Stefano Mancuso e un ponte di mille miliardi di piante

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Illustrazione di Chiara Bosna
Illustrazione di Chiara Bosna

Lo scienziato green e docente universitario Stefano Mancuso lancia l’allarme riscaldamento globale denunciando che siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa. «La tecnologia non ci salverà, la temperatura della terra continuerà ad alzarsi. Subito mille miliardi di piante»

Di Sofia Segre Reinach

Stefano Mancuso, scienziato di prestigio mondiale, dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia vegetale dell’Università degli Studi di Firenze. Ha scritto numerosi libri tradotti in oltre venti lingue. Stefano Mancuso può parlare, alzare la voce, può denunciare perché sa, è competente. E noi del Bullone siamo orgogliosi di ospitarlo per la seconda volta.

Professor Mancuso, stiamo lavorando sui ponti, il ponte della cittadinanza, dell’inclusione, della solidarietà. E il ponte dell’ambiente?

«Il ponte fondamentale sull’ambiente è il ponte delle città. Oggi le città sono il contrario del ponte: sono il muro. Un luogo che separa la natura da ciò che sta dentro la città, che, poi, siamo noi uomini. Il luogo dell’uomo separato da quello della natura. In realtà l’uomo è parte della natura. E questo muro è una delle cause del disastro ambientale. Le città sono il luogo dove si combatte realmente il riscaldamento globale. Dovremmo costruire più ponti che muri, in modo da permeare le città con la natura, dare una continuità. Come nelle città Maya ricoperte dalla vegetazione».

Lei ha parlato di riscaldamento globale, effetto serra, aumento delle temperature: che cosa può fare l’uomo? 

«Semplice. Piantare gli alberi. È la cosa più efficiente e intelligente per combattere il riscaldamento globale. Dobbiamo farci la domanda: che cosa sono le piante, a che cosa servono?».

Già, che cosa sono?

«Sono la vita del pianeta. Noi animali siamo lo 0,3% della vita del pianeta, le piante l’85%. Dodicimila anni fa sul pianeta c’erano seimila miliardi di piante, oggi la metà».

Catastrofismo o realismo?

«Realismo, realismo. Il riscaldamento globale è il più grande problema della storia umana, ma se ne parla pochissimo, troppo poco. Troppa anidride carbonica viene immessa nel pianeta. Colpa di una rivoluzione industriale non governata e dei duemila miliardi di alberi tagliati in due secoli. Stiamo tagliando il nostro futuro».

Di quanto aumenterà la temperatura della Terra a fine secolo?

«I modelli ci dicono che entro fine secolo aumenterà, rispetto al periodo preindustriale, di 5-7 gradi, se non cambiamo rotta. Previsione è ottimistica perché non consideriamo che ogni anno aumentiamo il nostro errore. Nonostante si parli da decenni di cambiamento climatico illudendoci che il problema sia in mani salde, non stiamo agendo. Per lo scienziato solo un dato conta: “quanto aumenta l’anidride carbonica? Quello che facciamo ha un effetto o no?”. Se si guarda ai dati, non c’è alcun sintomo di inflessione».

Ovvero?

«Non possiamo semplificare il fatto pensando che avremo solo climi più miti o che smetterà di nevicare. Quando la temperatura del nostro corpo aumenta di 2–3 gradi rischiamo di morire. Ed è esattamente quello che succede al pianeta, che è un organismo vivente: non può vivere. Oggi, lo 0,8% della superficie della Terra non è abitabile per le condizioni climatiche estreme; nel 2070 sarà il 18%. Si parla di circa 2 miliardi di persone che dovranno lasciare quelle zone per non morire».

Tutto è connesso…

«Sì. Il riscaldamento globale è un fenomeno esponenziale, come il Covid. I 52 gradi registrati in Canada o i 20,5 in Antartide, le alluvioni, e il resto sono l’inizio. I dati ci dicono che siamo degli idioti, noi aumentiamo ogni anno i nostri errori. Ha ragione Greta quando dice che i potenti del mondo sanno solo fare bla bla bla». 

C’è un rapporto virus-deforestazione? 

«Certo. La deforestazione frammentata ha prodotto i virus di Ebola e HIV; per il Covid siamo in attesa dei dati finali».

E se le piante scomparissero? 

«Immaginate due foto. Il 24 dicembre del ‘68 venne scattata una foto dall’Apollo: la Terra aveva un aspetto insolito. Pieno di colori. Azzurro, l’acqua. Verde, la vegetazione. Bianco, le nuvole. Tutti colori che dipendono dalle piante. Se scomparissero, quella foto diventerebbe simile a quella di Marte: terra rossa e roccia. Torniamo agli inizi dell’800: da Palermo ad Olso avremmo viaggiato attraverso una foresta primaria, come quella amazzonica, che oggi non esiste più. In Amazzonia sta succedendo ciò che è successo in Europa. Tagliando gli alberi riduciamo tutte le specie che vivono attorno all’albero. Riduciamo la biodiversità. Ecco, noi siamo dentro la sesta estinzione di massa che corre a una velocità vertiginosa». 

Perché non reagiamo? Idioti e miopi?

«Raccontare una storia senza piante è un’assurdità. Un atteggiamento studiato, conosciuto come plant blindness. Il nostro cervello è bravissimo a cancellare tutto quello che non ritiene importante. Ci siamo evoluti in un ambiente completamente verde, ma per tutelare la nostra sopravvivenza ci siamo concentrati sulla presenza di altri animali o altri uomini. Oggi, al contrario, dovremmo imparare a osservare il mondo vegetale per comprendere come funziona la vita e prendere i giusti provvedimenti per difenderla».

Invece la pieghiamo ai nostri interessi…

«Siamo nell’epoca dell’Antropocene, l’uomo è divenuto una forza in grado di modificare le sorti del pianeta. Da uno studio è emerso che l’80% dei mammiferi sono animali che mangiamo e l’85% degli uccelli, pollame. La Cina produce in un anno la stessa quantità di cemento che gli Stati Uniti hanno utilizzato nell’ultimo secolo e la produzione di cemento da sola incide del 25% sul tasso di anidride carbonica. Il problema del peso della vita è fondamentale; lo riduciamo in maniera drastica e produciamo materiale inorganico, senza renderci conto che noi stessi siamo parte della natura, che ha delle regole. Una di queste è che la natura è una rete, nella quale ogni specie ha bisogno delle altre per sopravvivere».

E le città?

«Le città rappresentano meno del 2% delle terre emerse. Da questo 2% proviene l’80% di anidride carbonica, l’80% dei rifiuti e l’80% del consumo delle risorse del pianeta. Il paradosso è che le città sono anche il luogo più efficiente per far vivere le persone insieme. Quindi è impossibile immaginare un pianeta senza città, dove risiede l’80% della popolazione. Ma le nostre città sono fatte esattamente come nel neolitico, quando, non appena siamo divenuti stanziali, per difendere gli insediamenti li abbiamo isolati. Oggi le città costruite solo per gli uomini sono completamente insostenibili, sono il motore del disastro ambientale».

Che cosa si può fare? 

«Ridisegniamole, copriamole di alberi, non teniamo fuori la natura. Creiamo ponti verdi, non muri. Sono moltissimi gli studi che parlano dell’impatto positivo e curativo delle piante sulla vita persone».

E per limitare l’aumento della temperatura terrestre? 

«Se domani tutti gli abitanti del mondo vivessero una vita sostenibile, l’anidride carbonica nell’atmosfera continuerebbe comunque ad aumentare, solo a ritmo più lento. Noi non abbiamo bisogno che salga meno velocemente, ma che diminuisca. Invece cresce in modo esponenziale e ci dimostra come i nostri provvedimenti sono per ora stati inutili. Dobbiamo usare l’unica macchina in grado di assorbirla: gli alberi. Ne servono 1000 miliardi, non è un numero iperbolico. All’Italia ne spetterebbero due miliardi e se utilizzassimo le terre abbandonate dall’agricoltura potremmo piantarne 6 miliardi. Questo ci permetterebbe di ridurre di 2/3 il surplus di anidride carbonica e benché sia la reale soluzione, nessuno ne parla. È una soluzione semplice, elegante, che non richiede modifiche sostanziali del nostro sistema economico e sarebbe iperpositiva». 

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