Transizione Ecologica. Zero Emissioni come l’isola di Niue

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Niue. 2400 chilometri a nord-est della Nuova Zelanda, incastonata nell’Oceano Pacifico tra Samoa, Tonga e le Isole Cook. Terra emersa per neanche 260 chilometri quadrati, uno scoglio sprofondato in acque limpide, che non arriva a 2000 abitanti. Eppure Niue pare essere lo Stato indipendente (dal 1974 definito in libera associazione con la Nuova Zelanda) ad avere avuto per primo un Ministero dedicato al Cambiamento Climatico. Era il 1998. Un anno solo dopo l’adozione del Protocollo di Kyoto, che prevedeva riduzioni o limitazioni quantitative delle emissioni di gas serra per 38 Paesi industrializzati e per l’intera Unione Europea.

Gli effetti del cambiamento climatico

Niue non ha industrie, ma degli effetti del cambiamento climatico se ne accorge osservando l’aumento della frequenza e della gravità delle tempeste tropicali, così come dell’erosione costiera. Un microcosmo attento nascosto in un mondo, all’epoca, distratto. Siamo nel 2021 e, 23 anni dopo, in Italia, nasce il Ministero della Transizione Ecologica. Finalmente. Certo, il Ministero per l’Ambiente non è mai mancato, ma non teneva conto di alcune delle competenze chiave nel processo proprio della transizione ecologica, inerenti principalmente al settore della produzione e del consumo dell’energia, oggi fondamentali.

Ma la domanda che sorge spontanea, ora, è: potevamo pensarci prima? Se a Niue gli effetti dell’emergenza climatica erano evidenti, l’Italia non era da meno. I dati dell’ultimo rapporto Ispra parlano chiaro. Il 16% dell’intero territorio nazionale rientra nelle classi a maggiore pericolosità per il dissesto idrogeologico, 7.275 comuni italiani – in cui vivono oltre 3 milioni di famiglie – sono a rischio frane e alluvioni, così come 19.000 chilometri di ferrovie e 6.000 ponti. E se non bastano i dati, forse sono sufficienti le immagini che ben conosciamo di tutti quei piccoli comuni disseminati lungo l’Appennino o le Prealpi, che rimangono isolati per settimane, vittime di un’erosione lenta e sorda, che corrode le energie burocratiche del Paese. Inutile, però, piangere sul «fango» versato. Inutile pensare che, come troppo spesso accade, l’Italia sia un passo indietro. Perché è l’intero mondo Occidentale evoluto, ad essere un passo indietro.

Obbiettivo Zero Emissioni

Se Gandhi chiedeva alla sua India «How many planets?» – quanti pianeti abbiamo a disposizione? – ora è giunto il momento di rispondere con forza, presenza, coraggio. E un pizzico di ambizione. Una corsa verso le zero emissioni, una decrescita (o transizione?) felice. Cambiare si può, invertire la rotta, anche. Lo stanno facendo le grandi aziende – l’eccellenza italiana porta la bandiera di Illy, leader mondiale nella qualità sostenibile, riconosciuta come una delle migliori aziende etiche al mondo – e lo sta facendo (piano, piano) anche il sistema scolastico, portando nelle classi i 17 obiettivi chiave fissati dall’Agenda Onu 2030. Lo stiamo facendo tutti, nel nostro piccolo, con un’attenzione quotidiana all’informazione, alla sensibilità, alla ricerca di una soluzione alternativa. «Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti», ha affermato il nuovo presidente del Consiglio, Mario Draghi. «Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. Loro sono i nostri figli, i nostri nipoti, il nostro futuro». Ascoltiamolo.

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