La Storia di Elisa Crotti

Autori:
Elisa Crotti interpretata da Chiara Bosna
Elisa Crotti interpretata da Chiara Bosna

Di Elisa Crotti

«Perché sei un essere speciale

Ed io, avrò cura di te», Franco Battiato.

Inizio a raccontare la mia storia dall’inizio, anche se sarebbe molto interessante partire dalla fine. Ma, come tutte le storie, se si parte dall’incipit è tutto molto più facile.

Mille pensieri attanagliano il mio cervello, le mie mani scorrono sulla tastiera del computer come se le parole fossero già impresse sulla carta. Mi lascio trasportare dalle emozioni e scrivo.

La storia di Elisa

Mi chiamo Elisa, ho diciannove anni e sono nata una mattina d’estate, precisamente alle 09:29 del cinque agosto, nell’ormai lontano 2001. Dopo circa mezz’ora di travaglio sono apparsa alla luce del giorno: una massa di capelli neri riempiva la mia testa. Ero alta 51 centimetri e pesavo 3,910 chili.

Figlia unica di mamma Cristina e papà Matteo, sono stata a lungo desiderata e accolta a braccia aperte. Cullata, accudita, educata con gentilezza e amore, sono cresciuta sana, sviluppando sin da piccola un senso di responsabilità e cura per il prossimo.

Partiamo dalle basi: non ho mai avuto un buon rapporto con il cibo. Sin da piccola ricordo che la maestra Gabriella mi incitava a finire la pietanza che mi guardava dal piatto, ma io non ci riuscivo. Avevo le mie manie a tavola: mangiavo il riso un chicco alla volta, e venivo presa in giro da una mia compagna d’asilo; oppure non sopportavo i pezzettini della passata di pomodoro, o il colore arancione delle carote. Mi vengono i brividi al pensiero.

La mia alimentazione è sempre stata selettiva, l’unico cibo che riuscivo ad ingerire senza problemi, era la pasta in bianco, perché per me, sedersi a tavola, significava esplorare mondi nuovi e sconosciuti, ma io non ero una brava esploratrice e non mi piaceva scoprire terre ignote: ho sempre preferito navigare in acque sicure, ecco perché la pasta in bianco.

Undici novembre 2011, è un venerdì. A scuola avevo mangiato a fatica il nasello al gratin e le carote bollite, di cui posso sentire ancora l’odore.

Quel pomeriggio pratico pallavolo come ogni settimana. Tornata a casa non mi sento molto bene, ma ceno ugualmente con una frittata e dei pisellini (alimenti che da quel giorno non toccherò più); ebbene, sono le 22:22 quando in camera mia ripeto ad alta voce le seguenti parole: «mi viene da vomitare, mi viene da vomitare» e così alle 23:11 succede il finimondo.

Da quel momento il disturbo ossessivo compulsivo inizierà ad accompagnarmi, facendomi sviluppare una serie di ossessioni e relative compulsioni per proteggermi dal vomito, il mio più acerrimo nemico.

La nausea mi accompagnerà per anni, visite su visite per poi scoprire che, a livello organico, ero sana come un pesce. La mia pediatra non voleva più sentire che ogni giorno mi veniva da vomitare, era scientificamente impossibile, eppure quel senso di nausea mi accompagna a tratti ancora adesso.

«Elisa, sei dimagrita. Tutto bene? Ti fa schifo mangiare?».

Siamo a settembre del 2019, ormai due anni fa, avevo finalmente attuato il mio piano: prendere il controllo della situazione e dimagrire, dimagrire sempre più, sino a non vedere più quel brutto 51 chilogrammi sulla bilancia.

Mi sono sempre considerata grassa rispetto agli altri, nonostante fossi alta e snella. Ricordo ancora una mia compagna di classe storcere il naso venendo a sapere il mio peso, oppure il confronto dei miei polpacci con quelli degli altri.

Questa avversione per il mio corpo e questi paragoni ebbero inizio con il nuovo percorso delle superiori. Quando, per la prima volta, mi trovavo di fronte all’ignoto.

Elisa Crotti interpretata da Chiara Bosna
Elisa Crotti interpretata da Chiara Bosna

Studiavo e basta

Consideravo tutte le mie compagne di classe più belle, brave, intelligenti, carismatiche, simpatiche, di me. Io ero una nullità al loro cospetto, ero inadeguata, ero più grassa, più brutta, insomma, uno scarto. Eppure ero una tra le più brave a scuola, io vivevo per la scuola. Studiavo e basta: ogni domenica mi alzavo alle 06:00 per studiare, oppure alle 04:00. Il mio era uno studio ossessivo, dovevo finire un capitolo in un’ora esatta, oppure ripetere i paragrafi come minimo dieci volte.

Iniziai a sviluppare un’ansia indescrivibile prima di ogni interrogazione o verifica, così a gennaio 2019 chiesi a mamma di potermi recare da una psicologa.

Non mi servì per niente: i miei problemi non vennero analizzati, interruppi a fatica il percorso al principio dell’estate dello stesso anno ed è proprio stato allora che misi in atto il mio progetto: dimagrire per raggiungere la perfezione.

Anna Ogliari: questo nome fu scritto su un pezzetto di carta e posto in una busta bianca dal mio medico di base, quando, una sera di ottobre, ammisi che vi era un problema con il cibo, insomma, qualunque pietanza era per me fobica.

Mamma cercò il nominativo su internet, contattò il San Raffaele di Milano e ci venne fissato un appuntamento per l’undici dicembre. «Bene», pensai, «ho ancora due mesi per dimagrire».

Arriva il gran giorno, in quella stanza, ormai a me cara e conosciuta, entra un corpo di 36 chili, alto 1,71, con un BMI (Body Mass Index) di 12,4.

Anoressia nervosa restrittiva

Una penna nera scrive in maniera decisa e chiara una diagnosi che conoscevo, ma che non era mai stata messa nero su bianco: anoressia nervosa restrittiva.

«Tu, da domani, non andrai più a scuola, dovrai essere ricoverata da noi, ma per il momento devi rimanere a casa».

Non metterò più piede a scuola da quel giorno.

Venticinque febbraio 2020 vengo ricoverata e due giorni dopo scoppierà l’emergenza sanitaria del coronavirus, realtà con la quale ci stiamo confrontando ancora adesso ogni giorno.

Rimarrò in ospedale per nove settimane, le assenze a scuola si susseguono, rischio l’anno, uno degli anni più importanti, quello dell’esame di Stato.

Mi viene attivata la scuola in ospedale e avviene un piccolo grande miracolo: una volta tornata a casa, ancora gravemente sottopeso, ma forse un po’ più consapevole della malattia, grazie ai professori dell’ospedale (i miei angeli custodi) riesco a fare la maturità portando a casa un ottimo risultato, anche se ai miei occhi appare insufficiente.

A luglio mi iscrivo all’università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, scegliendo la facoltà di Lettere e Filosofia, corso di Lettere moderne.

E arriviamo al «qui e ora».

Ora sono a casa, seguo l’università per via telematica, pratico yoga da casa ogni lunedì e settimanalmente incontro le mie stelle polari, il «mio Dante», che mi ha accompagnato per i gironi dell’Inferno e la «mia Beatrice», che mi ha portato su per i cieli del Paradiso: sto parlando delle dottoresse Anna Ogliari e Roberta Porta, senza le quali mi sentirei persa.

Durante il ricovero ho riflettuto a lungo su me stessa, ho allontanato le persone tossiche e riavvicinato piccole formichine che tutti i giorni mi aiutano a vedere un po’ di rugiada sulle mie aride foglie.

Volevo concludere il mio racconto ringraziando Anna, Roberta, Fabiola, Monica, le Martine (tre nella mia vita), Elena, Eleonora, Giulia, il signor Marco, Chiara, Francesca, Matteo Saudino, tutti i professori dell’ospedale (dei veri e propri maestri di vita), Cesare, Iris, il mio gatto, che mi aspettava sempre dietro la porta di camera mia e i miei genitori, che fanno di tutto per starmi vicino.

«Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante».

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