Animenta, per sensibilizzare e raccontare

Autori:
Aurora Caporossi, Animenta
Aurora Caporossi, romana doc, ama la scrittura e l'innovazione. A 16 anni si ammala di anoressia nervosa e nel 2021, a 24 anni, fonda Animenta, associazione non profit nata per raccontare e sensibilizzare sui disturbi alimentari. Nominata nel 2022 da Forbes tra gli under 30 più influenti d’Italia.
Animenta nasce come associazione quasi due anni fa, per raccontare e sensibilizzare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Nasce partendo dalle storie di chi ha affrontato un disturbo del comportamento alimentare.

di Salvatore Cristiano Misasi

Benvenuta Aurora, com’è nata Animenta?

«Animenta nasce come associazione quasi due anni fa. Per raccontare e sensibilizzare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Nasce partendo dalle storie di chi ha affrontato un disturbo del comportamento alimentare. Leggendo l’esperienza reale di chi ha vissuto una patologia psichiatrica si riesce a capire la complessità di queste malattie. È possibile guarire, perché attraverso una storia ti senti meno solo, capisci che c’è speranza. Se impariamo a leggere tra le righe c’è un filo rosso che le collega tutte: un profondo senso di solitudine. Anche la vergogna nel raccontare di aver sofferto di una malattia ancora non molto compresa. Animenta nasce come spazio dove ogni storia accolta è un giudizio bandito. Parlando ai futuri professionisti e ai ragazzi delle scuole, insegniamo che noi siamo una storia. Proviamo a far capire quanto nel linguaggio comune sia importante dare peso alle parole. Le parole, come ci insegna Paolo Borzacchiello, costruiscono la realtà».

Quali sono i principali stereotipi legati al comportamento alimentare e soprattutto come possiamo combatterli?

«Sicuramente gli stereotipi nascono spesso dal modo in cui raccontiamo una patologia. Una storia unica, se viene raccontata sempre in un solo modo, arriva a generare degli stereotipi. Uno dei più grandi è che si tratti solo di cibo. I “disturbi alimentari” hanno questa parola all’interno del nome, perché tutto quello che salta agli occhi, la relazione che noi vediamo con il cibo, sono solo la sintomatologia. Il modo attraverso il quale la persona sta urlando in modo silente tutto il suo dolore. Mangiare è la prima cosa che facciamo dopo il primo vagito. Il cibo è anche l’arte più sociale che abbiamo al mondo. La scelta che una persona fa rispetto a un piatto è relazionale, ma anche molto personale. Queste sono malattie psichiatriche, necessitano di una loro complessità anche a livello di narrazione, per dare dignità e soprattutto per non etichettare chi ne soffre».

Quali sono le principali carenze istituzionali per la prevenzione e la cura delle malattie mentali?

«La prima prevenzione è a livello culturale. Spesso non riusciamo a comprendere una patologia mentale e quanto può essere grave. Forse perché pensiamo che una malattia mentale non esista fino a quando non si manifesta nel corpo. Come per l’anoressia nervosa, ma non è così. Qualcosa c’è anche se non la vedo e non la tocco; una persona per chiedere aiuto non deve toccare il fondo. Viviamo in un sistema complesso e frammentato. C’è differenza se si nasce al sud o al nord Italia. Ci possono essere enormi ritardi diagnostici che causano un conseguente ritardo nel processo di guarigione. Bisogna parlare con i giovani. Quando andiamo nelle scuole vediamo che i giovani conoscono molto bene le malattie mentali, anzi, lottano quotidianamente affinché siano riconosciute, affinché si abbia l’accesso alla salute mentale. Bisogna creare un dialogo con chi sta dall’altra parte della cattedra».

Oggi l’accesso alle cure è garantito a tutti in maniera egualitaria su tutto il territorio?

«No, anche se dovrebbe essere così. Fortunatamente oggi esistono luoghi in cui potersi curare. Con i DCA è evidente una disgregazione a livello di assistenza offerta dal Sistema Sanitario Nazionale. Non tutte le persone hanno la disponibilità economica per poter accedere a servizi privati, ed è importante soffermarsi anche sulla qualità delle cure». 

Come si può stare accanto a una persona affetta da una malattia mentale?

«Vivere accanto a una persona che soffre di queste patologie è una questione complessa. Racchiude un senso di impotenza, è come se si parlassero due lingue diverse. Dico sempre che è difficile capire una malattia mentale se non ne hai mai sofferto. Penso che non sia nemmeno necessario dire “ti capisco”. Si può provare ad accogliere il dolore e a stargli accanto, informarsi ed eventualmente chiedere aiuto per sé stessi, per esempio, con la terapia familiare. Un passo fondamentale nel mio cammino personale è stato quando mia mamma ha accettato di non potermi aiutare da sola. Ha capito che doveva affidarmi a qualcun altro e lasciarmi acquisire la mia indipendenza senza farmi sentire inferiore o sbagliata».

Se potessi stilare un programma per la salute mentale, quali sarebbero le azioni prioritarie da mettere in campo?

«Continuerei a fare progetti di prevenzione nelle scuole, sia per i ragazzi che per gli insegnanti. Inoltre, proporrei servizi di prevenzione anche in ambito aziendale. Qualsiasi realtà in cui ci troviamo cresce e si costituisce attraverso le persone, e il benessere di queste ultime è fondamentale per poter andare avanti. Attraverso campagne di sensibilizzazione è possibile raggiungere il maggior numero di persone possibile, di qualsiasi fascia d’età, e sulla base delle risposte, attuare progetti concreti incrementando gli sportelli di ascolto e il numero di psicologi presenti negli istituti scolastici».

Quali sono le principali criticità a livello istituzionale, e come possiamo portare l’attenzione sul diritto alla salute mentale?

«Penso sia importante lavorare a livello sistemico con le istituzioni, con le società scientifiche e con le associazioni. C’è molta sfiducia nei confronti delle istituzioni, le persone non sanno dove farsi curare, la burocrazia è complessa e gli iter sono differenti. Nei centri per i DCA spesso non ammettono pazienti non in sottopeso, ma nemmeno pazienti a rischio morte. Inoltre, recentemente, i DCA sono entrati a far parte dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). In teoria i fondi sono stati inviati alle regioni, ma non sappiamo ancora in che modo verranno allocati. Vorremmo che in ogni provincia ci fosse un ambulatorio con un’equipe specializzata, per una cura di qualità. I Disturbi Alimentari hanno bisogno di tempo. Da quest’anno hanno ridotto ulteriormente i tempi di ricovero, ma i tempi della malattia sono soggettivi. Manca comunicazione tra i diversi centri. Se abbiamo tutti un obiettivo comune, perché non dialoghiamo?». 

Condividendo la tua storia hai potuto aiutare tante persone: cosa succede in te quando puoi mettere a servizio la tua esperienza per gli altri?

«Io mi sono ammalata a sedici anni, ora ne ho ventiquattro. Pensavo di aver chiuso la mia storia nel cassetto. Non sarebbe mai dovuto uscire il mio passato di anoressia. Durante la pandemia ho ricominciato a soffrire, la mia cassetta degli attrezzi con gli strumenti acquisiti durante la psicoterapia è tornata utile, mi stavo perdendo. Rileggendo i miei diari e parlando con mia madre mi sono chiesta quante persone soffrivano proprio come me. Allora ho tolto tutti i lucchetti dal mio cassetto, ho accettato il mio passato e ho deciso di usarlo per aiutare gli altri. Ho dovuto anche imparare come raccontare i Disturbi Alimentari. Non parlo mai di corpo; mi sono informata, e anche i miei genitori mi hanno supportata quando ho fondato Animenta, che è diventato il mio progetto di vita». 

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