Roberto Cingolani, la speranza di un futuro green

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Roberto Cingolani illustrato da Chiara Bosna
Roberto Cingolani illustrato da Chiara Bosna

Roberto Cingolani, ministro della transizione ecologica, ci parla di cambiamento con toni realistici ma positivi, con uno sguardo ai giovani per un futuro green.

di Edoardo Hensemberger

Cambiare è fondamentale, altrimenti si resta ancorati a stili di vita che non sono più sostenibili, né per il nostro pianeta né per noi che lo abitiamo.
Nel 2021, proprio per non rischiare di rimanere incastrati in un passato poco sostenibile, il governo Draghi ha istituito il ministero della transizione ecologica, e chi meglio del ministro Cingolani per parlare dei cambiamenti necessari per vivere nel futuro?

Transizione ecologica e transizione generazionale. La soluzione è in questi due processi? Quali sono gli step fondamentali per compierli?
«Bella domanda. Di sicuro il problema sta proprio lì, nelle due transizioni di cui parlate. Mi spiego: la prima transizione, quella ecologica, è necessaria se vogliamo riportare il pianeta Terra allo stato di equilibrio dal quale negli ultimi 150 anni si è allontanato per colpa nostra, soprattutto a causa dell’uso dell’energia. Per quanto riguarda la seconda, sappiamo che chi nasce oggi potrebbe toccare con mano gli effetti pieni del cambiamento climatico, e quindi della nostra azione o inazione attuale. Non si tratta più, insomma, di eventi lontani e lo stiamo verificando anche in questi ultimi anni con l’intensificarsi di episodi (uragani, inondazioni, periodi di siccità) riconducibili con grande probabilità al cambiamento climatico in atto. Quindi, se il problema sta nell’arco di queste due transizioni, anche la soluzione deve risiedere lì. Dobbiamo agire ora, perché non è giusto che i nostri figli e i nostri nipoti paghino la maggior parte dello sforzo ambientale che va compiuto.
E dobbiamo farlo in tre modi: attraverso una riduzione attiva degli agenti inquinanti, cioè aumentando l’apporto delle energie rinnovabili, riducendo il ricorso a quelle fossili. Poi serve un’azione indiretta, che avviene potenziando l’economia circolare da una parte e riducendo i gas serra in circolazione dall’altra. E terzo e ultimo, dobbiamo recuperare lo stato di salute dell’ecosistema. Non sarà facile, ma ci stiamo lavorando».

Logo ministero della transizione ecologica
Logo ministero della transizione ecologica

Quanto è ecologico?

Parliamo del digitale, dove può fare la differenza?
«Il digitale è uno strumento che ti consente di fare due cose. La prima è ottimizzare i processi, soprattutto quelli ripetitivi che l’essere umano si scoccia a seguire costantemente. La seconda che invece è molto promettente per il futuro, è la creazione di sistemi complessi interconnessi tra loro. È una cosa che va oltre il digitale, ma attraverso questo utilizza l’Intelligenza Artificiale (AI) per fare cose molto complesse. Un buon 20% di quello che immettiamo in atmosfera dipende dalla filiera agricola, allevamenti intensivi, utilizzo dei terreni, fertilizzazione e così via; puoi immaginare quindi quanto la perfetta ottimizzazione delle grandi filiere produttive aiuterebbe la corsa alla decarbonizzazione. Immaginati un sistema controllato da un‘intelligenza artificiale, oggi è una cosa fattibilissima, in cui il trattore è collegato al GPS, al sistema di previsioni meteorologiche, al sistema di irrigazione e al sistema di distribuzione di semi; in questo modo la macchina è completamente automatizzata, intelligente, e sarà così in grado di fare quello che deve, analizzando i dati che riceve dall’esterno e scegliendo in che modo e in che momento operare per portare a zero lo spreco di energie e ottimizzare al massimo tutti i movimenti. Non si tratta di rimpiazzare l’essere umano, ma di rendere il sistema isolato, interconnesso e integrato in modo da cancellare le emissioni superflue, e quindi preservare il sistema mondo.
È una cosa molto simile a quello che succede nel nostro cervello. Si crea una connessione e più connessioni ci sono tra macchine, più queste macchine si scambiano informazioni, più questo scambio di informazioni rende il sistema intelligente. Esattamente il processo del connettoma del cervello: più i neuroni sono connessi, più sei intelligente, capace di svolgere compiti complessi. Da questo punto di vista, il digitale può aiutare moltissimo. Attenzione però, perché il digitale spesso viene confuso con i social, e lì il discorso si fa molto più complesso. Benissimo lo scambio dei dati, benissimo il big data analytics; in modalità tradizionali sono tutte cose sacrosante, però sarà sempre più necessario cominciare a studiare l’informazione».

Quanto è ecologico il digitale?
«Oggi transita sulla rete una quantità di informazioni assolutamente inutile, che comunque consuma energia e produce CO2 (si valutano valori fino al 4% della CO2 totale complessivamente prodotta dell’ecosistema digitale globale). Un tempo si diceva, risparmi carta se mandi una mail, è vero, però una lettera si scriveva in un’ora; quindi, tu in un giorno potevi scrivere 24 lettere, invece adesso in 24 ore, scrivi migliaia e migliaia di e-mail e di messaggi. È vero che il singolo messaggio ha un impatto ambientale più basso della singola lettera, però se moltiplichi per 100.000 il numero dei messaggi che si scrivono in un giorno, è ovvio che alla fine l’integrale del danno è superiore a quello che tu faresti scrivendo 24 lettere. Persino nel tipo di comunicazione che si fa ci deve essere una gerarchia, molte cose che noi mandiamo in rete sono inutili, producono CO2, consumano energia e non lasciano alcun impatto positivo. Attenzione quindi a non cadere nel pensiero semplicistico del “tanto il digitale è gratis”. Non lo è. Il digitale ha un peso ambientale elevatissimo, e quindi se ben utilizzato è un’arma fenomenale, ma se impiegato con poca sobrietà, forse si faceva meglio a scrivere lettere su carta, prodotta da sughero o da legno».

Il ministro Roberto Cingolani al Festival Città Impresa
Il ministro Roberto Cingolani al Festival Città Impresa

Il sogno di Roberto Cingolani

Qual è il posto di un cittadino italiano oggi? Covid, guerra e noi giovani prigionieri delle grandi cose: come possiamo progettare il nostro futuro?
«Anche qui una risposta non è semplice. Torniamo al discorso di prima: è vero che le giovani generazioni di oggi devono navigare in mari molto più agitati. Clima, pandemia e ora anche una guerra così vicina. Cambia l’ambiente, cambiano le relazioni sociali, cambia l’idea dell’Europa e del futuro che ci aspetta. Ma ci sono valori, ideali e prospettive che restano validi e che anzi, vengono rafforzati: giustizia, libertà, democrazia, diritti fondamentali. L’Europa unita offre delle prospettive ancora tutte da esplorare. La risposta alla pandemia ha prodotto il Recovery plan, un trampolino verso nuove tecnologie, progetti futuri, percorsi professionali. Studiare, impegnarsi, conoscere: la chiave per chi vuole progettare il proprio futuro resta sempre lì. Imparate a fare delle cose concrete senza dimenticare l’ambiente culturale che vi circonda. Studiate le guerre puniche ma sviluppate le vostre curiosità. Quali? Io sono un fisico, uno scienziato, per me le materie che oggi si chiamano STEM hanno rappresentato un forte richiamo. Ve le consiglio, ma non sono l’unica strada, naturalmente».

Sognare green: è più di una speranza oggi?
«Sognare green tutto sommato è roba di ieri. Oggi è la realtà, una speranza che si sta avverando. Certo, non sarà facile, ma sappiamo che il cammino è partito e che dobbiamo andare verso quella direzione, che in termini tecnici si chiama “net zero”, ovvero emissioni zero di gas serra entro il 2050. È il progetto dell’Europa, che l’Italia ha sottoscritto. Sappiamo che entro il 2030 dovremo installare molta energia rinnovabile, solare ed eolico, più che raddoppiando la capacità attuale. Un piano senza precedenti per il nostro Paese. Il punto di arrivo è chiaro, quindi. Però la traiettoria potrà variare. La pandemia e la guerra la stanno rallentando, perché sostituire il gas naturale che ci potrebbe mancare a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, non è un problema da poco. Ma non vogliamo perdere terreno nel percorso verso la decarbonizzazione».

Ministro, in questo numero del Bullone stiamo riflettendo su esperienza, progetti sogni. Quali sono i suoi?
«La mia esperienza è quella di uno scienziato-manager che a più di sessant’anni si è ritrovato a fare il ministro della Repubblica, ad avviare una transizione ecologica in un periodo particolarmente difficile. Non si finisce mai di imparare, di mettersi alla prova, di lanciare idee, malgrado le tante resistenze. Il mio sogno? Intanto una giornata intera sulla mia bicicletta in una giornata di sole estivo, come facevo quando sognavo di diventare uno scienziato. Poi vedere l’effetto reale dei tanti progetti del PNRR, una volta che saranno portati a termine».

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