato, io aggiro in ogni maniera i limiti che la mia malattia mi mette davanti ogni mattina.

L’odio è un motore. Puoi usarlo, e trasformarlo, o farti usare. Come l’amore. Se lo trasformi, diventa rabbia, poi grinta, poi forza di reazione. A volte vinci, a volte no. Ma l’amore non funziona uguale? Sono forze motrici, ti spingono a fare qualcosa. L’indifferenza, l’apatia, l’accidia, la distrazione ti rendono un manichino immobile e inerme, senza volontà. Che fa danni enormi senza rendersene conto, neanche un po’. Dal canto mio, è una colpa mille volte più grave della volontarietà. Lasciarsi andare, senza intervenire mai. 

Liliana Segre, insieme a tutti gli altri, lo ripetono da settant’anni. Colpevoli e condannabili assolutamente e senza ripensamenti gli ideatori del progetto scientifico di quell’immensa macchina di distruzione di massa chiamata lager. Ma ancora di più, ancora più meritevoli di disprezzo, i milioni di indifferenti ingranaggi che di quella macchina hanno fatto parte per anni, e le hanno permesso di nascere, di vivere e di portare a compimento il suo spaventoso compito. E hanno lasciato fare. Non sono intervenuti. Mai. Non hanno amato né odiato il regime. Lo hanno assecondato, con fredda, pigra e colpevole indifferenza. Obbedendo agli ordini. Senza farsi domande.

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