La storia di Debora Zanni

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Di Debora Zanni

Ho molta ansia. Chiudi gli occhi, respira piano: dentro, fuori, dentro, fuori. Tra qualche minuto è il mio momento, e devo dare il meglio di me.

Va bene: sono pronta. Anzi, no, devo ripassare le mie battute. Ferma. Io non ho delle battute. Io non ho alcun copione da seguire. Niente panico, si inizia.

«Un bambino a cinque anni pensa a giocare, andare all’asilo, raccontare all’amichetto le avventure del pomeriggio precedente. Anch’io facevo così, ma in più avevo un costante mal di testa, e un occhietto “ballerino, così lo avevano definito le maestre.

Così mia mamma ha iniziato a farmi conoscere la maggior parte degli ospedali di Milano: esami di qua, e va tutto bene; esami di là, e tutto è nella norma; anche gli esami del sangue erano perfetti. Poi una visita, una chiamata, e tutto iniziò seriamente. Dovevo andare
in Sardegna quell’estate, ma per precauzione fu tutto annullato. Iniziarono così gli accertamenti: “Sì signora, dobbiamo agire subito. Sua figlia ha un tumore, e c’è la possibilità di operarla”.

Nella foto Debora Zanni da bambina insieme a suo padre

Detto fatto. Avevo un grosso cerotto in testa: partiva dall’orecchio sinistro e terminava in mezzo alla fronte; i medici hanno voluto eseguire il taglio poco dopo l’attaccatura dei capelli. Il gesto l’ho apprezzato molto, soprattutto adesso, ma da piccola… avevo solo voglia di tramezzini.

Arrivò anche il fatidico momento della chemio. Non mi piaceva. Per niente. E il problema non era affatto il contenuto delle flebo, no. Era l’ago, e il pizzico di ironia è che non è cambiato niente con il tempo.

Una, due; i miei capelli, lunghi, biondi; quattro, sette… Ma non ero sola. Mia mamma, le infermiere, gli animatori e i volontari: angeli. Avevo detto a tutti: “Quando finirà tutto questo, andrò a Disneyland”. In quel periodo iniziai il primo anno di elementari: non dico terrore, ma disagio, e tanto. Ma sono riuscita a superarlo! Così come i quattro successivi.

A sette anni, finii i cicli, ma i controlli erano quasi, oserei dire, ossessivi. Eppure non ho mai pensato che il problema fosse nel mio reparto in ospedale; e mi ha deluso scoprire che fosse ovunque ma non lì. Quegli sguardi, quelle parole, quelle azioni. Durante gli anni la massa è stata resa “inoffensiva”, “è andata in letargo”, dicevo io.

Questo però fisiologicamente parlando. L’aspetto più pericoloso della malattia è quello psicologico. Ho intrapreso così tanti percorsi che ho perso il conto, ma il più significativo è stato quello di Dynamo Camp: autostima, coraggio, condivisione,
un bel mix insomma.

Nella foto Debora oggi

E poi? Sono arrivata alle superiori. Contro ogni aspettativa ho scelto un liceo: una MIA scelta. I controlli continuano, questa volta sono annuali, va bene così. Alti, bassi, e i controlli, questi ormai sono una costante nella mia vita. Tutto sommato non sono andate male le superiori, anzi: forse questo è il livello scolastico che ho più apprezzato.

E adesso? Sto continuando a lottare. Devo ricucire qualche ferita ancora aperta, devo elaborare qualche cicatrice, e devo essere più fiera del mio percorso, insomma: io sono chi sono grazie a quello che ho vissuto, nel bene e nel male.

Non smetterò mai di lottare, perché sono consapevole che l’infanzia che mi è stata rubata, non mi verrà mai restituita. Eppure io a Disneyland ci andrò. Dalla neutralità, passando per la fragilità, la malattia mi ha insegnato che cos’è la determinazione».

Okay, non è andata male, cioè, è andata meglio di come me l’aspettassi. Tutto sommato ho fatto un bel monologo, anche se qualche volta mi sono fatta prendere dall’ansia, come sempre d’altronde, e ho parlato velocemente; ma non importa: è la ma storia, decido io come dirla e cosa dire. Perciò, grazie.

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