Intervista a Bruno Di Giacomo Russo: diritti, confini, giovani

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Brandon hoogenboom
Brandon hoogenboom

Bruno Di Giacomo Russo ci parla della situazione ucraina e diritti, dei confini sempre più labili e dell’importanza dei giovani…

di Sofia Segre Reinach

Devo essere onesta. Questa intervista non me la merito. Un po’ come con la matematica, tutto ciò che riguarda norme e leggi, l’ho sempre vissuto come qualche cosa di troppo complicato per me. Ho sempre usato la materia del diritto e della giustizia, per interrogarmi sulle questioni dell’Uomo e della società, e capire quale fossero i miei valori, per cosa lottare. Senza immergermi però davvero nella competenza. Ma in questi anni, caratterizzati dalla pandemia e da guerre sconvolgenti, ho sentito insieme ai miei colleghi del Bullone, di cercare di capire dove stiamo andando. Quali sono i confini tra la libertà collettiva e individuale? E tra persone e Stati? Ci viene in soccorso il professor Bruno Di Giacomo Russo, professore di Diritto Costituzionale, e molto altro, all’Università di Milano Bicocca.

christian lue
Credits: christian lue

Bruno di Giacomo Russo sulla situazione ucraina

Professore, è scoppiata la guerra in Ucraina. I civili fuggono e la Storia ci insegna che spesso una volta al confine con un Paese vicino, vengono rimandati indietro. Chi ha ragione? 

«Nel momento in cui un Paese ne attacca un altro, è conseguenza ovvia che la maggior parte della popolazione si deve allontanare per rifugiarsi. Sin dal 1948, la Costituzione italiana si pone con spirito solidarista e di accoglienza rispetto coloro che scappano a causa della mancanza di “libertà democratiche“. Coloro vedono negati i diritti fondamentali. Prevede quindi di accogliere i richiedenti asilo e riconoscere lo status di rifugiati. Questo spirito si basa su alcuni principi fondamentali, come quello della Pace, e quello internazionalista che comporta la condivisione con gli altri Paesi di politiche e problematiche della società». 

E l’Unione Europea?

«Siamo ancora in una fase di “criticità europea” in cui emergono con chiarezza le difficoltà legate alla debolezza istituzionale della UE. Al di là delle difficoltà finanziarie ed economiche, oggi emergono i problemi rispetto alla difesa e alla politica estera. Siamo di fronte alla situazione in cui l’Europa non è in grado di rappresentare l’intera organizzazione europea con un’unica voce e non è in grado di scegliere autonomamente cosa fare. L’aggressore è a conoscenza della debolezza di questa struttura!». 

markus spiske
Credits: markus spiske

Confini e libertà nazionali

Qual è il confine tra la violazione della sovranità nazionale e il diritto dell’autodeterminazione dei popoli? 

«Siamo di fronte a un problema di diritto internazionale: se da una parte si prevede l’autodeterminazione dei popoli, questo diritto va bilanciato con il divieto all’aggressione di altri Paesi e alle responsabilità internazionali conseguenti. Nel discorso di Putin prima dell’attacco, si ha l’impressione che il suo rifarsi alla storia, ai confini originali, a Lenin, sembri più un preteso per giustificare un’aggressione che invece ha molto di politico ed economico, con interessi di grande importanza. L’autodeterminazione dei popoli si può preservare con un percorso diplomatico». 

Rapporto tra Storia e confini. Fino a che punto possiamo rivendicare un territorio definendolo «nostro» in un mondo che sta cambiando, nella sua fluidità?

«È un tema complicato. Dobbiamo domandarci se lo Stato giuridico dei cittadini, e la dimensione dello Stato come l’abbiamo concepita nell’800, non rappresentino due pezzi di antiquariato della modernità politico-giuridica. Putin ha riunito i 31 uomini più ricchi dell’Unione Sovietica, non un Parlamento. La globalizzazione è ormai un concetto economico e non giuridico, che va oltre i confini del diritto, dimostrando le difficoltà e l’arretratezza di concezioni come quelle di Stato o cittadinanza, di fronte a confini sempre più labili, a prospettive immigratorie che mettono in discussione questa struttura. Parlando di fluidità, ricordo Baumann, ma anche Cassese e il tema della Crisi dello Stato, caro già a Santi Romano nel 1921».

logan weaver
Credits: logan weaver

Diritti e immigrazione

Pensando all’immigrazione, alla convivenza umana, cosa dovremmo cambiare a livello normativo? 

«Le norme sono sempre il riflesso della politica e della cultura di una società. Da anni si discute del disegno di riforma della legge 91, sulla cittadinanza italiana. Si parla di Ius Culturae, per andare al di là della dicotomia tra Ius Soli e Ius Sanguinis. È il riflesso di una cultura che viaggia verso la “fludità” di cui parlavamo. Ma gli esseri umani non sono codici fiscali. Dovremmo aspettarci un nuovo umanesimo che ci faccia ripensare al valore delle persone. Usare il pretesto del confine per invadere un altro Paese ci deve far pensare come dimentichiamo facilmente il valore della vita. La nostra Costituzione già nel ‘48 dava un segno di rottura con il passato, nasceva la concezione per cui lo Stato è lo strumento per il perseguimento del benessere della persona. Regola fondamentale per rimescolare le carte. Come ricorda Papa Francesco: non può essere trascurata».

Qual è il rapporto tra Costituzione e Stato d’emergenza? Tra diritti democratici ed emergenza? 

«Con il dilagare della pandemia è stato scelto di applicare lo Stato di emergenza, che comporta la sospensione di alcuni diritti costituzionali. Lo Stato che subentra nei casi di emergenza, sospendendo alcuni diritti, non è uno Stato totalitario. Il governo deve combinare l’aspetto procedurale con un diritto fondamentale, in questo caso quello alla Salute, che è riconosciuto non solo nella sua dimensione eventuale, ma nella sua dimensione collettiva, di interesse generale, che il governo deve perseguire. A fronte di questo bilanciamento tra interesse della collettività a stare meglio: ospedali vuoti, pochi ammalati, possibilità di continuare a curare altre patologie, è possibile sospendere altri diritti. A fare il pedante giurista, potrei dire che lo strumento del DPCM ha vacillato un pochino dal punto di vista formale, ma a monte vi era comunque un decreto legge che sosteneva l’esercizio di questo potere».

clay banks
Credits: clay banks

Giovani e libertà in stato di emergenza

Qual è il confine tra lo Stato che vuole imporre una vaccinazione, senza dichiarane però l’obbligo, e la libertà di un cittadino a rifiutare? 

«Fin dall’inizio della pandemia, l’organo costituzionale aveva dichiarato di come l’obbligo del vaccino fosse lecito e applicabile. Ci sono state difficoltà politiche figlie di una cattiva conduzione della pandemia a livello mediatico che, a mio avviso, è stata confondente e divisiva, creando un sistema traballante e di incertezza e ne paga ancora le conseguenze. Si pensi che, rispetto al 1973, anno dell’ultima grande vaccinazione di massa, quando tutti erano corsi ai vaccini senza dubbi, oggi siamo una democrazia più populista, spettacolare».

In questa confusione, come possono muoversi i giovani? Crede ancora nella Costituzione? Cos’è la giustizia?

«Credo nei giovani. Oltre all’Università, insegno educazione civica nelle scuole. Le aule sono piene di ragazzi interessati e determinati. Dobbiamo ascoltarli, spesso sono loro ad avere soluzioni. Hanno purezza riguardo alle dinamiche politiche e sociali, rispetto ad una classe dirigente che guarda solo al proprio orticello. Credo nella Costituzione: senza la situazione sarebbe molto peggio. Penso alla reciprocità in questa fase di PNRR: è inutile pensare che lo Stato da solo sia in grado di gestire 300 miliardi. Il risultato è la giustizia. Oggi si parla di giustizia ambientale e sociale, ma c’è un problema di giustizia culturale. I premi Nobel degli ultimi anni evidenziano che la più grande disuguaglianza è quella culturale. Ciò si riflette su quella sociale ed economica. Credo che usare la Costituzione come bussola, come ho scritto nel mio libro: La bussola costituzionale, possa portare a una democrazia più giusta». 

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