Eva Cantarella: la democrazia parte dalla scuola

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Eva Cantarella (Roma, 28 novembre 1936) è una storica, giurista, sociologa e accademica italiana, che si occupa della società antica.
Eva Cantarella (Roma, 28 novembre 1936) è una storica, giurista, sociologa e accademica italiana, che si occupa della società antica.

La prima volta che conobbi Eva Cantarella era il 1997; poi fu il 1998 e così fino al 2001, nel triennio 2002-2004 e nel biennio 2005-2007…

di Fiamma Colette Invernizzi

La prima volta che conobbi Eva Cantarella era il 1997. Poi fu il 1998 e lei era ancora lì. E così fino al 2001. Lo stesso anche per il triennio 2002-2004 e anche il biennio 2005-2007. Sempre presente, davanti a me, con il suo nome stampato sulla copertina dei libri di storia. Ogni settembre era una delle poche certezze. Cambiavano i professori, le aule e i compagni di banco, ma lei c’era tra le pagine lucide, le immagini e le didascalie. Intervistare Eva Cantarella è stato come intervistare l’insieme di tutti quei libri, tra storia greca e futuro, antica Roma, guerra e tecnologia.

Una definizione, più di tutte, però, mi preme chiedere a lei: quella di «democrazia». Una definizione non etimologica. Ricordo ancora quella delineata sul sussidiario in cui si diceva che «democrazia deriva dal composto di demos-popolo e cratos-potere; indicando la forma di governo in cui il potere risiede nel popolo» – ma puramente umana, contemporanea. Con in testa disuguaglianze, crisi climatica, conflitti e periodo pandemico. Mi domando che cosa sia davvero democratico, ma a lei pongo una questione ancora più ampia: quale dovrebbe essere il maggior simbolo di democrazia, oggi? Il più evidente, il più sfacciato, il più emblematico manifesto di questo termine dalle origini antichissime.

«Sono due, le icone di democrazia che mi vengono in mente», mi risponde con una profonda quiete. «Ed entrambe non sono per nulla scontate». Attendo qualche secondo e non resisto, la incalzo. «È molto semplice, la prima è la scuola pubblica. Una scuola esclusivamente pubblica. E partiamo da qui. Sono convinta che i bambini, tutti, debbano ricevere la medesima istruzione. Niente scuole private, niente scuole elitarie, perché è proprio lì che si alimentano le differenze. Le disuguaglianze di nascita esistono, purtroppo, legate alla geografia o alla famiglia di provenienza. Ecco, la scuola pubblica renderebbe possibile distribuire un’educazione uguale per tutti. Democratica. Un luogo in cui sia possibile la frequentazione di persone dalle estrazioni sociali e dalle culture più diverse, riunite sotto il cappello della cultura». Mi torna nuovamente in aiuto l’etimologia, questa volta legata proprio al termine «scuola».

Sorrido al pensiero, riflettendo di come nell’antica Grecia skholé inizialmente indicasse l’ozio e l’occupazione piacevole del tempo libero, per poi passare a definire la discussione e la lezione. Un balzo che ricorda quanto fosse difficile accedere a un’istruzione, a un maestro o ad una singola aula. Un tema di «difficoltà di accesso» che ben si è manifestato anche in questi anni pandemici. «La tecnologia in sé», prosegue Eva Cantarella, «può sicuramente aiutare. Ma di nuovo, come evitare l’ingiustizia? Quanti bambini hanno potuto accedere agli strumenti tecnologici e alle lezioni online? Quante famiglie sono state veramente affiancate in un percorso di alfabetizzazione digitale? Ecco, anche qui, come per la scuola, prima di tutto bisognerebbe rendere l’accesso alla tecnologia uguale per tutti. La tecnologia non è in sé democratica, dovrebbe essere resa tale. Democratica in quanto accessibile a tutti. I greci, in questo, avevano anticipato già tutto».

Prometeo
Prometeo

Eva Cantarella tra scuola e tecnologia

Resto in ascolto di questa voce. «Già nella Atene del V secolo a.C. cominciava a farsi sentire qualche interrogativo; qualche dubbio sul futuro che riguardava, in particolare, i possibili effetti del progresso, della tecnologia. A farsi portavoce di un’etica della responsabilità umana fu Sofocle. A seguito delle parole scritte da Eschilo che, nel suo Prometeo Incatenato mostra lo stesso Prometeo orgoglioso del suo gesto, del suo furto del fuoco. Un eroe che rivendica i suoi meriti nei confronti dell’umanità; senza il fuoco essi non avrebbero conosciuto le technai e non avrebbero avuto gli strumenti che avevano consentito loro di intraprendere la via del progresso».

Attendo qualche secondo e nel turbinio di riferimenti e pensieri rifletto sulla labilità del confine tra buono e cattivo uso della stessa techne. «Ma vi era anche chi non condivideva l’illimitato ottimismo nell’effetto salvifico del progresso», continua pacatamente Eva Cantarella, come narrando una storia antica di cui conosce ogni piega. «A nemmeno trent’anni dalla messa in scena del Prometeo Incatenato, Sofocle porta a teatro l’Antigone in cui, alla techne spetta un ruolo infausto, divenendo la cosa dalla quale l’umanità, facendone cattivo uso, avvia la polis alla distruzione. Un’arma a doppio taglio, tanto meravigliosa quanto terribile, di cui abbiamo esempi eclatanti in tutta la storia, se arriviamo a pensare alle guerre mondiali nel Secolo scorso».

Un viaggio tra democrazia, tecnologia e storia mi riempie i respiri e i sorrisi, come se avessi scorso tutte le pagine dei suoi, dei miei, libri di scuola. L’altra icona di democrazia?, le chiedo, ripensando all’apertura della conversazione. «L’altro elemento fondamentale, al pari della scuola, è l’assistenza sanitaria pubblica. Per tutti. Davvero democratica. So che farò un discorso forse scomodo, ma secondo me non dovrebbero esistere gli ospedali o le cliniche private. Così come la scuola si dovrebbe prendere cura di tutti i cervelli nella medesima maniera; allora anche la sanità pubblica dovrebbe occuparsi allo stesso modo di tutti i corpi, senza distinzione alcuna. Però, nel Mondo, siamo purtroppo molto lontani dal raggiungere questo obiettivo».

In mente mi spuntano gli occhi arrabbiati e tristi di Gino Strada e la sua grande lotta contro le mine anti-uomo; nelle sue dure parole in Buskashì: «Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi». Ho un’ultima domanda per la mia saggia interlocutrice: il gesto democratico che desidererebbe vedere nel mondo. Sorride con gli occhi e, senza pensarci troppo, mi confida energica; «Se penso a una cosa, UNA, che potrebbe davvero essere democraticamente sconfitta da tutti noi, insieme, è proprio questo: il cambiamento climatico. Greta ne ha amplificato la voce e noi, tutti, ci dobbiamo impegnare a farla risuonare». 

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