Una bolla nella bolla nel reparto di psichiatria

Autori:
Illustrazione di Davide Lazzarini
Illustrazione di Davide Lazzarini

Di Silvia Bellinato

Sapete com’è fatto un reparto di psichiatria?

Io ne conosco bene uno, la prima volta ci sono stata a 16 anni e non ero in visita, ma ricoverata.

Un lungo corridoio sul quale si affacciano le camere dei pazienti, l’infermeria, gli studi medici, la doccia comune e il salone comune con balcone, dotato di spesse sbarre.

La porta è chiusa a chiave, solo infermieri e medici ce l’hanno e chi arriva in visita, due ore nel pomeriggio, deve citofonare.

Se pensate che un reparto di ospedale sia noioso, in SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, nuovo nome della Psichiatria) le giornate non passano mai.

Sveglia, terapia del mattino, colazione, colloquio con lo psichiatra dopo la riunione d’équipe, pranzo, terapia delle 15, visita dei parenti dalle 17 alle 19, cena, terapia serale.

Notate qualcosa? Molti buchi, tempi morti che, se alcuni occupano riposando o dormendo, altri devono riempire in qualche modo. Se sei «fortunato» e capiti nel periodo giusto, allora può darsi che una o due volte a settimana ci sia qualche attività, altrimenti ti devi arrangiare.

I giorni, non si capisce esattamente il perché, possono essere di due tipi: giorni morti, silenziosi, in cui molti restano in camera a dormire e quelli svegli occupano il tempo in attività silenziose; giorni agitati, in cui, tutti i ricoverati, probabilmente influenzati uno dall’altro, hanno problemi, difficoltà, cose da dire… insomma, è impossibile stare tranquilli tra le urla dei pazienti arrabbiati, o di quelli contenuti a letto, o dei nuovi arrivati (magari in TSO, quindi per nulla collaborativi) e le risposte degli infermieri, talvolta costretti anche loro ad alzare la voce.

Illustrazione di Davide Lazzarini
Illustrazione di Davide Lazzarini

Fortunatamente, se lo psichiatra ti ritiene «idoneo», dopo i primi giorni in reparto puoi uscire in gruppo accompagnato da un OSS per prendere qualcosa alle macchinette e stare qualche minuto all’aperto, oppure con i parenti, o, sempre dopo la valutazione del medico, da solo, ma solo 20 minuti al mattino e 20 al pomeriggio.

È un reparto estremamente chiuso: oltre alla porta chiusa, c’è un’unica tv nel salone comune, solitamente sintonizzata su un canale di musica o su qualche film, difficilmente si riesce a vedere un telegiornale per capire cosa succede nel mondo; inoltre, sebbene l’uso dei cellulari sia consentito dal mattino fino alle 21, per questioni di sicurezza, non è consentito tenere con sé il caricabatteria, ma deve essere consegnato e il cellulare messo in carica nell’ufficio della caposala: se viene notato un uso scorretto del telefono o il paziente minaccia di chiamare avvocati, notai, di fare causa al reparto o al medico che lo ha ricoverato, in questi casi lo psichiatra può decidere di ritirare il cellulare, mettendolo in cassaforte.

Non è consentito lavorare, studiare, suonare uno strumento, fare attività fisica (a eccezione delle «vasche» su e giù per il corridoio), tenere con sé oggetti taglienti o pericolosi (forbicine, taglia unghie, rasoi da barba, oggetti in vetro o che si possono rompere, cinture per i pantaloni, le stringhe delle scarpe…), ma neppure cibo e medicinali.

L’ultima volta che sono stata ricoverata, è stato in periodo Covid, tra settembre e novembre 2020, difficile da immaginare, ma l’SPDC era ancora più chiuso: in reparto solo pazienti, infermieri, psichiatri e al mattino una persona sola addetta alle pulizie.

Nessuna visita dei parenti, potevano solo portare le cose necessarie, come qualche cambio pulito o qualcosa per passare il tempo, il tutto consegnato agli infermieri dalla porta, noi potevamo solo vederli attraverso il vetro e salutarli; neppure le attività erano possibili e ovviamente nessuno poteva uscire dal reparto: una chiusura nella chiusura.

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