La storia di Alessandra e dei suoi bambini

Autori:
Ben Wicks
Ben Wicks

Userò nomi di fantasia per tutelare la privacy dei bambini e della famiglia che incontro. Alessandra, di Milano…

di Cinzia Farina

Userò nomi di fantasia per tutelare la privacy della famiglia che incontro. Alessandra è una bravissima interprete di Milano e mamma di tre bambini. Le chiedo cos’è accaduto il giorno che ha trasformato la vita a lei e a suo marito. La prima volta che i loro occhi si sono incrociati con quelli dei loro bambini
Nel 2014 partono dall’Italia per il Brasile. Ecco il giorno così tanto desiderato: si trovano a San Paolo in tribunale, i bambini in una stanza e loro in un’altra nell’attesa di conoscersi. 

Alessandra: «Ricordo il più piccolo dei tre che all’epoca aveva quattro anni ed era sotto peso, è scappato correndo nel corridoio. Abbiamo visto quella scheggia passare, mio marito mi ha sussurrato che secondo lui era il piccolo Edo; in effetti aveva proprio ragione». Nel frattempo sono arrivate anche le due bambine di sei e sette anni. Erano tutti e tre molto magri, più piccoli rispetto ai bambini della loro età, non avevano certo passato degli anni facili. 

Interrompo Alessandra chiedendole se c’era un motivo nella scelta di quel Paese; «L’ente a cui abbiamo dato mandato lavorava soprattutto con Brasile, Colombia, India, e siccome noi eravamo aperti a fratrie, ci hanno indirizzato verso il Brasile. Inoltre, avendo studiato anche portoghese, ho pensato che non avrei avuto problemi ad interagire». Infatti, mi racconta che riuscire a comunicare da subito ha aiutato un po’ i bambini a stemperare l’ansia del momento. 

Avverto nel suo cambio repentino di voce lo stesso entusiasmo che avrà provato ai tempi dell’integrazione con il luogo; quando descrive quel mese e mezzo vissuto in Brasile.
«Mi sono innamorata del posto, delle persone, ci siamo certo dovuti abituare ai loro ritmi più lenti e rilassati rispetto ai nostri. Ad esempio, quell’estate c’erano i Mondiali di calcio, e prima della partita chiudevano tutti i negozi. Le persone sono molto ospitali e per qualsiasi cosa avessimo bisogno si prodigavano tutti».
Arriva la partenza per l’Italia. Non certo facile per i due neo genitori e i tre bambini. Entrare nel loro mondo senza fare troppo rumore, con la paura di sbagliare ad ogni minimo passo. 

Bernard Hermant
Credits: Bernard Hermant

Bambini in Italia

«Il primo giorno a casa abbiamo dormito ad oltranza, eravamo tutti molto provati emotivamente. Abbiamo iniziato in punta di piedi a far conoscere loro i nonni; poi gli altri parenti, ma lentamente. Era estate e li portavo al parco cercando di farli socializzare con i pochi bambini rimasti in città». Passati quei mesi, arriva settembre con l’inizio della scuola; l’integrazione con gli altri bambini, che avviene nel modo più semplice e naturale. Sottolinea di come i bambini a quell’età siano la parte migliore dell’umanità; «Crescendo, ora che sono adolescenti, qualche volta devo intervenire a casa per medicare le loro ferite interiori e cercare di spiegar loro il perché; quel perché che oggi non dovrebbe più essere richiesto».

Parla di qualche episodio di razzismo, di superficialità, di ignoranza, di come i tre bambini lo vivano in modo diverso. Ad esempio, dice che la secondogenita, Ludovica, si piace molto ed è orgogliosa delle sue particolarità, dei tratti brasiliani, del colore della pelle più ambrata; mentre  la più grande, Eleonora, e il più piccolo, Edo, ne soffrono molto. Alessandra cerca di inquadrare il problema nell’età; per aiutarli fa finta di sdrammatizzare. Spiega loro che i ragazzini a volte parlano senza pensare; racconta che c’è chi viene preso in giro per un motivo chi per un altro; che da grandi queste cose non dovranno certo più succedere. 
«Insegno loro ad andare orgogliosi delle differenze; di farne un punto di forza per diventare degli adulti risolti e non temere l’ignoranza che potranno magari incontrare. Ora però, sono in un periodo complicato, nell’adolescenza quasi nessuno si piace, quindi hanno anche questa aggravante». 

Sottolinea di aver riscontrato anche un po’ di ignoranza da parte di alcuni insegnanti e vorrebbe evidenziarlo. I suoi bambini a volte quando vengono divisi in gruppi per fare delle ricerche, sono messi in quello dei figli degli immigrati. Già il tutto è poco inclusivo, ma trattandosi di bambini adottati da famiglie italiane, la confusione diventa disorientante. 
«Certo sono nati in un altro Paese, e io cerco di mantenere le loro origini, ma ora sono italiani. Bisognerebbe, come si dice nel mondo dell’adozione, insegnare la cultura dell’adozione, delle linee guida, invece in tante occasioni viene trattata in modo superficiale. Ignoranza a livello istituzionale: nelle scuole dovrebbe esserci un referente per le adozioni, ma molto spesso non c’è». Le chiedo se, visto che andiamo verso un mondo globalizzato, le diversità che ognuno di noi ha assumeranno una forma più silenziosa.

La sua voce diventa severa nel sottolineare che certo andremo verso quella direzione; ma l’Italia non si è evoluta «Siamo ancora in una terra di mezzo; se continua così, consiglierò ai miei ragazzi di proseguire gli studi in un altro Paese».
Alla fine della nostra chiacchierata, visto che lei e suo marito hanno fatto della convivenza, domando loro cosa pensano di questa guerra. «Ci ha toccato di più perché è vicina a noi; ci sono purtroppo molte altre guerre che vanno avanti da anni, il motivo è sempre lo stesso: inciviltà, non rispetto verso gli altri popoli. A mio avviso bisognerebbe viaggiare di più; imparare tutte le culture; fare interscambi curricolari con alunni di altri Paesi; vedere le particolarità dell’altro come un valore aggiunto.

Diventerebbe tutto normalità e non ci si soffermerebbe più sul diverso. In una società sempre più multietnica, favorire una corretta interazione tra bambini aiuterebbe ad entrare in una convivenza sempre più inclusiva per tutti».

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