Il guscio

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È il farsi la domanda: “Qual è la mia cicatrice?” È fermare l’attimo e dire a sé stessi una verità e poi, come in un tuffo da una scogliera affrontato ingenuamente, iniziare a mostrarsi per condividere, addirittura discutere, elaborare attraverso una tecnologia. È svelare un’opera di cui sei autore solo in parte e riconoscere, di te, ciò che sai, ma anche vedere qualcosa che non sapevi. È andare oltre, alzare la testa, sentire che non sei il solo e che non sei solo, vedere le cicatrici di altri e sentirti simile o dissimile ma soprattutto essere sopraffatto dalla bellezza di questo assolutamente e fortunatamente imperfetto universo umano. Pensavo fosse l’incapacità di mettere insieme i pezzi, all’inizio. Ma l’opera mi ha rivelato che invece è il guscio, il problema. È quel continuo cercare di proteggersi dove si è rimasti feriti, creando strato dopo strato un’armatura perfetta, un guscio immacolato, una bianca cicatrice.

The shell

It’s asking yourself the question: “What is my scar?”

It’s stopping for a moment and telling yourself a truth and then naively diving off a cliff as you start to reveal yourself. Sharing, actually discussing, developing it through technology. It’s unveiling an artwork of which you are only partly the creator and recognising what you know about yourself, but also seeing something that you didn’t know. It is going beyond, raising your gaze and feeling that you are not the only one and you are not alone. It’s seeing the scars of others and feeling you are similar or dissimilar but more than anything being overcome by the beauty of this absolutely and luckily imperfect human universe. At first, I thought it would be the inability to put the pieces together. But the artwork showed me that instead, the shell is the problem. It is that continuous quest to protect yourself where you have been wounded, creating layer upon layer of perfect armour. An immaculate shell, a white scar.

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