Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio e transizione ecologica

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Giuseppe Onufrio interpretato da Chiara Bosna
Giuseppe Onufrio interpretato da Chiara Bosna

Di Alice Nebbia

A proposito della recente istituzione del nuovo Ministero della Transizione ecologica abbiamo parlato con Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.

Nell’ultimo numero del Bullone abbiamo intervistato l’attivista statunitense Jeremy Rifkin che parla del vaccino verde. È vero che siamo al limite?

«Jeremy Rifkin è un attivista molto bravo e il “vaccino verde”, vale a dire cercare di far rientrare il nostro sviluppo entro i cicli della natura e, innanzitutto, evitare la catastrofe climatica, è la sfida del ventunesimo secolo con la quale l’umanità si gioca l’osso del collo. Non voglio essere catastrofista, ma sicuramente rischiamo di veder distrutta la civiltà così come la conosciamo. Quello che sta succedendo al clima è estremamente preoccupante e molto rapido. Siamo in una fase che l’uomo non aveva mai sperimentato. Il premio Nobel recentemente scomparso, Paul Crutzen, ha coniato il termine “antropocene” perché è proprio l’uomo che con le sue attività sta modificando i cicli naturali e geologici. Se le malattie infettive che si trasmettono dagli animali all’uomo stanno aumentando, è anche a causa della distruzione degli ecosistemi e del contatto con le specie selvatiche. Anche la globalizzazione ha favorito lo sviluppo delle zoonosi. Il cambiamento del clima, che probabilmente influisce anche sulla diffusione del Covid, come ha dimostrato uno studio dell’Università di Cambridge, porta fattori di rischio per la salute. Oltre alle catastrofi ambientali, c’è da tenere in considerazione anche l’aspetto sanitario che il cambiamento climatico porta con sé. La tropicalizzazione che stiamo vivendo, anche in Italia, espande la presenza di zanzare che portano malattie come la Dengue, la Zika, la Leishmaniosi. Lo scioglimento dei ghiacci è un altro fattore di potenziale rischio e circolazione di agenti patogeni. Il termine “vaccino verde” è molto bello, ma la strada è ancora lunga e dobbiamo bloccare i fenomeni che sono in corso».

Voi, osservatori dell’ambiente, negli ultimi 10 anni avete cambiato la vostra forma di azione… Lotta e denuncia?

«Quest’anno Greenpeace compie cinquant’anni. Siamo nati protestando contro i test atomici alle Isole Aleutine, e con noi si è sviluppata l’idea dell’azione diretta e non violenta. Negli anni il mondo è cambiato e anche la digitalizzazione ci ha portato a modificare le cose. Restiamo comunque un’organizzazione marittima e siamo molto legati all’idea che la non violenza e l’azione diretta non violenta siano la forma migliore di protesta».

Anche per Lei questo è il secolo del sole, del vento e delle energie rinnovabili?

«Lo deve essere, altrimenti dalla crisi climatica non ne usciamo. Greenpeace ogni anno presenta degli scenari e noi ne abbiamo presentato uno per l’Italia lo scorso giugno. La richiesta che facevamo alla Commissione Europea era di anticipare la fuoriuscita dal sistema fossile al 2040 e non al 2050. Noi pensiamo che sia fattibile, anche se non facile. Passare da un sistema basato sulle fonti fossili a uno basato sulle fonti rinnovabili è proprio un cambio di paradigma, di logica del sistema produttivo. Oggi noi siamo abituati a vedere dei poli energetici, centrali o raffinerie, in cui operai e tecnici operano in un determinato posto, con energia estratta dal sottosuolo. Un sistema basato su energia rinnovabile è invece molto distribuito, richiede una rete molto flessibile, capacità di accumulo, digitalizzazione. Consente inoltre, una comunità energetica, cittadini che siano contemporaneamente produttori e consumatori. La buona notizia è che, in termini economici, i costi di produzione delle fonti rinnovabili, grazie anche alle politiche europee, sono scesi drammaticamente. Penso all’Italia, non è semplice; un Paese lungo e stretto con molte risorse rinnovabili al Sud e molti consumi al Nord, con un problema di rete e trasmissione dell’attività e una quota di consumi energetici, circa un 30%, che è difficile da sostituire con l’elettricità. Bisogna investire adesso per vedere dei risultati tra dieci anni».

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha nominato il fisico Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica. Siete d’accordo?

«Non ho conosciuto il ministro prima della nomina; abbiamo commentato in maniera un pochino “acida” alcune cose che ha detto, però su questo punto bisogna essere molto chiari. Questo è un governo quasi di unità nazionale, perché siamo come dopo una guerra, sia per numero di morti, sia per effetti sulla società. L’unica nota positiva è che non siamo solo noi, ma c’è una comunità internazionale che deve reggere. Il Presidente Draghi ha pochi mesi per presentare un piano credibile e, speriamo, il più verde possibile. Credo comunque che sia una persona di altissimo profilo, credibile in questo sforzo di transizione, in quanto egli aderisce pienamente al progetto europeo e, l’Europa, in questa materia, vuole diventare leader. Per noi gli obiettivi europei non sono sufficienti, ma comunque nella giusta direzione».

Che cosa chiederebbe al Neoministro nei primi 100 giorni del suo lavoro? Le prime tre cose da fare subito.

«La prima, per dare un segnale immediato, è rendere permanente la moratoria sulle trivelle, per far capire che cambiamo strada. La seconda, riguarda il piano di ripresa e di resilienza: deve contenere, a nostro parere, delle indicazioni precise sulle infrastrutture della rete e sugli accumuli. Infine, la terza, sbloccare le procedure e semplificare la vita alle fonti rinnovabili».

Per la prima volta tutti i grandi uomini politici del mondo, da Biden a Macron parlano del Pianeta da salvare, investendo migliaia di miliardi. L’economia dovrebbe cambiare. Lei ci crede?

«È un fenomeno che è in atto. La presa di coscienza del mondo avviene nel 2015, a Parigi, perché è lì che è stato fatto l’accordo. Tale accordo a sua volta, è stato preceduto da uno di cooperazione tecnologica tra USA e Cina. Quest’ultima investe nelle fonti rinnovabili quanto Europa e USA insieme. Dieci giorni fa è iniziata in Florida, Paese a guida repubblicana, la costruzione della più grande batteria industriale, accoppiata a un impianto solare. Qualcosa è in corso. Il problema che abbiamo, però, è la resistenza del vecchio settore fossile e, il tempo. Dobbiamo dimezzare le emissioni entro il 2030 a livello globale».

Che cosa dovrebbe fare un cittadino italiano, ogni mattina, quando si alza, per salvare il Pianeta? Un piccolo gesto.

«Ognuno di noi può fare qualcosa ogni giorno: informarsi, compiere scelte d’acquisto consapevoli, consumare meno carne, usare la bici elettrica, ridurre l’usa e getta. Ritengo però, sia più corretto sensibilizzare il singolo individuo piuttosto che scaricare su di lui la responsabilità del Pianeta».

Cosa vuole dire oggi essere un cittadino sostenibile? Un’azienda sostenibile? Uno Stato sostenibile?

«In senso lato, sostenibile significa stare dentro i limiti della natura e delle risorse che si riproducono, oltre a cercarne la circolarità nell’uso».

Noi del Bullone molte volte pensiamo che le nostre malattie siano anche legate a un ambiente tossico. È come se fossimo «autorizzati» a parlare. Che battaglie insieme possiamo fare?

«Molte malattie sono legate all’ambiente in varie forme. Ormai c’è una certa evidenza scientifica sul fatto che anche l’impatto del Covid al Nord sia in parte legato alla qualità dell’aria, più inquinata, che si respira in pianura padana. Noi, come Greenpeace facciamo poche campagne globali. Le nostre campagne mobilitano moltissime persone e vengono decise a livello internazionale e noi poi, tra volontari e attivisti, cerchiamo di adattarle al contesto italiano. Quello che si potrebbe fare insieme sarebbe adottare qualche campagna, promuoverla e costumizzarla».

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