Luca Barilla si racconta: famiglia, progetti e futuro, senza dimenticare le preziose parole che il padre gli ha lasciato.
di Luca Barilla
Sono una persona fortunata, anzi, meglio, la mia vita è sempre stata agganciata al sottile, quasi invisibile ma potente filo della Provvidenza. Parlo di quasi invisibile, perché all’apparenza è stata una vita, se non si considera il benessere economico della mia famiglia, molto simile a quella di tanti altri: studi in Italia (non sono stato uno studente particolarmente dedicato e sono andato all’università soltanto per due anni), sport quanto basta, belle vacanze giovanili, servizio militare nei Carabinieri, terminato il quale, ho iniziato subito a lavorare.
Era il 1983. Direi che tutto si è svolto con regolarità e con esiti quasi sempre positivi. Anche riguardo alla salute, non ho mai visto o vissuto drammi che riguardassero me, né alcuno dei miei cari. Ho perso il papà quando avevo 33 anni, ma lui ne aveva 80, inoltre se n’è andato in un attimo, nella notte, per un attacco di cuore. Poche ore prima, in ufficio, ci eravamo salutati dandoci appuntamento per il giorno dopo: nei suoi occhi brillava ancora, nonostante l’età, la prospettiva del futuro e la gioia di progettare per la sua azienda, per la sua famiglia e per tante altre persone o cose che gli stavano a cuore.
Culto della famiglia
Sono stato fortunato anche in quella triste circostanza: ho potuto vederlo, anche quell’ultima volta, felice e pieno di speranze, ho potuto salutarlo per bene dopo aver vissuto al suo fianco fino all’ultimo giorno. Sono stato proprio così, un figlio ammirato e spontaneamente dedicato al suo papà. Ecco, forse tutte queste «condivisioni» con lui sono state il mio privilegio più grande. Quando ci ha lasciato, il primo pensiero è stato di ringraziarlo: prima di tutto, nonostante gli innumerevoli impegni, per il suo tempo, poi per il dialogo profondo e la partecipazione intensa ma discreta alla mia vita, per la fiducia e, soprattutto, per il suo esempio di padre e i ricordi meravigliosi che di questo conservo.
Ancora oggi, dopo 29 anni, non passo un giorno senza rivolgergli un pensiero di gratitudine per tutto ciò che mi ha dato e che continua a darmi: tra queste, la cosa più importante è «il senso della famiglia». Lui aveva il culto della famiglia, e di ogni sogno o progetto che fosse, la famiglia ne era il centro. Attraverso le sue parole e il suo esempio ne ho compreso l’importanza e la potenza e, soprattutto, che senza di essa siamo infinitamente fragili e soli. Io non sono una persona «digital» nel senso che non ho mai subito il fascino dei social network e non ho mai intessuto relazioni se non attraverso lo sguardo, la parola, la stretta di mano, l’abbraccio e l’emozione.
Progettare insieme il futuro
Sì, l’emozione è sempre stata il filo conduttore delle mie relazioni, persino nel lavoro. Solo l’emozione ha reso significativi certi momenti della mia vita, solo con essa ho compreso il senso vero della parola «ricchezza». Sono fortunato, la Provvidenza mi ha fatto il dono dell’emotività che, anche quando significa difficoltà e, a volte, sofferenza, è un grande insieme di esperienze uniche e difficili da descrivere. Parlo di questo perché, in tempi di relazioni «cibernetiche» e di realtà virtuali, il genere umano, se non ritrova la sua autentica dimensione, non ritroverà mai più autentica felicità.
La Famiglia è la prima dimensione di noi umani, è il luogo delle nostre radici che ci dà protezione, educazione, forza e fiducia; la famiglia è la rampa di lancio verso il futuro di ogni individuo e poi, attraverso i figli, diventa il prolungamento della nostra vita. Il futuro, oggi più che mai, è un’incognita su cui nessuno può fare predizioni ma, ne sono convinto, se dietro di noi c’è una famiglia che vive, pensa e progetta all’unisono (inteso come valori condivisi), vivremo con maggiore serenità e fiducia e questo, già di per sé, è un valore senza prezzo.
Per la famiglia da cui ho avuto origine, e per quella che poi ho creato, non posso che provare immenso orgoglio e gratitudine, perché, ammesso che sia riuscito a combinare qualcosa di buono, lo devo soltanto ai miei genitori, ai miei fratelli, a mia moglie e ai nostri figli. Loro, più o meno consapevolmente, mi hanno dato i mezzi per esprimere i miei talenti, mi hanno incoraggiato nei momenti bui e dato l’energia per superare gli ostacoli che di tanto in tanto ho incontrato sul mio cammino.
Fintantoché ci saranno loro, nulla mi spaventerà e potrò guardare al futuro, anche a quello che verrà dopo di me, con il sorriso sulle labbra e con la fiducia che hanno segnato per tutta la vita il volto e l’anima del mio papà.