«Visione» è ampiezza e prospettiva e con esse creazione; «identità» è limitazione e introspezione e con esse ripetizione
Lo confesso (prima confessione), quando sento qualcuno che parla di identità mi viene l’orticaria. Sarà perché questa parola è spesso associata a «patria», «popolo», «nazione» e via discorrendo. Parole anche queste belle e nobili, come anche «identità», di per sé.
Mi sono chiesto da dove venga questa idiosincrasia (fastidio, noia, avversione).
Forse è nell’associazione tra questi due mondi: quello identitario, che mette l’accento sul concetto di uniformità (identico, dal latino idem, cioè lo stesso) applicato alla moltitudine. Mi fa pensare a un grande cerchio, dove c’è chi sta dentro (gli identici) e chi sta fuori (i diversi).
Dentro una massa informe di tutti uguali, fuori una costellazione di diversi. «Quasi quasi me ne sto fuori», penso.
Pensiamoci, ragazzi.
Senza demonizzare nessuno (ma forse sì), non è che i famosi e famigerati algoritmi dei social funzionino proprio così? Ti fanno trovare quello che è «identico» a te, ti chiudono dentro il cerchio o la cerchia di chi ti è identico. E così non vedi non chi o cosa è diverso, ma non vedi la molteplicità delle diversità.
Ok, voi mi direte che non tutti i social sono uguali, che per esempio TikTok funziona in altro modo: vero, non agisce sull’identità delle persone (gli amici), ma su quella dei contenuti. Detto in veneto: «par mi no cambia gnente» (per me non cambia nulla).
Ok, mi potreste anche dire che trovarsi con chi la vede nello stesso modo è anche bello, perché ti dà tranquillità e pace.
Ve lo concedo. Confesso (seconda confessione), che lo faccio anche io, qualche volta.
Ma.
Forse si può cercare un’altra parola, che è «visione», almeno per come la intendo io e che voglio spiegarvi.
Quanto «identità» chiude, tanto «visione» apre. Perché «avere una visione» implica che si guardi avanti e fuori, quanto «identità» ti porta a guardarti indietro e dentro.
Identità o visione
«Visione» è ampiezza e prospettiva e con esse creazione, immaginazione, generazione. È gioventù. È vita, è eros, è dinamicità.
«Identità» è limitazione e introspezione e con esse ripetizione, falsificazione, stasi. È vecchiaia.
Avere una visione significa pensare al percorso che si vuole fare; significa che la vita, se ha un senso, sta in una continua ricerca (chi l’avrà già detto?), con un obiettivo che sta là in fondo, che non raggiungeremo mai ma che vediamo e desideriamo. E nel fare questo percorso cerchiamo di accompagnarci con chi condivide con noi questa tensione verso il futuro.
Santo cielo! Mi sto contraddicendo? Non vorrà dire che il concetto di identità salta fuori sotto mentite spoglie?
Forse e se fosse così, pazienza.
Ma forse, e sottolineo forse, si tratta di altro. Non cerco di accompagnarmi con chi la pensa come me, con chi si sente forte della sua appartenenza, con chi si chiude. Ma con chi, come me, come noi, ama gli spazi liberi, ama le contraddizioni, ama mettersi costantemente in discussione, ama chi si evolve ed è e si mantiene diverso, non uguale nemmeno a se stesso.