La forza della debolezza tra le Macerie Prime di Zerocalcare.

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Riscoprire la forza della debolezza attraverso le parole di Zerocalcare nella sua graphic novel Macerie Prime. Ce la racconta Arnoldo Mosca Mondadori.

Di Arnoldo Mosca Mondadori

Leggo la prima parte della graphic novel di Zerocalcare, intitolata Macerie Prime. Mi incuriosisce e mi fa sorridere; anche ridere, per alcune battute davvero indovinate.
Ma soprattutto, mi commuove.

I protagonisti della «storia» sono un gruppo di amici che si conoscono da più di vent’anni, dalle elementari; ora sono tutti sulla trentina e, per certi aspetti (ma importanti) sono ancora bambini.
Condizione invidiabile, direbbe qualcuno: possono ancora eccitarsi, sognare, litigare e fare subito pace, sgranare gli occhi al buio impauriti e poi tirare un sospiro di sollievo non appena li raggiunge una voce cara, oppure sgranare gli occhi della meraviglia alla luce che mostra nuove cose da scoprire, da desiderare, da inventare… .

I nostri errori, le nostre colpe

E invece no. A loro le cose non vanno tanto bene, perché sono bambini di sette-dieci anni che si risvegliano in corpi, menti, cuori e tante situazioni «contrarie» di un’età, la loro, e di un’epoca, la nostra, che fanno davvero tristezza: lavori precari che non permettono di guadagnare di che vivere oggi, figuriamoci di progettare un domani; relazioni affettive di disperata fragilità… e coazione a ripetere, cioè a ricascarci, negli stessi errori, con lo stesso tipo di persone o – addirittura – con le stesse persone; ideali politici congelati in appartenenze da arrabbiati, ma avvelenati dalla delusione: la causa dei popoli oppressi! L’assoluta distanza dalla politica politicante! La denuncia del marcio del mondo della comunicazione, tradizionale e social!
Insomma: un incubo.
L’incubo degli sconfitti, dei marginali, degli sfigati.

Però…
Adesso alzo lo sguardo dal libro del bravissimo fumettista e osservo la realtà che mi ruota attorno, come ruota attorno a ciascuno di voi. E mi accorgo di una «cosa» a cui non facciamo nemmeno più caso, tanto è diventata un rumore di fondo. E la «cosa» è questa: tutto, ma proprio tutto, ci dice che le uniche storie che ci devono interessare sono le storie di successo.
«Decidi della tua vita!», «Non fermarti quando sei stanco, ma quando hai raggiunto l’obiettivo!», «Tutto nasce da te: vuoi essere un leone o una pecora?», «Credi nel tuo sogno e la realtà ci dovrà credere con te!». E via sciocchezzando.
Dipende da noi…
Tutto.

La copertina della graphic novel Macerie Prime di Zerocalcare

Siamo incapaci di perdonare?

Ma è proprio così?
Davvero chi nella nostra società ha successo non deve ringraziare nessuno, se non se stesso, mentre chi è anche solo un passo indietro (e figuriamoci chi rallenta o si è fermato o – addirittura – è caduto!) deve solo rimproverare se stesso?
Ascolto e leggo le molte frasi «motivazionali», che passano per saggezza profondissima e mi scandalizzo, perché dall’eccesso di volontarismo all’accusare di non si sa bene cosa la persona che soffre o soccombe, il passo è davvero molto breve. E porta a mostruose cattiverie.
E che dire della nostra assoluta incapacità di perdonare quelli che commettono reati o sono dipendenti da vizi vergognosi? Ovvio: se tutto dipende da noi, anche il minimo errore – e figuriamoci quelli seri – diventa subito colpa, colpa grave, vergogna insuperabile.

Sarà per questo che Zerocalcare nella sua opera parla così tanto, ma così tanto, di… cuore.
Il cuore sensibile che sa benissimo che l’amico non si merita un aiuto, ma non riesce a non offrirglielo lo stesso; il cuore che da una vita spera in un mondo migliore (dove si urli di meno e si ascolti chi non ha voce?): non lo ha ancora ottenuto, ma non si arrende mai; il cuore lacerato dalle eterne domande: cosa è giusto fare e cosa no? Quanto occuparsi del bene degli altri e quanto farsi gli affari propri? Come e in che modo essere se stessi e fidarsi della vita?

Ritrovare la forza della debolezza

In un mondo di gente che sorride dalle copertine o nelle pagine dei social solo perché ha fatto «carriere splendide», (vanno bene anche quelle finte, vedi gli influencer), qualcuno si ricorda della forza della debolezza.
E che cos’è? È che mentre la forza – che appena possibile ostentiamo, richiede un costante sacrificio di energie, ma soprattutto di verità, su se stessi e sul mondo la debolezza ha in sé una potenza elevatissima: dice come stanno davvero le cose; dice i tuoi limiti; dice che hai bisogno degli altri e tutti noi l’uno dell’altro; dice che non tutti possiamo essere ricchi, belli, splendidi nello stesso tempo e senza togliere niente ad altri (che intanto muoiono di fame); dice che la sfortuna esiste e deve suscitare solidarietà umana, non fastidio, disappunto o, peggio, sottile condanna; dice che una persona che non ce la fa è una persona che non ce la fa e dunque chiede pietà, ascolto, rispetto dei suoi ritmi, valorizzazione dei suoi piccoli successi, fantasia creatrice di nuovi linguaggi, atmosfere, ambienti, relazioni umane davvero umane… .

Siamo tutti «condannati alla forza», ma vorremmo tanto essere visti e amati anche e soprattutto nella nostra debolezza.
Eccola, la forza della debolezza: è forte, perché è la verità; è forte, perché è la ferita dove possiamo essere amati; è forte, perché è l’umiltà che ci permette di fare cose difficilissime, come ascoltare senza giudicare, perdonare, accogliere, accompagnare, aspettare, essere grati, essere sereni. Essere in pace.
Sarà per questo che Zerocalcare scrive tante parolacce… ma si vede benissimo che è buono come il pane. E il pane è buono, nutre. Ha origine, infatti, dalla morte di un seme minuscolo nell’oscurità della terra.

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