Intervista impossibile a Eugenio Montale, parola chiave: umiltà

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Eugenio Montale interpretato da Max Ramezzana
Eugenio Montale interpretato da Max Ramezzana

Incontrerò Eugenio Montale, uomo dalle mille sfaccettature, tanto che, arriva tenendo sottobraccio i suoi ultimi lavori pittorici.

Eugenio Montale interpretato, per la rubrica Interviste Impossibili, da Adriana Beverini (1950, vive tra La Spezia e Milano. Docente di materie letterarie, scrittrice e giornalista pubblicista, si definisce un’operatrice culturale, una saggista e un’animalista convinta. Ha scritto diversi volumi in particolare sull’amato poeta Montale. Dirige il Premio di poesia LericiPea. Nel 1997 fonda il Premio nazionale Montale fuori di casa).

di Arianna Morelli

Mi trovo nella celebre piazza di Monterosso, in pieno centro storico, su cui si affaccia la torre campanaria di epoca medievale. Mi ha dato appuntamento qui un artista eclettico. Ebbene sì, qui incontrerò Eugenio Montale. Un uomo dalle mille sfaccettature, tanto che, arriva tenendo sottobraccio dei bozzetti, i suoi ultimi lavori pittorici. 

Buon pomeriggio, Eugenio. Ho tante domande da farle sulla sua arte, sulla sua vita. Ecco la prima: quando ha capito che la scrittura e l’arte in generale sarebbero state la strada giusta?

«Buon pomeriggio! Sono cresciuto, fin da piccolo, con la musica. Con un grande amore per l’Opera. Ho studiato per diventare baritono. Lasciai questa strada, quando morì il mio maestro. Poi c’è stata la poesia e infine la pittura. È stato un amore totalizzante quello per l’arte». 

In molti definiscono la sua poesia ermetica, è d’accordo? 

«Non si tratta di ermetismo classico. Il mio non deriva da una volontà di adeguarsi a una tecnica letteraria, quanto piuttosto dall’oggettiva difficoltà che i lettori incontrano nel decifrare i continui riferimenti che sempre si trovano nella mia poesia. Certi rimandi sono criptici e solo chi mi conosce può coglierli».

Ossi di seppia, una sua celebre opera il cui titolo fa riferimento ai residui calcarei dei molluschi che il mare deposita sulla spiaggia, una metafora della condizione vitale impoverita. Come si può vincere tale attrito contro il residuo?

«Accettando la nostra fragile condizione umana che non può sfuggire alla sofferenza. L’uomo vi è destinato. Ho trovato solo nella ‘’Divina Indifferenza’’, in quest’apatia difficilmente raggiungibile, la possibilità di sopportare il dolore della vita. Non si tratta solo di dolore umano, ma coinvolge pure gli animali e la natura». 

Logo Interviste Impossibili di Emanele Lamedica
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In La bufera e altro (1956), la guerra diviene elemento poetico, il male di vivere matura, divenendo universale. Come mai la guerra, elemento solitamente non poetico, diviene cardine di questa raccolta?

«Per me il dolore è connaturato alla vita di tutti e la guerra non è che un momento, un ‘’incidente’’ passeggero di quello che tale condizione esistenziale comporta. Io però, pur avendola dovuta fare, ho sempre odiato la guerra, come ho raccontato in un’intervista con Giorgio Bocca, nel 1977: “Era il 1918 in Vallarsa. Incontrai questo austriaco con le mani alzate in segno di resa. Mi disse qualche parola indecifrabile. Nelle tasche teneva dei libri di poesie invece di munizioni. In quel periodo non ho mai sparato un colpo. Mi ripugnava e mi ripugna l’idea di uccidere. Non credo che si possano abolire gli eserciti. Ma non si dovrebbe uccidere nemmeno in guerra”».

Cosa mi può dire, invece, sulla figura di Drusilla Tanzi, alla quale lei ha dedicato una fra le poesie d’amore più belle: Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale?

«Con Drusilla ho avuto un rapporto d’affetto. Ma non è stata il mio grande amore, anzi, è stata colei che mi ha impedito di realizzare pienamente il mio legame con Irma Brandeis, la letterata ebrea americana che ho amato più di ogni altra donna e che ho cantato sotto il nome di Clizia, il girasole. Dinanzi a una scelta, andare in America con Irma e seguire il mio sogno, o restare con Drusilla, non ho avuto dubbi. Questo anche in nome della Decenza. Con Drusilla si è sempre trattato di affetto, che forse è anche più importante dell’amore».

Lei è un artista poliedrico, ha spaziato dalla pittura alla scrittura, alla musica. Il procedimento di produzione si differenzia nella pittura?

«Ho sempre affermato che la mia vera vocazione era proprio quella pittorica e che sarei stato ricordato più come pittore che come poeta. La realizzazione di un quadro avveniva spesso con materiali inusuali, come ad esempio, i rossetti di mia moglie. Sorrido ancora a pensarci: ho sempre dipinto sul terrazzo, perché Drusilla mi redarguiva sui miei metodi, mi diceva che sporcavo casa con i miei carboncini. I soggetti dei miei quadri fanno spesso riferimento alla natura. Sono stato anche critico. Fra i miei giudizi più interessanti sull’arte, voglio ricordare questo: “L’arte è la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso, un surrogato’’». 

In Non chiederci la parola lei si rivolge al consueto interlocutore invitandolo a meditare sulla crisi di certezze dell’uomo contemporaneo. Cosa direbbe all’uomo moderno? Cambierebbe la sua dedica?

«La dimensione esistenziale dell’Uomo non è cambiata, è la medesima. Come ho scritto in una mia poesia la realtà è che ‘’La vita oscilla/ tra il sublime e l’immondo/ con qualche propensione/ per il secondo”».

Eugenio Montale interpretato da Max Ramezzana
Eugenio Montale interpretato da Max Ramezzana
Eugenio Montale, (Genova,1896 – Milano,1981) Uno dei più importanti poeti italiani del Novecento, ma anche scrittore, traduttore, giornalista, critico musicale, critico letterario e pittore italiano. Nominato nel 1967 senatore a vita, riceve il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. Tra le sue raccolte, Ossi di seppia (1925) e Le occasioni (1939).

In Meriggiare pallido e assorto dice di sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo «seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia». Mi chiedevo se la presenza del sole, che addirittura abbaglia, possa essere qui considerata come uno spiraglio di speranza, di chi spesso ha incontrato il male di vivere?

«No, quel sole accecante è semplicemente il correlativo oggettivo della condizione di dolore a cui gli uomini sono condannati. La luce che abbaglia ci impedisce di vedere, di capire se vi sia e quale sia il senso della vita e dell’esistenza. La muraglia ci chiude emblematicamente in una situazione di dolore, ci impedisce di scoprire se oltre la realtà che appare ci sia qualcos’altro. Io sono uno che per tutta la vita ha bussato alle porte dell’impossibile. Ho cercato una via per la fede. Questa muraglia rappresenta, per me, il doloroso, qualcosa che limita l’uomo all’al di qua, alla realtà». 

I suoi diari si concludono con la raccomandazione ai suoi posteri di fare un bel falò di tutto ciò che riguarda la sua vita. Questa sua umiltà non crede dovrebbe essere un esempio per chi si autoproclama possessore della verità?

«Non mi definirei umile, ma conscio della pochezza della condizione umana. In un’intervista con Raffaele Bandini, nel 1971 scrissi: “La mancanza di amore del prossimo è un peccato capitale. La mancanza di pietà, di carità, di solidarietà umana è certamente un peccato mortale. Va recuperata la naturalità, del mondo antico”». 

Quali modifiche apporterebbe alla sua arte, se ci sono, in una società come quella di oggi, frammentata e vittima di contraddizioni e conflitti?

«Io mi sono sempre ispirato alla decenza quotidiana. Cercate di conservare la decenza, le regole della carità, l’amore che è la più grande forza della vita. Ritengo infatti, che ognuno debba fare tutto quanto è in suo potere se non per migliorare, almeno per non peggiorare il mondo». 

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