Lo psicologo a scuola. Come vivere bene l’ambiente scolastico

Autori:
Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli
Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli

Cosa fa lo psicologo a scuola? Cercando dialogo e collaborazione, porta un altro sguardo; incarna un luogo di incontro e accoglienza, si discosta dal giudizio, propone curiosità e apertura. Offre un tempo per l’ascolto e il riposo prima dell’azione, avendo cura che gli abitanti rinnovino la fiducia e il contatto con proprie e altrui risorse.

di Giovanna Fungi

Non è la prima volta che faccio una dichiarazione d’amore alla scuola e ai suoi abitanti. Sì, abitanti, come in un villaggio, o in una città: i membri della sua comunità. Come in una pellicola d’autore, qui si parla di vero amore: quello che ha il potere di guarire, di dare significato alla nostra vita ed è strumento di trasformazione della condizione umana. Per questo voglio amare la scuola anche quando è faticosa e sfidante, e quando è capace di meravigliarmi con i suoi individui e le sinergie che creano.

La scuola come crocevia di vite

Psicologa, psicoterapeuta e insegnante di mindfulness, lavoro con le scuole da una vita, ed ecco che mi dichiaro un’altra volta: amante della scuola come crocevia di vite in cui fare cultura e prevenzione; acrobata nel fare la mia parte per renderla un luogo in cui le persone vivono bene. Non necessariamente stanno bene sempre, che non è verosimile.
Parliamo di scuola, e di equilibri.

Durante il secondo lockdown ho intitolato i miei incontri nelle scuole con un verso di Sally: «è tutto un equilibrio sopra la follia». Tutto è partito da una scritta sui muri di Milano: «Equilibrio nella sfera emotiva/non esiste». Ho chiesto cosa ne pensassero studenti, genitori e insegnanti: abbiamo riconosciuto come tutto cambi, si trasformi, e come l’equilibrio sia fatto di continui aggiustamenti e di fiducia.

Cosa fa lo psicologo a scuola

Cosa fa lo psicologo a scuola? Cercando dialogo e collaborazione, porta un altro sguardo; incarna un luogo di incontro e accoglienza, si discosta dal giudizio, propone curiosità e apertura. Offre un tempo per l’ascolto e il riposo prima dell’azione, avendo cura che gli abitanti rinnovino la fiducia e il contatto con proprie e altrui risorse.
Se guardo la scuola, cosa vedo? Una necessità di «imparare d’affetti» per tutti, poiché su questo si costruisce l’apprendimento. Vorrei che nella scuola imparassero tutti, allievi e adulti, scoprendosi risorse gli uni per gli altri, seppure in modi differenti. Iniziamo dal linguaggio, andando alla radice delle parole che costruiscono la nostra realtà. Come si parla tra docenti? E tra studenti? Questo linguaggio rispetta il fatto che siamo tutti diversi e necessitiamo di equità, di pari dignità, senza che i diritti stessi diventino barriere e rivendicazioni?

Nel Mondo-del-rischio-zero non ci possiamo ascoltare: siamo solo nemici per sopravvivenza. «Per abitare insieme, coesistere nelle differenze, dobbiamo andare oltre l’inclusione», (F. Acanfora): ci dobbiamo ascoltare, conoscere e riconoscere come portatori di tanti messaggi diversi e di uno comune: l’educazione è un valore, e si fa insieme.

Il vivere bene a scuola

Possiamo farcelo sfuggire ancora una volta?
La pandemia ha dato qualche frutto, tra le gravi perdite: il CNOP ha lavorato per portare lo psicologo a scuola come figura stabile. Ecco, che questo non sia come il greenwashing per dire che abbiamo a cuore il Pianeta. Non serve uno schoolwashing che metta uno psicologo in ogni scuola per poi dimenticarselo nella stanza dello sportello.
A febbraio una conferenza ha provato ad approfondire: chi è, cosa fa, cosa non fa lo psicologo nella scuola? Come promuove la salute (che non è distinta da quella mentale)? Costruiamo insieme il vivere bene a scuola prendendoci un tempo per comprendere, abbandonando l’idea del rischio-zero e chiarendo ruoli e responsabilità, parola che per me sa di amore e di libertà, e che come l’amore richiede buona manutenzione.

Forse l’equilibrio nella scuola non esiste. Forse potremmo scrivere un Elogio del disequilibrio, laddove questo ci costringe a interrogarci, riconoscerci nei nostri diversi pesi e nelle diverse spinte, e a compiere azioni che, di fatto, un equilibrio lo costruiscono: fatto non di stasi, ma di movimento.
Come quando rallenti in bicicletta.

Diffondi questa storia

Iscriviti alla nostra newsletter

Newsletter (sidebar)
 
 
 
 

Potrebbe interessarti anche:

Torna in alto