Intervista impossibile a Piero Ottone, ex direttore Corriere Della Sera dal 1972 al 1977, interpretato per l’occasione dal figlio Stefano Mignanego.
di Ada Baldovin
Lo aspetto seduta al tavolino di un bar all’angolo di via Solferino. I pollici premono veloci lo schermo del telefono mentre trascrivo gli ultimi pensieri che per l’ansia si rendono fugaci. Alzando lo sguardo lo vedo arrivare: ha un passo deciso ma sereno. Appena si avvicina al tavolino allungo la mano e scatto in piedi per accoglierlo, ma con un cenno mi sorride e mi chiede di sedermi. Ha un stretta di mano salda. «Cominciamo?», mi chiede. Pietrificata, sapendo che sto per intervistare un ex direttore del Corriere della Sera, riesco ad accennare solo un timido «sì» con la testa. Intervista impossibile a Piero Ottone:
Come è iniziata la sua carriera?
«Ho iniziato da giovanissimo, dopo aver incontrato il direttore della Gazzetta del Popolo, Massimo Caputo, durante la guerra. La mia fortuna fu di sapere bene le lingue, inglese e francese. Cominciai poi subito dopo a fare il corrispondente da Londra, prima per La Gazzetta e poi per il Corriere. Ebbi dunque la fortuna di iniziare la mia carriera all’estero. Fui addirittura uno dei primi corrispondenti da Mosca».
In merito alla Russia, cosa ne pensa di quello che sta succedendo in questo momento?
«Condanno fortemente quello che sta facendo Putin. Già durante la mia esperienza in Russia sono stato sottoposto a censura; per quello mi sono sempre ispirato al giornalismo inglese, che ho portato in Italia quando sono diventato direttore del Secolo e poi del Corriere negli anni 70. Delle vere rivoluzioni, come le fonti multiple. Bisogna sentire sempre più voci, altrimenti sarebbe un’informazione squilibrata. Oggi è abbastanza banale, all’epoca invece erano novità molto forti».
Come si identifica una fonte valida?
«È un discorso molto importante, perché sulla base delle fonti tu fai il tuo lavoro. Sta alla bravura del giornalista saperci accedere. Poi le devi sempre richiamare. “È scoppiato un incendio a Londra”, no, devi dire: “Il capo dei pompieri dice che è scoppiato un incendio a Londra”. Sempre affermare la fonte, perché se non l’hai visto di persona non puoi dire in termini assoluti che è successo quel fatto. C’è poi il discorso complesso dell’obiettività: una cosa è raccontare i fatti, un’altra è poi commentarli».

Piero Ottone sul giornalismo
Si riesce sempre ad arrivare alla verità?
«Non sempre. Molti sostengono che questo non sia possibile. C’è sempre stato molto dibattito. Bisogna raccontare il fatto con oggettività completa ed esauriente, in funzione del lettore. Poi sarà il lettore a giudicare se gli piacerà o meno».
Tra le innovazioni che lei ha portato all’interno del Corriere, c’è sicuramente la riunione del mattino. Come è nata l’idea? Come è stata presa dai giornalisti?
«All’inizio molti erano infastiditi di venire al mattino per partecipare alla riunione delle 11.00 (all’epoca si andava al giornale verso le 16.30). Ho imposto queste riunioni sull’ispirazione delle regole anglosassoni imparate quando ero a Londra. Dopo un po’ tutta la redazione si convinse dell’utilità di questa iniziativa. Al mattino si considerava il giornale fatto la sera prima, si leggevano le notizie dei concorrenti e si pianificava il giornale del giorno dopo. Questa, che prima era un’innovazione, diventò poi una consuetudine usata in tutto il mondo giornalistico».
Questo ha aiutato il Corriere a diventare il quotidiano che tutti conosciamo?
«Il Corriere era già il primo giornale italiano e uno dei primi europei, poi lo diventò ancora di più. Era molto rispettoso del lettore (devi sempre esserlo). Ricordo che quando arrivavano le lettere di critica, regolamentai che il giornalista non rispondesse, poiché aveva già il coltello dalla parte del manico. Se il lettore critica, lasciamo che lo faccia, pubblichiamo la critica senza mettere a corredo la risposta. Così diventammo un punto di riferimento, un giornale che accompagnava nella quotidianità. Aprire il dibattito a voci differenti, dando la parola a chi non la pensava allo stesso modo, era un elemento di arricchimento».
Riguardo questo, qual era il rapporto con Pasolini?
«Pasolini era un personaggio molto di rottura e il Corriere spesso non condivideva le sue idee. Mi piace citare un episodio: prima ancora di collaborare col giornale, Pasolini mi scrisse delle lettere di forte critica sulla presa di posizione del Corriere rispetto alla guerra in Vietnam. Erano molti forti. In alcune di queste, mi definiva anche con termini aggressivi “direttore sei laida puttana”. Molti avrebbero messo Pasolini nella lista nera, mentre io aprii una collaborazione. Lui mi fece delle offese personali, ma sarebbe stato un errore da parte mia anteporre le questioni di carattere personale all’interesse del giornale. Pasolini divenne poi un grande collaboratore del Corriere».

I rapporti nel Corriere
Qual è stato invece il rapporto con Indro Montanelli?
«Di questo mi piace molto parlare. Ho sempre definito Montanelli il più grande giornalista italiano, anche dopo la rottura col Corriere. All’epoca Montanelli in un’intervista disse che sarebbe stato disponibile a fondare un nuovo giornale, perché il Corriere fatto da me non gli piaceva (anche se su questo ho dei dubbi). Se un dirigente della Fiat vuole fondare una nuova casa automobilistica, è difficile che possa rimanere in azienda. Con molto dispiacere dovetti allontanare Montanelli dal giornale, in accordo con l’editore. Però alla fine, (mio figlio ne è testimone) siamo tornati a frequentarci. L’episodio venne superato, anche se molti hanno continuato a strumentalizzarlo. Ho sempre affermato che Montanelli sarebbe stato il più grande direttore del Corriere della Sera. Fui io stesso a raccomandarlo, quando nel ’77 decisi di lasciare il giornale».
Che consigli darebbe a un giovane che si vuole approcciare al mestiere di giornalista?
«Da anziano, nel mondo digitale non saprei dare una risposta. Il giornalista ha il compito di dare una visione assoluta di quello che succede nel mondo e NON DEVE avere una funzione educatrice. Guai a pensarlo! Questo è sopravvalutare la professione. Si deve raccontare quello che succede nel mondo nella maniera più qualificata e attendibile possibile. Dire che il giornalista deve educare la gente, è dire una cosa priva di senso. Cerca di imparare il mestiere e rimani curioso. Se sei curioso sai fare le domande giuste e sai tirar fuori le notizie».
C’è qualcosa di cui è vietato parlare nel giornalismo?
«Questo è difficile da rispondere. Il giornale è a servizio del lettore e il giornalista è un tramite tra quello che succede e quello che vuole sapere il lettore. Bisogna essere sempre aperti a tutto quello che succede, ma in certi casi bisogna fare una riflessione in più. Se hai in mano le formule della bomba atomica, non scriverle, altrimenti metti in crisi la sicurezza dello Stato. Fermo restando che la censura nel mondo dell’informazione è una cosa da tenere ben alla larga».
Qual è stato il più grande insegnamento che ha dato ai suoi figli?
«Devi imparare, in qualunque mestiere tu faccia, a coltivare degli hobby – per me è la vela – perché questo ti renderà la vita molto più serena. Una volta non divenni ministro perché quando ci fu la crisi del governo Fanfani io ero per mare con la mia famiglia. Poco male, non era il mio mestiere».