Don Milani E Scuola Barbiana. Parla Burberi, Alunno Del Prete

Autori: Il Bullone

Agostino Burberi, primo alunno di Don Milani, ci parla in questa testimonianza della scuola Barbiana fondata dal “Prete Scomodo“.

Di Alice Nebbia

Don Lorenzo Milani è stato un presbitero ed educatore italiano. Proveniente da un’agiata famiglia, Don Milani si accostò ben presto alla letteratura e al mondo dell’arte, grazie anche ai legami della famiglia con altre significative personalità della cultura fiorentina. La famiglia si trasferì da Firenze a Milano, dove il giovane frequentò il liceo Berchet, accostandosi sempre di più alla religione, fino alla conversione e all’ingresso ufficiale in seminario di Cestello in Oltrarno nel 1943.

La Scuola Di Don Milani

Alcuni anni dopo, venendo a contatto con la realtà di povertà ed emarginazione della comunità di Barbiana, Don Milani decise di dar vita a una scuola volta ad accogliere giovani che, per mancanza di mezzi, sarebbero altrimenti diventati vittima di una situazione d’inferiorità sociale e culturale. Agostino Burberi, primo alunno di Don Milani, ha avuto la possibilità di conoscerlo personalmente, portandoci la sua testimonianza nell’intervista al nostro giornale.

Agostino ricorda che «sulla conversione del prete non si sa molto, perché in realtà Don Milani ha cominciato a parlare ai ragazzi di sé solo dal suo ingresso in seminario; sulla sua vita precedente, quella che lui definisce come vita dell’oscurità e del buio, si apprende solo dallo scritto di Neera Fallaci. Ma non si conosce nulla di certo. La conversione di Don Milani è stata senza dubbio il frutto di una crescita e di una maturazione lenta».

Alunno alla scuola Barbiana con Don Milani

La scuola Barbiana

Il legame strettissimo con i ragazzi è stato qualcosa di molto forte per Don Milani, come riporta Agostino: «a Nadia, studentessa napoletana, Don Milani, ormai prossimo alla morte, aveva scritto una bellissima lettera nella quale aveva invitato la giovane ad avvicinarsi e ad accogliere qualche giovane scugnizzo napoletano, che ormai sembrava perso, per avvicinarlo di nuovo alla cultura e alla scuola. Nel suo testamento Don Milani dice di aver amato i giovani ancor più di Dio».

La scuola di Barbiana, ci riporta Agostino, è «una scuola di vita, che genera un pensiero sociale e politico in cui nessun fatto è visto come esterno o a sé stante. Una scuola in cui si studiava 12 ore al giorno. Difficile far capire questo agli attuali studenti che fanno un’ora d’italiano e poi suona la campanella, un’ora di matematica e poi di nuovo la campanella… gli adolescenti pensano poi che la vita sia a cassetti, a comparti. A Barbiana invece si apprendeva anche grazie a una forte continuità didattica».

Lettera Alla Professoressa

È proprio nella scuola di Barbiana che Don Milani, con alcuni suoi allievi, scrive Lettera a una professoressa, opera che contiene un atto di accusa verso la scuola, intesa come istituzione in cui dilagavano le differenze di classe, in cui si privilegiava l’istruzione dei ragazzi provenienti da ceti sociali agiati a sfavore dei giovani con maggiori difficoltà economiche. Il testo, che ebbe grande influenza sui movimenti studenteschi del ’68, ricorda come la scuola non possa perdere i bambini difficili, altrimenti, come sostiene Don Milani, non è più scuola: «è un ospedale che cura i sani e respinge i malati».

La sua cultura e il pensiero profondo erano rivolti anche alle lingue straniere, verso le quali Don Milani nutriva grande interesse, adoperandosi affinché i giovani potessero apprenderle.

Agostino ripensa a quando studiava «francese, inglese e altre lingue. Tutte le estati veniva a Barbiana un giovane dalla Francia, o dall’Inghilterra o dalla Germania. Noi studenti andavamo poi all’estero, per approfondire le lingue… erano le prime vacanze studio che si facevano! Per Don Milani l’italiano restava la lingua più importante; serviva per imparare quelle straniere, per avere un riscatto sociale, per parlare e aprirsi agli altri».

Fenomeno Della Dispersione Scolastica

In un’epoca così globalizzata con un linguaggio veicolato dai social, Agostino afferma: «tutti noi ci siamo impoveriti, però l’italiano è sempre stato il parlare dei poveri. I ricchi e i borghesi parlavano il latino. La lingua è comunque un elemento flessibile e si modifica sempre in relazione agli eventi e alla situazione esterna con cui una società si confronta. I ragazzi leggono meno i giornali, seguono meno i notiziari. Per Don Milani la lettura dei quotidiani era una fonte primaria d’informazione da trasmettere come valore ai ragazzi. Penso a quando ero studente, tutti i giorni passavo un’ora o due a leggere i giornali e a confrontarli. Questo aiutava me e i miei coetanei con l’apprendimento dell’italiano e con la comprensione e lo sviluppo del pensiero. Oggi a Barbiana arrivano moltissimi studenti e ne escono affascinati da questa realtà». Istituti che accolgono studenti di diverse nazionalità, promuovono una grande opera d’inclusione e cercano di arginare il fenomeno crescente della dispersione scolastica, sono esempi di scuole che operano seguendo il messaggio di Barbiana. «“I care”, in italiano “m’importa”, “ho a cuore”, slogan usato dagli studenti di Don Milani, in opposizione al motto fascista “me ne frego”, è anche il manifesto appeso fuori dalla scuola di Barbiana». Un’espressione che raccoglie tutta la missione educativa che Don Milani imprimeva nei ragazzi e nell’istituzione scolastica.

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