Commento all’Epitaffio di Pericle agli Atenesi

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Qui l’epitaffio fatto da Pericle agli Atenesi

La bellezza salverà il mondo

Di Giulia Porrino

«Amiamo il bello, ma con misura; amiamo la cultura dello spirito, ma senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per l’opportunità che offre all’azione che per sciocco vanto di parola, e non il riconoscere la povertà è vergognoso tra noi, ma più vergognoso non adoperarsi per fuggirla». Recita così il noto Epitaffio di Pericle, scritto dallo storico Tucidide, tuttora ripreso nei discorsi da vari uomini politici e pubblici moderni. Ritenuto un «emblema» per la definizione di democrazia, Pericle nel suo discorso funebre in onore dei caduti in guerra, cerca di dimostrare come sia giusto sacrificare la propria vita per Atene. Nel farlo, si sofferma su tre elementi che stanno alla base della grandezza di questa città: la disposizione d’animo dei cittadini, il loro modo di agire concreto e il regime politico della polis. Facendo ciò, Pericle pronuncia un vero e proprio inno alla cultura, associando l’amore per il bello, che deve essere praticato «con misura», all’amore per il sapere, da praticare «senza mollezza». Un inno che senza dubbio richiama la celebre, ma ambigua affermazione, del principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». 

Accanto a tale riflessione, egli sviluppa un’analisi della democrazia ateniese, facendo sorgere domande nel lettore e dando risposte a problemi sempre attuali: il ruolo della meritocrazia, l’importanza della partecipazione alla vita pubblica e della libertà intesa come l’apertura di ogni cittadino verso il prossimo e definisce una netta distinzione tra vita pubblica e privata. Un discorso forse, se contestualizzato nel periodo storico in cui è stato pronunciato, che vuole legittimare l’egemonia ateniese sui popoli stranieri con cui si trova in conflitto nella guerra del Peloponneso, e il diritto di Atene a imporre il proprio dominio sugli altri popoli della regione. Convinto sostenitore dell’importanza della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, Pericle esorta gli ateniesi a partecipare al dibattito per la presa delle decisioni pubbliche, anche se non si hanno le competenze per esprimere un’opinione personale. «La libertà non è star sopra un albero. Non è neanche il volo di un moscone. La libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione», recitava Gaber, nella celebre canzone La libertà.

La bellezza del sapere salverà il mondo e libertà è partecipazione, sembrano dirci i nostri illustri autori. Un quadro affascinante, e forse, quanto mai attuale nel nostro caro mondo occidentale.

Non riconoscere la povertà è vergognoso

Di Amalia Levi

«Noi amiamo il bello, ma con misura; amiamo la cultura dello spirito, ma senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per l’opportunità che offre all’azione che per sciocco vanto di parola, e non il riconoscere la povertà è vergognoso tra noi, ma più vergognoso non adoperarsi per fuggirla».
Sono passati più di duemila anni e siamo ancora qui a parlare di ricchezza, di cultura, di bellezza e soprattutto, in questo momento delicato della pandemia, di povertà.

Pericle esortò gli ateniesi a riconoscere la povertà. Usando la parola vergognoso. Ma è soprattutto vergognoso non fare niente per fuggirla, per combatterla, per superarla. Un tema fortemente attuale. Nelle società del benessere occidentali la fascia dei poveri si allarga sempre di più. Inspiegabile. I ricchi diventano sempre più ricchi, mentre sparisce il ceto medio, che entra inesorabilmente nel comparto di chi fa fatica a vivere.
Possiamo citare il Rapporto Oxfam, dove si legge che l’1 per cento detiene più ricchezza del restante 99 per cento della popolazione mondiale. Una persona su dieci vive con meno di due dollari al giorno. Una follia. Abbiamo sbagliato a governare i nostri Paesi. Non abbiamo letto Pericle, se nessuno si vergogna. Noi del Bullone ci vergogniamo per quello che ci stanno lasciando i nostri padri. Ma quanto hanno finto i nostri Padri, non hanno mai smesso di fingere, se ci ritroviamo con un clima aggredito dall’inquinamento, con la precarietà del lavoro, con relazioni da ricostruire, con temi sociali irrisolti. E soprattutto con una popolazione mondiale povera. Sui quotidiani nazionali nei giorni scorsi si parlava del fatto che in Italia i poveri sono aumentati di 5 milioni. Avete letto bene: 5 milioni di persone che non arrivano a fine mese.  Bisogna tornare a un punto zero. E la politica deve fare il primo passo. Pericle indica la strada agli ateniesi. Parole attualissime oggi. 
«… quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualche campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito, viene preferito nelle cariche pubbliche; né, d’altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualche cosa di utile alla città, gli è di impedimento per l’oscura sua posizione sociale». E noi?

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