I diritti e i doveri maturano lentamente, nel corso della storia, nella società. Ad esempio, la libertà di manifestazione del proprio pensiero è il frutto dell’illuminismo francese e delle costituzioni rivoluzionarie.
Quando una «cosa» diventa un diritto? E un dovere? Secondo lei si tratta soltanto di obbedire ai diritti e doveri indicati dalle leggi e alla Costituzione?
«I diritti e i doveri maturano lentamente, nel corso della storia, nella società. Ad esempio, la libertà di manifestazione del proprio pensiero è il frutto dell’illuminismo francese e delle costituzioni rivoluzionarie. Rappresentarono una reazione a un’epoca storica, nella quale prevaleva l’idea che libri e giornali fossero sottoposti a una preventiva censura. Negli ultimi anni, invece, è maturata l’idea che debba essere protetto il diritto al rispetto della vita privata, cosiddetta privacy. Infatti, questa ha avuto un riconoscimento solamente con leggi degli ultimi decenni. La stessa cosa si può dire per i doveri. Tutto questo riguarda i diritti consacrati nelle leggi. Vi sono poi diritti e doveri che appartengono alla sfera morale, come i doveri dei figli nei confronti dei genitori. Questa seconda categoria si distingue dalla prima perché non è protetta dalla legge e quindi non ha le garanzie che possono derivare dalla tutela giurisdizionale».
Ha scritto che è difficile parlare ai giovani. Lei come fa?
«Prima di parlare, bisogna ascoltare e poi evitare di fare prediche, quindi dialogare. Infine, bisogna “movere”, come dicevano gli antichi romani, che vuol dire cercare di suscitare domande e interessi. Infine, assicurare una propria disponibilità al dialogo e cercare di essere utili, specialmente dando consigli pratici, ma senza mai perdere di vista quelle che Mazzini chiamava “le speranze del futuro”».
In questa campagna elettorale i giovani sono stati snobbati. Poche presenze, solo parole. Non le sembra che non stiamo investendo nel presente e nel futuro?
«Questo è un giudizio che anch’io ho espresso più di una volta. Come ha spiegato molto bene Enrico Moretti, economista italiano che insegna negli Stati Uniti, nel suo libro sulla nuova geografia del lavoro, il futuro dei giovani è determinato dal livello di scolarizzazione. Chi studia più a lungo e meglio avrà redditi più alti, un lavoro migliore, una migliore famiglia, vivrà in case e quartieri migliori, e così via. Quindi, il benessere dipende dal grado d’istruzione, non dalla ricchezza familiare. Ne deriva che, per costruire un futuro migliore, bisogna istruirsi di più. Nello stesso tempo, occorre che lo Stato assicuri le condizioni perché di questa istruzione possano fruire tutti in modo uguale».

Diritto all’istruzione per un futuro migliore
È giusto ribellarsi davanti a qualcuno che calpesta un diritto? La manifestazione delle ragazze universitarie in Iran è la prova che occorre insorgere dove la libertà è oppressa, anche a costo di finire in carcere. Se dovesse scrivere una lettera aperta ai giovani del mondo che cosa scriverebbe?
«Di far sentire la propria voce, non rimanere afoni, partecipare quanto più attivamente possibile alla vita della società che ci circonda, dalle piccole comunità fino ai partiti politici, studiare scienza politica e sociologia, anche al di là dei propri studi universitari, per capire meglio il tessuto sociale nel quale operiamo, essere cittadini attivi».
Giustizia, lei ha scritto, vuol dire uguaglianza davanti alla legge, ma anche equa distribuzione della ricchezza tra ricchi e poveri. Come si tutelano i diritti sociali?
«In molti modi, prima nella società, poi nelle istituzioni. Nella società partecipando a quelle aggregazioni, principalmente i partiti e i sindacati, che hanno tradizionalmente difeso l’eguaglianza in senso sostanziale. Nelle istituzioni, che debbono garantire ciò che è assicurato dal secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione italiana: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese. Questa disposizione è la chiave di volta della nostra Costituzione e dovremmo sempre cercare di farla rispettare».
Quali saranno le sue nuove parole del 2023?
«Cittadini del mondo, non solo della propria nazione. Attivamente partecipi alla vita sociale. Sempre più istruiti perché questo è l’unico modo per essere cittadini attivi».

Tra diritti e doveri di oggi e domani
Oggi c’è il rischio, in Italia, di perdere i diritti acquisiti e quelli in discussione? Come si fa a tutelare i diritti fondamentali esistenti, quando un Parlamento eletto democraticamente vota a maggioranza per limitarli?
«Gli strumenti per la difesa dei diritti sono tutti scritti nelle carte fondamentali che li regolano, la Carta dell’Unione Europea e la Costituzione Italiana. Accanto e al di sopra dei poteri, vi sono contro-poteri, che servono a tenere sotto controllo i primi. Quindi, tribunali indipendenti, corti costituzionali, autorità tecniche indipendenti, eccetera. Poi, per operare in certe materie, chi ha il potere deve rispettare alcune procedure, ad esempio: le modificazioni della Costituzione possono essere adottate soltanto con una procedura espressamente indicata dalla Costituzione stessa; non basta una decisione della maggioranza assoluta dei componenti delle due camere, ma queste debbono ripeterla a distanza di qualche mese. Un quinto dei membri di una camera o 500mila elettori, o 5 consigli regionali possono chiedere che la modifica della Costituzione sia sottoposta a un referendum, consentendo quindi al popolo di esprimersi direttamente».
Un diritto si accompagna sempre al dovere? E se sì, quando?
«In molti articoli della nostra Costituzione diritti e doveri sono regolati congiuntamente. La parte prima della Costituzione è intitolata “diritti e doveri dei cittadini”. Per fare un altro esempio, l’articolo 30 dispone che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”. È importante notare che, in questo caso, il dovere viene addirittura prima del diritto».
Noi siamo degli irriducibili ragazzi fragili, che abbiamo toccato il fondo, cerchiamo di rialzarci, e impariamo ad amare la vita… Vorremmo sfilare per investimenti adeguati alla ricerca. Ma non solo. Ambiente, inclusione, accoglienza, lavoro. Secondo lei serve? È utile?
«Non solo serve, non solo è utile, ma è anche necessario. Se i cittadini non fanno sentire la loro voce nei modi che credono più opportuni, e sempre motivando e spiegando le ragioni delle proprie conclusioni, gli Stati e i poteri pubblici rimangono staccati dalla società».

La fiducia nei giovani
C’è sfiducia da parte dei giovani perché la vita pubblica, lei ha detto, è governata da un’oligarchia di partiti. Come si combatte questa sfiducia?
«Si può combattere soltanto modificando questo stato di fatto, facendo ridiventare i partiti vere e proprie associazioni, con molti iscritti. Il numero degli iscritti, dal secondo dopoguerra in poi, e in particolare dagli anni 70, si è andato riducendo: una volta, quando l’Italia aveva meno di 50 milioni di abitanti, gli iscritti ai soli tre maggiori partiti erano quattro milioni. Oggi, con poco meno di 60 milioni di abitanti, il totale degli iscritti ai partiti non supera le 700mila persone».
Lei Professore ama? Come ama?
«Ascolti Dante, nel canto diciassettesimo della Divina Commedia: “Né creator né creatura mai”,/ cominciò el, figliuol, “fu sanza amore, o naturale o d’animo; e tu ’l sai”./ Lo naturale è sempre sanza errore,/ ma l’altro puote errar per malo obietto o per troppo o per poco di vigore”. Sia Dio sia le creature non possono fare a meno di provare un sentimento di amore. Dio ama le creature, le creature devono amare il loro creatore. L’amore delle creature è di due tipi: naturale o per libera scelta. Quello naturale si esprime sempre in modo corretto; l’amore dettato dal libero arbitrio può sbagliare perché si rivolge a un oggetto sbagliato, oppure per troppo o troppo poco vigore».
Una sonata di Bach salverà il mondo? O sarà il sapere dei giovani?
«Il sapere, innanzitutto. Ma di questo fa parte anche una sonata di Bach. Il sapere non vuol dire conoscere soltanto la chimica, o la storia, o l’ingegneria, o il diritto. Vuol dire essere specialista in uno di questi campi, ma vuol dire anche sapersi muovere e giudicare in tutti gli altri che sono necessari alla vita collettiva e alla cultura delle persone e quindi ogni forma di arte, dalla musica alle arti visive».
Il diritto alla salute per tutti è già parte dei diritti fondamentali indicati dalle Nazioni Unite. Eppure ci sono Paesi, tra cui gli Stati Uniti, dove questo diritto non è osservato. Cosa si può fare?
«È solo dalla metà del secolo scorso che nei Paesi più sviluppati si è affermato il principio del diritto alla salute, concretamente garantito da un servizio sanitario nazionale, il cui costo è principalmente a carico della collettività, e al quale tutti contribuiscono mediante l’imposizione fiscale. Alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti d’America non si sono ancora dotati di un sistema sanitario compiuto. Hanno leggi che assicurano soltanto gli interventi sanitari per le fasce dei cittadini meno abbienti. È in corso una discussione sull’opportunità di creare un servizio sanitario, se non completo come quello britannico o quello italiano, almeno comparabile ad essi».