Dacia Maraini «oggi la scuola ha bisogno di Insegnanti»

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Di Fiamma Colette Invernizzi

La scuola ci salverà. Lo hanno pensato in tanti, nei secoli, e ora ad urlarlo è Dacia Maraini, con i suoi occhi chiari, delicati e saggi, di chi tramuta l’esperienza in vita e l’essenza umana in parole impresse su carta. Scrittrice, poetessa, saggista, drammaturga e sceneggiatrice di un’eleganza impeccabile, risponde con raffinata fermezza a domande e riflessioni.

«La scuola ci salverà è un’affermazione rivolta all’intero Paese, che deve rendersi conto che l’istruzione è l’anima e il metronomo del suo progresso», afferma. «È giunto il momento di investire di più nel sistema scolastico, non soltanto economicamente ma eticamente e culturalmente. Il Paese intero deve imparare ad amare di più i luoghi in cui si diffonde la conoscenza e si semina la cultura». Nella breve pausa tra una risposta e l’altra mi affollano la mente immagini di aule rumorose e polvere di gesso, lavagne rovinate e visi familiari.

Dacia Maraini (Fiesole, 1936) Importante autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie e saggi, tradotti in oltre venti Paesi. Acuta e sensibile indagatrice della condizione della donna, ha spesso delineato nei suoi testi figure femminili complesse e determinate, inserite in una più ampia riflessione su molteplici temi sociali, affrontati in un prospettiva storica. Con la raccolta di racconti Buio (1999) si è aggiudicata il premio Strega.

La scuola non è un’ azienda

Da un lato la cura, dall’altro la cultura. «Ma chi è rimasto a prendersi cura della scuola?», chiede a me, domandando a se stessa. «Sono rimasti solo gli insegnanti, tenaci, nonostante la scarsa attenzione riposta dal Paese e dai suoi rappresentanti, nessuno escluso. Gli insegnanti con le loro forze e i loro sforzi, in condizioni difficilissime, si occupano di una scuola ormai trascurata da anni». E non intende solo per cultura ed etica, no, si intende anche proprio per spazi e per realtà esistenti. Si parla di edifici. Se in Italia si contano 47.705 scuole, ospitate in 40.160 sedi, infatti, poco più della metà è stata edificata prima del 1975 e poco meno di 1/3 – per l’esattezza 11.330 – ancor prima del 1960.

Di fatto con difficoltà si arriva a 3.000 edifici di costruzione dopo gli anni 2000, un Ventennio fa. «Le scuole, lo sappiamo tutti, volgono in condizioni pietose. Porte sgangherate o bagni che non funzionano sono all’ordine del giorno. Ed è inutile nascondersi dietro alla scusa che non ci sono soldi. I soldi vanno trovati, e subito. La politica – e parlo di tutta la politica, nessuno escluso – non può occuparsi solo dell’economia. Di certo i soldi che si investono nella scuola oggi non porteranno profitto nell’immediato ma ne porteranno moltissimi in futuro». Capitale umano, si chiama. Investimento consapevole nelle future generazioni. Al contrario, con il Covid, la scuola italiana è stata ancor più dimenticata. Massacrata dalla temibile Didattica A Distanza, sconvolta da supplenti improvvisati e concorsi mancanti. Un mondo che Dacia Maraini conosce bene, per averlo frequentato dal di dentro: ha insegnato al liceo di Palermo, è stata al fianco dei detenuti di Rebibbia, e ancora adesso gira licei e istituti tecnici e scuole medie per incontrare i ragazzi, con cui apprezza i dialoghi senza copione. «Vorrei una scuola capace di ritrovare la sua sacralità», afferma decisa la scrittrice. «L’istruzione è sacra perché rappresenta il futuro del Paese e dovrebbe essere trattata come tale, con investimenti non solo economici ma etici e culturali. I bassissimi stipendi degli insegnanti sono una cartina di tornasole di un evento molto grave: negli ultimi decenni è passata l’idea che la scuola debba essere considerata come un’azienda. Ma non potrà mai essere così, perché la scuola non deve produrre niente. La scuola deve formare, non produrre».

Inseganti che educhino a pensare

Ha quindici anni, Dacia Maraini, quando incontra il suo primo, vero, insegnante, che ancora oggi ringrazia. Professor Ghera, liceo di Palermo. «Ecco, lui era l’insegnante che vorrei oggi per tutte le scuole italiane. Professore di filosofia. Uno che non è che voleva sapere in che anno fosse nato Aristotele o cosa avesse scritto Platone. Di certo, anche quello era importante. Però più di tutto ci insegnava a pensare, a riflettere, a capire. Secondo me tutti gli insegnanti dovrebbero fare questo. Insegnare a riflettere con la propria testa».

Studenti non come contenitori ma liberi pensatori, perché le informazioni sono ormai ovunque e incredibilmente raggiungibili con un click, mentre i pensieri no, sono ancora da formulare. «La scuola deve formare, non informare», chiude il pensiero la mia saggia interlocutrice. Rimango in silenzio per un momento, pensando a questa gloriosa differenza, che racconta di cittadini consapevoli e responsabili. Lei prosegue: «Non è una questione formale ma intrinseca. Il punto, come ho detto, è riuscire a mettere al centro dell’attenzione del Paese la scuola nella sua interezza. I due temi fondamentali sono quelli di consapevolezza e responsabilità. Sia per i dirigenti che per i politici, sia per gli insegnanti che per gli studenti. Non sono dei valori molto apprezzati, purtroppo. Oggi vigono l’aggressività, l’eccessiva competizione e l’individualismo. Quello che va nella maggiore è proprio l’aggressività, lo si vede nel mondo della politica, in cui tutti urlano contro tutti, senza pazienza e senza ascolto. Ognuno per sé, senza visione sul futuro, senza cura e attenzione per le generazioni e per la coltivazione di nuove menti. Questo è l’errore più grosso di cui si può vestire il Paese, ed è un pessimo esempio per le generazioni a venire».

La scuola tra cura e cultura

Rifletto tristemente sulle origini della scuola, tra dibattiti e discussioni, lezioni e momenti di confronto. Dal greco skholé, inizialmente indicava l’ozio e l’occupazione del tempo libero, in opposizione con il tempo occupato per il lavoro manuale. Un privilegio, inizialmente per pochi, poi diventato diritto di tutti. Non resisto e le pongo la domanda che desidero formulare sin dall’inizio. Se avesse 30 anni, oggi, e volesse alzare la voce per cambiare le cose, per modificare questa assurda situazione, che cosa farebbe? Immagino per un momento che stia sorridendo, dall’altro capo del telefono. Poi, con una domanda, pare quasi mettermi alla prova. «Voi ragazzi del Bullone siete da poco diventati giornalisti, giusto? Ecco, voi potete ora fare moltissimo. Potete affrontare certe tematiche e raccontarle con serietà. Non sono per il giornalismo qualunquista ma sono per l’attenzione e per la cura. Raccontare la situazione attuale è fondamentale perché tutti si rendano conto della realtà, nella sua complessità, difficoltà e bellezza. E nelle sue speranze. Voi come giornalisti avete proprio questo potere».

Da un lato la cura, dall’altro la cultura. E se in epoca medievale al primo termine si associava una ingegnosa e suggestiva etimologia con la frase Quia cor urat – perché scalda il cuore, lo consuma – allora con il secondo concetto ci si inoltra nel mondo del còlere, del coltivare. Cuore e cura dal Paese, coltivazione (di menti) dagli insegnanti. Questo è ciò che dovrebbero ricevere in dono le nuove generazioni. Cura e cultura. Cuore da un lato, mani dall’altro, per fare, esplorare, curiosare, incentivare, accogliere. Non a caso Giovanni di Pietro di Bernardone, poi diventato noto come San Francesco d’Assisi, affermava che «Un uomo che lavora con le sue mani è un operaio mentre un uomo che lavora con le sue mani e il suo cervello è un artigiano. Ma un uomo che lavora con le sue mani, il suo cervello e il suo cuore è un artista». E se questo artista è anche in grado di aggiungere le parole, alle sue mani, al suo cervello e al suo cuore, allora egli è anche un insegnante. E più di ottocento anni più tardi, in un Ventunesimo secolo dilaniato da emergenza pandemica e climatica, il bisogno di insegnanti è più che lampante. Un bisogno urgente fatto di unioni tra mani e cuore, di azione alla passione. Un bisogno urgente di una scuola capace di riappropriarsi della capacità di educare al pensiero libero e al prendersi cura. Una scuola capace di salvarci, tutti.

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