La cultura a metà strada tra il tatuaggio e la poesia

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Di Arianna Morelli

17 febbraio 2019, primo tatuaggio: il nome di nonna, accompagnato da un cuoricino rosso. Perché c’è chi si esprime meglio con le parole, chi con i fatti e chi con il tatuaggio. Non è vero che l’amante dei tatuaggi è uno totalmente fuori dalla società, un «fuorilegge». Io che amo i tatuaggi, amo anche la poesia e sì, potrà sembrare atipico, ma questo è frutto di un mondo che cambia, che si evolve; perché ora anche le poetesse possono sognare di riempire il proprio corpo di simboli e decidere di farlo mediante il tatuaggio. È nel 1769 che il capitano inglese James Cook trascrive per la prima volta la parola «Tattow», derivata dal termine «tau-tau», parola che ricordava il rumore prodotto dal picchiettare del legno per bucare la pelle. Alla tatuazione si legano tre dimensioni favorevoli al senso dell’esistenza: il sentimento di potenza, l’intensità delle emozioni e il sentimento del venire alla luce. Ed è nel maggio 2019 che arriva lei: è una fenice. Nel giugno 2020 arriva lui, silenziosamente: si tratta di un samurai, il Mio Samurai. A il capo chino, l’elmetto ancora in testa, un’armatura in legno e con il braccio impugna la sua arma, rigorosamente riposta. Dato che considero che siano i simboli a giungere a me e non io alla spasmodica ricerca di loro, nell’agosto dello stesso anno arriva lei, fine: una rosa dei venti. Precede l’ultimo arrivo: Lui, lo chiamo «Il poetico incontro», e nasce dall’unione di una mia poesia, due mani che si sfiorano e una farfalla. Infine, lui, come un’equilibrista. Si tratta di un uomo su una corda. Segni particolari dell’uomo: fumatore incallito. Allo stesso modo della Poesia, il Tatuaggio è entrato nella mia vita e lo ha fatto con delicatezza, in un momento no e ora posso dirlo: la vita con due compagni di squadra del genere è decisamente migliore, ha un valore in più, anzi due.

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