Ponti per includere. Intervista a don Antonio Mazzi

Autori: Il Bullone
Illustrazione di Chiara Bosna
Illustrazione di Chiara Bosna

Il fondatore di Exodus, don Antonio Mazzi, intervistato da uno dei suoi ragazzi della Comunità Mammoletta dell’isola d’Elba, si sofferma sul rapporto adulti-figli. «Non ci sono più ponti in famiglia, troppa solitudine. Bisogna parlare con gli adolescenti, spiegare loro la vita».

di Mario Raggi

Questa intervista nasce a seguito della messa officiata da Don Antonio Mazzi in visita alla sede dell’isola d’Elba, il 4 agosto. Durante questa messa particolare sono stati affrontati temi delicati e attuali attorno alla figura e al ruolo sociale dell’adolescente e alla responsabilità degli adulti nei confronti dei più giovani. In questa intervista si racchiudono i principali temi affrontati da Don Mazzi durante la serata.

Mi ha colpito molto la sua riflessione sul ruolo che hanno l’amore e il dolore nella vita di ciascuno, l’uno lo cerchi, mentre l’altro ti cerca. Quale di questi due agenti gioca il ruolo più importante nella vita degli adolescenti, secondo lei?

«Noi grandi dobbiamo insegnare ai giovani che la sofferenza e il dolore sono motori fondamentali nella vita di ognuno. Facciamo l’esempio del frumento: per coltivarlo prima dobbiamo far soffrire la terra arandola, poi dobbiamo lasciare da solo il seme fino a che non è pronto a far nascere la pianta. Questi tre momenti: il dolore, la riflessione e la nascita (che sono poi il dolore, l’attesa e l’amore) sono vissuti da ciascuno di noi e vanno messi dentro al gioco della vita. Secondo me si dovrebbe insegnare al ragazzo, fin da quando ha 10 anni (qualcuno dice 14) che questi elementi sono tutti importanti allo stesso modo, così crescerà facendo i conti con il dolore non come nemico, ma come compagno di cammino nel gioco della vita e dai 16 anni in su sarà pronto ad elaborare da solo una riflessione sul valore di questi fattori».

Parlando di autenticità delle cose, lei ha detto che «solo ciò che racchiude in sé la vita e la morte è autentico, tutto il resto sono cartoni animati». Pensavo al mondo di internet e dei social network, come queste realtà, che di autentico hanno ben poco, contribuiscano a confondere l’adolescente…

«L’errore qui è di nuovo di noi grandi, che tendiamo a prendere posizioni estreme sulla questione. O demonizziamo i social network, o li consideriamo totalmente innocui. L’adulto dovrebbe far capire fino a che punto è utile usare questi social network e da quale punto in poi è bene non usarli. Il ruolo del genitore e dell’insegnante è quello di insegnare il giusto utilizzo dei mezzi, non proibirlo. Come se la vita fosse una partita a scacchi, il re va al suo posto e così la regina, l’alfiere, il cavallo e così via. L’adulto deve insegnare le regole del gioco al bambino, al ragazzo. L’uomo è più ludens che sapiens, il bello della vita è proprio divertirsi e questi mezzi (internet) devono aiutarci a divertirci in società, come ai miei tempi comunicavamo con penna e calamaio, a metterci in contatto con l’altro e a renderci più autentici, non più cartoni animati, più immagini. Se questi mezzi li usiamo per rendere la nostra parola più vera e accessibile a tutti, allora ne stiamo facendo buon uso. Vedi, quindi, dai 10 ai 20 anni c’è il momento più importante nella vita di ognuno, e in questi momenti c’è la famiglia, ci sono gli amici, la scuola e ci sono anche questi strumenti. Non dobbiamo dire che il ruolo della famiglia è peggiorato: è semplicemente cambiato il mondo. Ai miei tempi i genitori avevano molto più tempo da passare con i figli in linea di massima. Oggi, che lavorano anche le madri e che il figlio passa sempre più tempo da solo, è importante che la famiglia si sappia ricollocare nel mondo cambiato, e non cerchi di inseguire un vecchio modello».

fonte: https://urbanpost.it/
fonte: https://urbanpost.it/

Lei ha accennato all’importanza della scuola nella fase di crescita di un ragazzo. Volevo chiederle quanto quest’istituzione è importante per la formazione umana dei ragazzi e quanto, oggi, stia contribuendo alla costruzione di una società più umana, più amica.

«In primis credo che la formazione dei professori sia un problema, ben vengano le università, ma è necessario che ci sia anche una formazione sul territorio, una pratica dell’educazione. La scuola di ieri era soprattutto la scuola che istruiva, la scuola di oggi dev’essere una scuola che educa istruendo e istruisce educando. Perché ci sono tanti altri mezzi che istruiscono, pensa solo alla televisione e a internet. Ci sono molti altri modi, quindi, per conoscere, ma per educare c’è un modo solo: la famiglia e la scuola.
Con il 68, con la paura che la scuola diventasse un luogo di indottrinamento politico, si è insediato il pensiero che la scuola dovesse solo istruire. Oggi dobbiamo dimenticare questo metodo, oggi insegnare la geografia non vuol dire solo insegnare i confini del Veneto, vuol dire soprattutto insegnare cosa vuol dire vivere in Veneto piuttosto che in Africa o in Austria. Tutta la scuola è sia conoscenza sia educazione e io oggi sono molto preoccupato per la seconda parte. I professori dovrebbero fare esperienze nei quartieri difficili, nei luoghi con più povertà educativa, nelle carceri. Solo così si formano insegnanti che, con la loro esperienza, mandano messaggi e testimonianze forti ai ragazzi. Inoltre farei fare molte più ore di movimento, di sport, di musica, il ragazzo va a scuola con tutto il corpo, mica solo con la testa! L’arte e la musica creano grandi sensibilità che la scuola dovrebbe far scoprire ai ragazzi, si dovrebbero fare meno gite “a spasso” e più gite finalizzate a far vedere ai ragazzi le bellezze del mondo, le piramidi d’Egitto. Credo che sia importante, fin dalle elementari, l’introduzione dell’educazione civica. È importante che il bambino sappia, già da piccolo, che c’è l’Africa che soffre, l’America che gode e che c’è il bambino della casa accanto che sta male. Nelle scuole non dovrebbero entrare solo professori, ma anche architetti, sindacalisti, artigiani, contadini. La scuola dev’essere l’arte delle arti, il problema è che la scuola ha mille potenzialità, ma non le usa».

Ultima domanda, è felice di quello che sta facendo?

«La parola “felice” è troppo impegnativa; sono contento. Sono contento perché, bene o male, quello che volevo fare nella vita l’ho fatto: non senza errori e inciampi, certo, ma comunque ne sono contento. Non credo che dobbiamo essere completamente felici a questo mondo. La vita ti fa capire l’importanza del desiderio e del raggiungere piano piano, uno dopo l’altro, i tuoi obiettivi ed essere contento di questo. Se si raggiunge tutto, se non si muore desiderando, non si vive la vita veramente. Mi interrogo spesso sugli errori che ho fatto, a quelle pecore smarrite che non sono riuscito a far tornare nel gregge, e ciò mi rende un po’ triste, ma mi rendo conto che, tornando a prima, non sono un cartone animato ed è normale che abbia momenti di tristezza. Tutto sommato, tra qualche tristezza e qualche sorriso, essere contento mi è sufficiente».

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