Achille Mauri ci parla della cultura dell’educazione

Autori: Il Bullone

Di Francesca Bazzoni

In che modo siamo figli della nostra cultura? Ne parliamo con Achille Mauri, Presidente della Holding Messaggerie e della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri.

Che cosa definisce la cultura?

«La cultura è quell’insieme di credenze che creano l’illusione condivisa della realtà che ci circonda. Noi non siamo un’entità precisa ma viviamo con diverse entità che pretendiamo di precisare, una serie di mondi di imprecisione totale che attraverso le convenzioni accettano di convivere. Se non sappiamo chi siamo non sappiamo dove andiamo, quindi cerchiamo di riconoscerci nelle categorie date dalle convenzioni, è un’analisi che si fa per tutta la vita e questo diventa anche il motore della vita stessa. La realtà è una sintesi che uno fa su cose che non sa, è illusoria».

Quanto la cultura personale dipende dal contesto sociale?

«Uno dei fondamentali della cultura è l’educazione, ma bisogna avere qualcosa da educare. Ad esempio, molti bambini sono lettori perché vedono i genitori leggere, l’esempio è fondamentale così come l’educazione che riceviamo da piccoli. È più facile costruire la propria cultura seguendo il tipo di cultura data dall’educazione perché è impossibile uscire dalla nostra formazione, nessuno sfugge all’addomesticamento della propria società, comunità o famiglia. L’importante è essere abbastanza incoscienti, arditi o dubbiosi, da immaginare punti di vista alternativi».

Tutti gli uomini sono cultura?

«Assolutamente. Ogni storia, ogni percorso, ogni esperienza sono allo stesso tempo il frutto e il seme della cultura».

Come si costruisce un uomo colto?

«Il motore primario della cultura è la curiosità, senza è difficile andare lontano o a fondo delle cose».

Durante il periodo di lockdown ci siamo spesso aggrappati al consumo e alla produzione di cultura; quanto aiuta la nostra salute?

La cultura permette di viaggiare senza spostarsi, di fare un tuffo nel passato o proiettarsi nel futuro, di scoperchiare falsi miti e riscoprire se stessi. Non c’è niente di più salutare, specialmente in un momento come questo, specialmente durante i lockdown».

Com’è cambiato Il consumo di cultura in epoca Covid?

«C’è stato un forte incremento del consumo online: libri, corsi, convegni, didattica, incontri e dibattiti si sono spostati in rete. I lettori forti, o forse sarebbe più accurato dire le lettrici, visto che le donne leggono molto di più degli uomini, si sono aggrappati saldamente alla lettura, loro ancora di salvezza, ma il dato più sorprendente è stato quello riguardante i nuovi lettori o i lettori recuperati, cioè coloro che non hanno mai letto un romanzo o che avevano smesso e hanno ricominciato. C’è un rinnovato interesse per i grandi benefici a basso costo offerti dai libri».

Il digitale ha cambiato il modo di diffondere la cultura: ci sono aspetti negativi in questo nuovo modo di fruizione?

«Sicuramente manca il contatto umano, che lavora su livelli diversi rispetto alla freddezza e alla distanza creati dalla condivisione digitale. E poi, quando si assorbe qualcosa attraverso uno schermo in casa propria il rischio di distrazione è sempre maggiore rispetto a quando si partecipa a un incontro, si vede un film al cinema, una pièce a teatro o si legge un libro su carta. Lo schermo del computer è, per definizione, multitasking, è nella sua configurazione portare la nostra attenzione, contemporaneamente, sui diversi piani della nostra vita. Basta cambiare applicazione che si passa dal lavoro all’intrattenimento, dagli amici all’attualità, dalla contabilità al sesso. Il digitale ci invita a non fermarci mai, rischia di rendere le nostre giornate un perenne zapping che ci impedisce di andare a fondo delle cose. Tutti i nuovi strumenti portano con sé nuovi modi di comunicazione, nuove informazioni, nuove modalità di business. È un grande passo avanti, ma tutti i passi avanti portano via tempo ad altro».

Quale differenza c’è tra nozionismo e cultura?

«La cultura ci prende la pancia, il nozionismo è una forma di collezionismo. È come paragonare una bella nuotata, in cui ti prepari, ti immergi, nuoti e godi l’esperienza, a una doccia. La doccia ti lava, è sempre un’esperienza, ma diversa. La doccia si deve fare, serve, la nuotata devi scegliere di farla».

Quando capisce che il suo interlocutore ha cultura?

«Quando mi sorprende, mette in un dubbio una mia certezza e quando riesce a farmi ridere».

Esiste una cattiva cultura? Cosa intende per errore culturale?

«La cultura, come tutto, è una medaglia con due facce. Può essere uno strumento di progresso quanto di arretramento, può liberare o incatenare, permettere di prosperare o limitare le nostre libertà.  Esistono molti errori culturali. La società ha commesso delle atrocità verso le differenze, ad esempio rispetto ai generi sessuali. Stiamo andando verso un mondo che accetta le differenze e che si torva a dover colmare alcune lacune importanti, come quella uomo/donna, e a dover fare una rivoluzione culturale importante. Già in Italia dovremmo investire molto di più nell’educazione per consentire l’avanzamento di tutti, siamo troppo indietro, come lo siamo stati con l’alfabetizzazione. Abbiamo risultati di una politica disastrosa che non ha creduto nel futuro e nell’imitare esempi migliori. La rivoluzione deve essere fatta a livello politico e sociale, tutti insieme; tutti devono avere le stesse possibilità indipendentemente dal livello culturale in cui sono nati».

Come si combatte la cattiva cultura?

«Di solito si usa una bella donna per veicolare la cattiva cultura, pensiamo alla televisione. Sulle donne bisogna investire, è un potenziale che non è stato per niente sfruttato. Le donne e il benessere del pianeta sono due punti cardine su cui fare riferimento per il futuro. Tutti abbiamo una parte maschile e una femminile, l’uomo deve imparare dalla donna a sviluppare e sfruttare il proprio lato femminile senza reprimerlo. Siamo abituati a essere una maggioranza silenziosa, a costruire un mondo di normalità che circonda l’orrore. L’orrore viene sempre rappresentato da una forma estetica e molto spesso è la donna a essere usata come tale, persino nella volgarità. Se questa strumentalizzazione viene considerata lecita, allora la donna di conseguenza si adatta e l’adattarsi a questa cattiva cultura agevola la considerazione di normalità della cultura stessa. Bisogna usare la coscienza per rivedere il proprio percorso, porsi la domanda se quello che facciamo sia corretto per noi stessi e specialmente per gli altri.

Cinque libri che non devono mancare nella libreria in casa?

Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood
Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen
Denti Bianchi di Zadie Smith
Il buio oltre la siepe di Harper Lee
Al faro di Virginia Woolf

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