Malati e detenuti. Abbattiamo i confini con Associazione InOpera

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Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli
Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli

Il dialogo tra i ragazzi malati del mensile Il Bullone e i detenuti della casa di reclusione di Opera per abbattere confini e pregiudizi. L’importanza di aprirsi al dialogo

di Edoardo Grandi

Cari «abitanti» di via Camporgnago 40, a Opera,

vi saluto in questo modo perché così ci siete stati presentati all’inizio del nostro recente incontro.

Non so se questo sia dovuto a una forma di giusto rispetto per voi, se sia un eufemismo o un termine politicamente corretto. So solo che mi ha fatto una certa impressione: io posso abitare dove mi pare, scegliere la mia casa, cambiarla quando voglio, traslocare, decidere con chi vivere. Voi no. Questa residenza forzata vi è stata imposta dalle circostanze, e state scontando una pena come detenuti.

Non conosco le singole cause che vi hanno portato ad «abitare» in carcere, né provo una morbosa curiosità nel volerlo sapere. Quello che mi interessava sapere e sperimentare quando ci siamo visti, è se esiste una differenza tra «noi» e «voi» da un punto di vista umano.

Alcuni momenti dell’incontro tra i B.Liver e i detenuti di Opera. Foto: Iris Lenzi
Alcuni momenti dell’incontro tra i B.Liver e i detenuti di Opera. Foto: Iris Lenzi

Noi e voi senza confini

Appena siamo entrati nella sala teatro della casa di reclusione, piuttosto affollata, la demarcazione pareva netta: una metà della platea occupata da voi, l’altra da noi. In mezzo, a separarci secondo rigide regole, un corridoio. Una divisione fisica, visibile e tangibile.

Mi sono sentito a disagio e ho provato fastidio, non riuscendo neanche lontanamente a immaginare quello che potevate provare voi, cui veniva concesso un piccolo assaggio di libertà dalla routine quotidiana, grazie a un incontro con gente proveniente da fuori.

Avvertivo una certa tensione nell’aria, una specie di sottile elettricità, dovuta forse anche alle aspettative. Cosa sarebbe successo? Che tipo di confronto sarebbe stato? Quali i punti di contatto, quali le eventuali divergenze? Nessuno poteva predirlo.

Dopo le presentazioni di rito, un po’ formali e ingessate, ma con tutto il pubblico molto attento, la nostra Martina ha preso il controllo delle operazioni, cercando di rompere il ghiaccio. Impresa molto ardua, ma in cui è man mano riuscita, grazie alla collaborazione di tutti.

Prima ha chiesto l’aiuto di uno di voi, invitandolo a tracciare sul pavimento del palco insieme a lei un rettangolo di nastro adesivo. Perché? Ci chiedevamo tutti, tra la curiosità e qualche sghignazzo per questa insolita performance, mentre due di noi creavano un leggero tappeto musicale con la chitarra acustica. La risposta è arrivata presto. Martina faceva delle domande, del genere: chi ha mai fatto la tal cosa? Chi si è mai sentito in questo modo? Le persone che rispondevano positivamente all’interrogativo venivano fatte salire per un attimo sul palco all’interno del rettangolo. Ed eccole lì, incasellate, con il nastro che segnava dei precisi confini, delimitava categorie.

Alcuni momenti dell’incontro tra i B.Liver e i detenuti di Opera. Foto: Iris Lenzi
Alcuni momenti dell’incontro tra i B.Liver e i detenuti di Opera. Foto: Iris Lenzi

Confini, categorie e…condivisione

Confini, categorie, generalizzazioni, ma anche condivisione: queste sono state le parole chiave del nostro incontro con voi, cari abitanti di via Camporgnago 40.

Infatti, superato il momento di questa dimostrazione «muta», sono cominciate ad arrivare le testimonianze verbali in merito a questi temi, tra qualche imbarazzo e reticenza, ma anche momenti di allegra caciara. Chi parlava veniva chiamato a restare sul palco, tutti insieme, senza divisioni (forse con qualche occhiataccia da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria, ma non ne sono certo, così calamitato com’ero da quanto accadeva di fronte a me).

Tra i B.Livers c’è stato chi ha parlato della malattia, dei confini che impone, dei limiti in cui la vita ti costringe. E da molti di voi ho sentito parole sincere di partecipazione, autentiche, commoventi. Sì, è stato commovente sentire questa vicinanza tra tutti, attenuando finalmente la separazione tra «noi» e «voi», perché le emozioni non vanno censurate, non vanno annullate da un inutile e bieco cinismo, fanno parte della natura umana.

A voi confini e limiti sono stati imposti dalle circostanze, in seguito ad errori commessi, ma chi non ne fa? Sono convinto che tutti, nella vita, prima o poi ne abbiamo compiuti. Mi ci metto subito anch’io. Ma in quella sala nessuno era lì per giudicare, e lo dico senza nessuna facile retorica. Eravamo tutti lì per partecipare, per condividere, per capirci, per spartire i nostri sentimenti in comune di esseri umani.

E molto è stato condiviso, indagando senza forzature nel profondo di ognuno, e pure con un tocco di leggerezza. Sono saltati fuori il timido, lo spaccone, il professore, il poeta, il giovane, l’anziano, l’arrabbiato, il pacifico e tanti altri ancora, in un crescendo di adesioni, con il palco che si affollava sempre più. Botta e risposta continui per ogni testimonianza, in sintonia, in un consesso estremamente civile, così come dovrebbe sempre essere in ogni contesto della società. Accordi e disaccordi, ma in pace, con garbo, che non è una semplice manifestazione di bon ton, ma autentico rispetto per l’altro, anche se la pensa diversamente.

Malati e detenuti, solo PERSONE

Ampio spazio è stato dedicato, in modo del tutto spontaneo, ai pregiudizi di vario genere, ai confini che questi comportano, e al modo di superarli. Chi aveva qualcosa da dire l’ha fatto senza remore, si trattasse di razzismo o questioni inerenti all’orientamento sessuale.

Difficile, certo, e molto delicato, ma direi che ci siamo tutti riusciti alla grande, nonostante la complessità dell’argomento. Oltre ai limiti del pregiudizio, qui si è sconfinato davvero: le varie dichiarazioni hanno toccato uno dei momenti più alti del nostro incontro: niente più «noi» e «voi», ma un unico gruppo di PERSONE, ciascuna con la propria esperienza, spesso dolorosa e sofferta, ma raccontata con mente e cuore aperti. Accettare l’altro, la persona considerata diversa, che si tratti di un detenuto, di un disabile, di un malato, di chi ha un colore della pelle differente dal proprio, di chi ha una cultura e modi di vivere di altro tipo. Accettazione e comprensione, senza soffermarsi su impressioni superficiali. Questo è emerso, prepotentemente. Parole d’ordine imprescindibili per chiunque.

Ragionando ancora sul senso dei confini e dei limiti, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che questi non abbiano sempre una connotazione negativa. Per una convivenza civile e responsabile, dobbiamo infatti tenere in considerazione gli altri, non possiamo comportarci come diavolo ci pare: ci vuole rispetto per l’altro, e questo appare come un limite necessario e positivo. Inoltre ogni confine, che per definizione separa due entità, è anche la linea di contatto tra le entità stesse. Contatto che implica confronto, conoscenza, approfondimento, scoperta.

Cari amici, il tempo è trascorso veloce tra di noi. Più di due ore per me passate in un lampo, in modo interessante e coinvolgente, denso di emozioni e sorprese. Mi auguro che sia stato lo stesso per tutti. Quando è arrivato il momento di lasciarci, abbiamo indugiato a lungo in strette di mano, saluti commossi, e di nuovo ulteriori commenti o parole scherzose.
E pensando alle ferite che tutti, indistintamente, ci portiamo dentro, non ho potuto fare a meno di ricordare un verso di una celebre canzone del grande Leonard Cohen, che tradotta suona così: «C’è una crepa, una crepa in ogni cosa: ed è così che entra la luce».

Credo che il nostro incontro, il nostro scambio di idee ed esperienze, abbia lasciato un segno in chiunque abbia partecipato, un segno che arricchisce. A tutti va la mia gratitudine.

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