Triplice impotenza. Sono lo specchio del dolore altrui

Autori: Il Bullone

E se per la scienza io resto quel limite, quella rarità di cui non farsi carico, quel numero su cui continuare a guadagnare altri grandi numeri ma non meritevole di spesa, per il mondo resto quello specchio davanti al quale voltarsi dall’altra parte.

di Eleonora Caputo

Fisso questo foglio bianco e cerco disperatamente un appiglio. Il silenzio che teneva in ostaggio i miei pensieri si è trasformato in grido profondo. È un grido assordante che nonostante tenti di soffocare si impone con forza. E in un attimo mi accorgo che io stessa vorrei gridare, forte, fortissimo.

Svesto le mie parole di ogni fragilità, di ogni timore. Sono parole fragili, ferite nel profondo dal vergognoso codardo silenzio della Scienza. Sono parole tradite da chi ha scelto di fare di me un’icona di dolore da cui fuggire. Sono parole nascoste e sole, vittime dell’impossibilità di dire. Sono parole impotenti, prese in ostaggio da una potente triplice stretta. Il potere distruttivo della sua morsa sembra avermi in pugno, tenta di togliere dignità ai miei sentimenti, vorrebbe negarmi di esistere.

La Scienza mi ritiene colpevole. Colpevole di essere troppo. Troppo forte, troppo consapevole. La mia forza è stata svilita, il mio coraggio bistrattato. Il mio sapere, la mia dialettica, la fierezza e la determinazione con cui non accetto la resa, la mia instancabile capacità di determinarmi sono diventate armi con cui sferzarmi pesanti attacchi personali. Aver reso lo straordinario ordinario, lottare strenuamente per trasformare il niente in tutto, non scendere mi al compromesso del giudizio sono diventate doti da condannare.

E se per la scienza io resto quel limite, quella rarità di cui non farsi carico, quel numero su cui continuare a guadagnare altri grandi numeri ma non meritevole di spesa, per il mondo resto quello specchio davanti al quale voltarsi dall’altra parte.
L’immagine riflessa è il mostro che mostrerebbe al mondo paure, limiti, pesanti fardelli che senza appartenermi diventano pesanti divisivi macigni. La mia diversità è diventata colpa, è diventata difetto, si è sporcata di bruttezza, di pietismo, ed anche di scherno. Capro espiatorio perfetto e sempre calzante di tutto ciò che di irrisolto si nasconde dentro l’anima di chi guardandomi finge di vedermi.

Questa mia forza, ormai per tutti un fuoco spento, è lava liquida coperta da cenere, quella stessa cenere con cui ho coperto anche la mia anima. Ed è dalla cenere che divamperà quel fuoco mai spento della mia ennesima rinascita. Ho scelto il silenzio, l’ho reso scudo, alleato attento e magnanimo. L’ho scelto perché gridare al mondo ogni pesante accusa, ogni torto subito, ogni vessazione, ogni umiliazione accrescerebbe il cumulo di terra bruciata che tutto intorno a me si scaglia. È una distanza che sembra irrecuperabile. È la terra di nessuno, ma è il mio posto nel mondo oggi. Io fiore del deserto. Io ginestra in fiore.

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