Intervista al sociologo Mauro Magatti Oltre Alla Digitalizzazione

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Sicuramente il nuovo ciclo socio-economico e politico che speriamo di contribuire a far nascere non potrà non fare i conti con questo tema della digitalizzazione. Non si può saltare.

Di Fiamma Colette Invernizzi

Suona libero. Aspetto. Tra uno squillo e l’altro mi godo il misto di eccitazione e ansia che sento dal dicembre 2015, da quando ho iniziato a fare interviste per il Bullone. Scarabocchio, intanto che aspetto, qualcosa di incomprensibile, come per ripercorrere mentalmente l’elenco delle domande preparate. Mauro Magatti è professore di sociologia all’Università Cattolica di Milano, collabora con il Corriere della Sera con editoriali sulle trasformazioni culturali del capitalismo contemporaneo. La tensione a comprendere i cambiamenti e le crisi dei sistemi economici e sociali è il fil rouge della sua ricerca: il lavoro e la ricerca del senso, le città e le periferie, la tecnica e le sue derive, l’impresa come fatto sociale oltre che economico, sono solo alcuni dei temi a lui cari. Risponde. La voce ferma e pacata. Ci presentiamo e io inizio a sorridere, come sempre. Ogni volta è sempre come la prima. La sorpresa, la curiosità, la scoperta. Un piccolo passo verso un mondo migliore. 

«Ci troveremo a ricostruire ma non ci saranno macerie. Le macerie le avremo dentro. Per questo il nostro compito è iniziare ad immaginare il futuro». Partendo da questa sua frase, in che direzione dobbiamo muovere la nostra immaginazione?  

«Prima di tutto non dobbiamo cadere nell’illusione di ricominciare da dove eravamo rimasti e riprendere la realtà da così come l’avevamo lasciata.  Perché non si può? Perché altrimenti la rabbia dei molti che resteranno ai margini – date le conseguenze economiche, sociali ed occupazionali – sarà travolgente. Anche se non volevamo vederle, la situazione passata conteneva già al suo interno una successione di fragilità molto diffuse. Siamo come sospesi tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta. Gli anni Venti con gli embrioni delle ideologie che conosciamo, da un lato, e gli anni Cinquanta, culla di una ripartenza economica e di una ragionevole coesione sociale, dall’altro. Ecco, se ci limitiamo a dire “ripartiamo”, finiamo dritti negli anni Venti. Se invece alimentiamo la spinta a prendere questa vicenda della pandemia come un’occasione per affrontare tutte quelle questioni che ci trasciniamo dietro da troppo tempo, possiamo pensare di dare inizio a un processo di reale trasformazione. Un processo che si lega moltissimo all’immaginazione e alla capacità visionaria di riuscire a proiettare lo sguardo verso una dimensione che ancora non c’è». 

Chi ci aiuta ad immaginare e a generare questo nuovo processo? 

«L’importante è fare esperienza e non dimenticare. Etimologicamente, esperienza deriva da ex-perire, che richiama qualcosa che ci costringe a muoverci e che cambia la nostra lettura della realtà, mettendo in discussione le nostre certezze. “Voltare pagina” o “riaccendere i motori dell’economia” sono pensieri folli. L’esperienza che abbiamo vissuto è una verità che si è imposta sulle nostre pretese. Non leggerla sarebbe sbagliato. Dimenticarsene sarebbe un dramma. Il compito nostro, adesso, è rispondere a questa realtà. Non si tratta di inventare niente. Si tratta di prendere atto di ciò di cui abbiamo fatto esperienza nella sua interezza e complessità, con tutte le criticità pandemiche, sociali, climatiche ed ecosistemiche, e con gli enormi scompensi demografici a cui assistiamo con le migrazioni. Questa è la realtà che ci parla. L’immaginazione e la visione di qualcosa che non c’è ancora, devono nascere da questo. È come trovare la giusta alchimia. L’alchimia della storia. E l’importante, per ciascuno di noi, è scegliere da che parte stare». 

Se ci avessero detto, a gennaio, che tutto questo sarebbe successo, non ci avremmo creduto. Immaginarlo era impossibile. Nella tragedia, noi B.Liver ci siamo mossi per esserci, per far sentire la nostra voce. Abbiamo fatto interviste e riunioni di redazioni online, vivendo e comunicando nel web. Dobbiamo immaginarci un futuro interamente digitalizzato? 

«Sicuramente il nuovo ciclo socio-economico e politico che speriamo di contribuire a far nascere non potrà non fare i conti con questo tema della digitalizzazione. Non si può saltare. C’è e ha delle potenzialità enormi, così come contiene dei rischi giganteschi. Più in generale bisogna combattere i dualismi, gli eccessi, gli estremi. In ogni particolare situazione ci sono delle tensioni polari che entrano in conflitto. Il digitale può, da un lato, spingere all’effetto Grande Fratello e alla concentrazione di potere, e può essere visto come uno strumento di controllo e dominiotra capitalismo e sorveglianza – capace di trasformarci in atomi ancor più individualizzati. Dall’altra parte, il digitale in qualità di rete può favorire la pluralità, può ricomporre diversamente il globale e il locale, può rendere possibili nuove forme di socialità. Questa tensione polare c’è e non si risolverà. Dovremo conviverci. La cosa importante non è pretendere di scogliere questo dualismo, ma è prenderne consapevolezza e lavorare per costruire degli equilibri che – seppur sempre parziali, provvisori e instabili – non si lascino lacerare da questi stessi estremi. Pensiamo per un momento all’incrocio tra digitale e sostenibilità, con il suo grandissimo potenziale. Una cosa che si è resa evidente nel lockdown è che da una parte il digitale è un’ancora di salvezza che ci ha tenuti connessi e collegati, rendendo possibili delle comunicazioni altrimenti non pensabili. Dall’altra, tutti abbiamo percepito ed è stato evidente, che una dimensione di compresenza fisica è necessaria. Se si perde quella, si sente che manca un pezzo. È come se la realtà non diventasse mai tale. Incontrarsi dal vivo genera inevitabilmente delle dinamiche che sfuggono e che sono irraggiungibili al mondo digitale. Traiamo da questa riflessione un insegnamento. Se ripercorriamo la storia e pensiamo a due secoli fa, vediamo chiaramente come la rivoluzione sia nata separando nettamente la dimensione domestica dal luogo di lavoro. Dopo questa pandemia cosa succederà? Non si tratta di far collassare un intero sistema, ma di ripensarlo con attenzione».  

Come si può tradurre, questo concetto, a livello pratico?  

«Prendiamo in esame il tema delle città. Tutta la ridefinizione tra luogo di lavoro e spazio dell’abitare, comprendendo quello della mobilità. Qui torna in campo l’immaginazione. Possiamo ripensare a dimensioni diverse. Il digitale, con la sua realtà polare, è un ingrediente centrale di questa nuova visione che dobbiamo riuscire a proporre e a realizzare. Se scendiamo di scala, alla dimensione della casa, non dobbiamo pensare a una rivoluzione stravolgente, ma avvicinarci a un modello più simile a quello già diffuso nei Paesi del Nord. La dimensione intima e privata della casa rimane privata, mentre al piano terra del condominio o a pochi passi, nel quartiere, si ha uno spazio collettivo di lavoro. Il tema sta proprio nel dipingere delle forme di vita nuove, cogliendo questa occasione unica. La pandemia è stata un acceleratore fenomenaleverso il bene ma anche verso il male – di una serie di dinamiche. Adesso non possiamo più star fermi a guardare. O acceleriamo anche noi, in direzione di una dimensione nuova, sostenibile, valida, o il rischio è troppo alto. La posizione che non accetto e che, anzi, considero sbagliata, è quella di dire semplicemente “ripartiamo”. “Torniamo a fare quello che facevamo prima e mettiamo tra parentesi l’accaduto”. Questo  è spaventoso».

In chiusura di tutte queste riflessioni, tra occasioni e digitalizzazione, tra speranze e visione, vorrei chiederle: qual è il titolo che le piacerebbe leggere in prima pagina sul giornale, domani? 

«Nella fine è l’inizio. Per raccontare che questi sei mesi sono stati uno spunto per affrontare l’imprevisto e l’imprevedibile. Confrontarci con qualcosa che è stato al di là dell’immaginabile. Quindi, in un certo senso, una fine, ma che contiene – se non sprechiamo l’esperienza che abbiamo fatto – un vero inizio. Un’occasione, soprattutto per i giovani, ma anche per tutti, per imparare; rifuggendo la retorica, trovando uno spazio prezioso in cui coltivare qualcosa di nuovo e di reale».

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