Belfast, il film che ci racconta l’immigrazione a seguito delle persecuzioni religiose in Irlanda nel 1969.
Una dedica. Per tutti quelli che rimangono, per tutti quelli che sono partiti e per tutti quelli che si sono persi. Una storia. Quella dell’immigrazione, più vecchia del feudalesimo. E noi siamo stati tutti immigrati, a un certo punto. Per questo ci si può ritrovare in un film dove andare da un posto a un altro può essere liberatorio per fuggire dalle persecuzioni religiose.
Belfast, Ulster, 1969. È l’anno di un’inaspettata (ma per qualcuno inevitabile) rappresaglia contro la minoranza cattolica. Dove un capitolo comincia e per altri finisce, c’è un nuovo inizio per una piccola famiglia protestante. Al giovane Buddy, testimone di un raid incendiario, di colpo il mondo sembra avere un altro significato. Il padre appare sempre più spaventato, la madre diventa severa e protettiva, i nonni cercano di trovare risposte da dargli. La sua amica Moira dà consigli enigmatici su cosa siano i protestanti e i cattolici. Il pastore della sua chiesa lancia minacce al cattolicesimo e gli indica con tono inquietante qual è la strada del male.
Belfast, l’incubo della guerra civile
Il bambino di fronte a queste tante verità cerca di non smarrirsi: il cinema è un rifugio consolatorio, a scuola cerca di piacere alla compagna di banco. Nel clima di paura e di intimidazione che si respira ad ogni fine settimana, in famiglia si comincia a parlare di trasferirsi in Inghilterra, o in Canada, o in Australia: per il padre di Buddy è l’unico modo per uscire dall’incubo della guerra civile.

Non è facile abbandonare la città e il quartiere dove si pensava di vivere felici. La famiglia è alle prese con una difficile decisione. Restare, con il rischio di essere coinvolti negli scontri, o cambiar casa e forse perdere le proprie radici. L’unità della famiglia sarà il collante di tutto.
Belfast è un film che non ha bisogno di critiche: è perfettamente reale e chiaro nello scopo di mostrare la realtà della guerra civile.
Parla a tutti quelli che sono fuggiti in cerca di speranze e di futuro. Non so se gli ucraini in fuga dalla guerra e dall’esercito russo potranno vedere questo film e identificarsi nei suoi temi, ma per me Belfast è da non perdere: che siate migranti, profughi, o residenti vi ritroverete nel cinema di Kennet Branagh, il regista irlandese che si è ispirato alla sua vita, dove alla fine è la famiglia che vince, nonostante tutto.