Vera Gheno, professoressa universitaria, sociolinguista, anzi social-linguista, come la si potrebbe definire, è stata protagonista della prima prova della maturità di quest’anno con il suo libro Tienilo acceso. Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello. Da sempre impegnata nell’ambito dell’educazione al buon uso della parola, complice il suo passato come collaboratrice dell’Accademia della Crusca, ci spiega l’intima connessione tra identità e lingua.
Che cosa dice della persona la lingua, il modo in cui parla?
«C’è una parte potenziale e aspirazionale della lingua che non va mai sottovalutata. Giorgio Cardone, uno dei più grandi sociolinguisti che abbiamo avuto, diceva: “Le parole che usiamo raccontano agli altri ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e ciò che tentiamo di essere”. Le parole raccontano tanto di noi, una realtà molto varia, in conflitto tra ciò che pensiamo di essere e quello che siamo davvero».
Che potere hanno le parole?
«Il primo potere delle parole è quello di garantire la tenuta della democrazia, perché è indispensabile che all’interno di un contesto democratico le persone capiscano quello che viene loro detto, che conoscano la lingua dello Stato anche per rifiutarla, per dire: “Così le cose non mi vanno bene”. Per essere cittadini attivi di una democrazia c’è bisogno di avere una salda competenza delle parole. Non a caso nei totalitarismi si tenta di abbassare il livello di competenza linguistica media, perché fa molto più comodo un popolo che non può ribellarsi a ciò che viene detto».
Tienilo acceso. Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello è la traccia più scelta dai maturandi. Come possiamo proteggere la nostra identità, intesa come espressione della personalità di ciascuno, su internet e sui social?
«Ci sono due parole chiave: consapevolezza e responsabilità nell’uso delle parole, in tutti i canali di comunicazione che abbiamo a disposizione. Nel libro il mio collega Mastroianni ed io parliamo dei social senza demonizzarli, ma spesso gli utenti ne fanno un uso inconsapevole. C’è stata data una Ferrari, però nessuno ci ha dato il libretto delle istruzioni, non abbiamo preso la patente per guidarla. La superficialità nell’uso di mezzi di comunicazione molto potenti ha portato spesso ai disastri che tutti conosciamo. Per migliorare la situazione è necessario promuovere l’educazione all’uso del mezzo».
In un’intervista a Il Libraio lei e il suo collega Mastroianni avete detto che: «La connessione ci ha reso tutti dei piccoli personaggi pubblici con una certa visibilità e che per questo c’è la necessità di costruire un racconto di sé online che migliori la nostra vita relazionale e sociale». Come si fa a costruire questo racconto positivo?
«Come esseri umani siamo molto narcisisti. Ci consideriamo migliori di quello che realmente siamo. C’è da recuperare l’onestà con sé stessi e anche con gli altri, capendo dove finiscono le nostre competenze. Uno dei problemi grossi di internet è che molti parlano di cose che non sanno e non si rendono conto di quanto un comportamento del genere sia deleterio. Si aumenta la fuffa che gira per la rete, quando la “pulizia” della sfera informativa nella quale viviamo dipende molto dai nostri atti individuali».
Il nostro comportamento come cambia tra la vita reale e quella virtuale?
«Molte persone si comportano nello stesso modo sia dal vivo che online. Le persone parlano a vanvera anche senza bisogno dei social. Se dico una sciocchezza a cena con i miei amici la sentono solo loro. Se lo scrivo sui social mi devo rendere conto di quanto il palco sia molto più ampio, di quante persone raggiungerà il mio commento. Si tratta dell’effetto tinello: le persone continuano a comportarsi come se fossero nel tinello di casa loro anche sui social, senza rendersi conto che ci sono delle opinioni che non bisogna esibire in pubblico».
Cosa ne pensa del fenomeno «Corsivo» nato su TikTok, ora usato anche nelle conversazioni di tutti i giorni?
«È un’esasperazione del modo di parlare delle ragazzine milanesi. È un’operazione metacomunicativa come se ne fanno tante nell’ambito giovanile. Nessuno parlava come i paninari: parlare come loro era per prendersi in giro. Anche il corsivo è autoironia. È un comportamento linguistico dove si creano e distruggono modi di parlare. Non c’è nulla di nuovo rispetto a quello che succedeva prima».

In una sua conferenza, un TED Talk a Montebelluna, ha detto che «La lingua è un atto di identità». Cosa significa?
«Le parole hanno una forte valenza identitaria. Noi mettiamo molto di ciò che siamo nelle parole che usiamo: dietro a ciò che diciamo ci sono ideali, desideri nei confronti di sé stessi e della società. Diamo per scontato il dominio della parola, perché la otteniamo senza sforzo molto presto nelle nostre vite e questo ci dà l’impressione che non sia qualcosa di prezioso. La presa di coscienza avviene quando le parole non funzionano. Basti pensare alla questione dell’identità di genere e alle minoranze. A marginalizzazione linguistica corrisponde quella sociale. Sempre più persone si sentono imprigionate nella loro lingua, cercano di uscire da quella gabbia».
Lei sostiene l’uso dello schwa (nome del simbolo fonetico /ə/). Perché e quando dovrebbe essere utilizzato?
«Tutte le persone hanno diritto ad abitare comodamente la lingua, come dice il filosofo Emil Cioran. Molte parti della società erano marginalizzate e questa inferiorità era espressa anche a livello linguistico: mancavano i termini per definire queste persone, venivano scelte le parole da usare solo da chi veniva considerato “normale”. Bisogna riconoscere a tutti la possibilità di autodeterminarsi linguisticamente all’interno di una società che sta prendendo atto dei propri limiti. Per esempio, le persone dall’identità di genere non binaria possono cercare altri modi per definirsi e per sentirsi parte della nostra società. Fra tutte le soluzioni a me pare molto affine l’uso dello schwa».
Parliamo di un linguaggio appropriato. Ci aiuti. Un disabile è diversamente abile? Un uomo di colore è nero? Si può ancora dire handicappato?
«L’unico modo per saperlo è chiederlo ai diretti interessati. Bisogna garantire forme di ascolto. Ai rappresentanti di qualsiasi minoranza dà fastidio essere chiamati “il disabile, il trans ecc…”. Si dovrebbe preferire le espressioni “la persona transgender, la persona disabile…”. Nel caso della comunità autistica, gli autistici non vogliono essere definiti “persone autistiche”, ma “autistici”. E anche se può sembrare soverchiante questa necessità di attenzione terminologica, si può sbagliare, imparare dai nostri errori e correggere il tiro».
E invece cosa ne pensa dell’uso di termini al maschile quando ci si riferisce a una donna?
«Io uso i femminili professionali perché li prevede la nostra lingua: come si dice sarta, cassiera, regina dovremmo anche dire avvocata, assessora, ministra. Non c’è differenza linguistica tra i primi e i secondi. C’è solo una differenza di attitudine all’uso. I femminili per alcune professioni non sono stati usati finora, perché non esistevano le donne in quei ruoli».
Cosa ne pensa di fenomeni linguistici ormai molto usati, soprattutto al sud, come «scendere il cane», «salire la valigia», o espressioni simili?
«L’uso transitivo di verbi intransitivi accomuna molti dialetti del meridione dove sono forme standard. Non sono corrette a livello nazionale, ma non vuol dire che siano sbagliate a priori. Fanno parte di parlate locali. Quando le porti fuori da quei contesti si rischia una stigmatizzazione inutile. Non è su queste cose che si misura la cultura di una persona».
La matematica non è un’opinione. La lingua sì?
«La lingua è una convenzione, un codice. C’è un margine di rinegoziabilità al suo interno, ma questo non toglie che ci sia una parte codificata che è quello che abbiamo in comune e che ci permette di capirci».
Identità: cinquant’anni anni fa che cosa voleva dire? E oggi?
«La più grossa novità è che si sta prendendo atto dell’esistenza delle diversità che non sono più un impiccio, ma un arricchimento per la società. Anche a livello genetico la specie umana ha bisogno della varietà per evolversi e dove non c’è questa variazione, la qualità della specie umana va a peggiorare. Cinquant’anni fa c’erano normali e anormali. Oggi siamo tutti reciprocamente differenti e da quella differenza vengono le cose migliori».