Ti amo? Conta poco. Il segreto è dare amore

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«Stani dice che dire “ti amo” è superfluo e siccome bisogna essere fuori dalle righe, dire ti amo diventa una cosa oziosa».

di Annagiulia Dallera

«Non ci siamo mai detti ti amo» ci raccontano Stanislao e Marta durante un’intensa chiacchierata zoom. Un’intensità che non è solo dovuta al tema della discussione, l’amore, ma anche a come questi due straordinari personaggi affrontano la vita insieme da ormai cinquant’anni. Sotto la fondazione Exodus di Don Mazzi hanno dato vita a un progetto comune, la Mammoletta, una comunità nell’Isola d’Elba dove tanti ragazzi con problemi di tossicodipendenza e di natura psichiatrica finalmente ritrovano la serenità. E il legame di Stanislao e Marta ormai non è più solo un amore privato, di coppia. È qualcosa di molto di più, di universale: un rapporto sancito dalla voglia di mettersi al servizio degli altri, di condividere quel sentimento anche con il resto del mondo.

Perché non vi siete mai detti ti amo?
M: «Stani dice che è superfluo e siccome bisogna essere fuori dalle righe, dire ti amo diventa una cosa oziosa».

Non avete mai avuto bisogno di una dichiarazione d’amore?
M: «Forse qualche volta Stani mi ha detto ti voglio bene. Dovevo immaginarlo il “ti amo”».
S: «Sono una persona un po’ timida e riservata».

Vi siete mai fatti dei regali?
M: «Il primo regalo di compleanno Stanislao me l’ha fatto quando nostra figlia Enrica aveva 7 anni e glielo ha ricordato lei che avrebbe dovuto farmelo».
S: «Personalmente non amo fare regali. Mi pare fosse un braccialetto comprato alla mostra di antiquariato di Sarzana».

L’amore da sposati

Da quanti anni siete sposati?
M: «Dal 1976-77».

Come vi siete conosciuti?
S: «Ho visto Marta per la prima volta nel 1974 alla segreteria degli studenti di scienze politiche a Firenze».
M: «Facevamo entrambi scienze politiche».
S: «No, io facevo scienze politiche. Tu venivi dal liceo a rompere le scatole all’università».

Cosa avete pensato l’uno dell’altra in quei primi momenti?
M: «Stanislao era rimasto folgorato dalla mia bellezza».
S: «Marta spiccava anche allora perché partecipava, dava il suo contributo alle assemblee. Destava interesse come figura femminile. Credo che in lei il sapore del selvaggio, dell’ignoto abbia suscitato curiosità verso di me».

Come vi siete corteggiati?
M: «Ci siamo corteggiati a vicenda in maniera sottile. A me le grandi dichiarazioni non sono mai piaciute. Essere corteggiata troppo mi infastidiva».

Come avete capito di piacervi?
M: «A me batteva il cuore, ma anche a lui. Quando mi sono assentata per andare in vacanza per conto mio, lui si è ribaltato con la sua Jeep».
S: «Ho avuto un attimo di smarrimento perché lei si è allontanata con un altro uomo per mettermi alla prova e sono finito per fare un incidente per il nervoso».

La gelosia è un sentimento ammesso nella vostra relazione? Siete ancora gelosi l’uno dell’altro?
S: «Non ho mai avuto motivo di essere geloso. Ho frequentato il bel mondo femminile e forse in lei potrebbe essere nato qualche pensiero».
M: «Lui manifesta la gelosia con un po’ di acredine, oppure ribadendo che sono “la sua signora”. Stani è sempre stato un uomo affascinante, ma non sono mai stata davvero gelosa perché sono sicura della nostra relazione. Solo qualche volta mi sono infastidita quando “apriva la ruota”, faceva il seduttivo con altre donne. Mi faceva ridere e lo trovavo infantile».
S: «Ora la ruota si è chiusa».

Amore e fedeltà

Che concetto di fedeltà avete nella vostra relazione?
M: «Per me è sacrosanta. Nel momento in cui non sono fedele vado via. Non riesco a tenere un piede in due staffe. Trovo sia un’offesa e una mancanza di stima. Allo stesso tempo, se avessi scoperto un tradimento di Stani non sarei rimasta con lui».
S: «Non esiste solo l’infedeltà fisica. Anche la non condivisione di una scelta di coppia, andare contro i principi dell’uno o dell’altro, non credere più in alcuni valori che ci hanno tenuti insieme, possono rappresentare un’infedeltà. Noi non ci siamo mai traditi in nessun modo».

Come è nato il vostro progetto comune La Mammoletta?
M: «In un momento di vacanza sull’Isola d’Elba, forse l’unica che abbiamo fatto insieme, è arrivata un’opportunità senza che noi la cercassimo. Abbiamo detto: “Proviamo”. Non abbiamo mai fatto una cosa per dire “Per sempre”».

Com’è avvenuto l’incontro con Exodus, la fondazione di Don Mazzi?
M: «Abbiamo conosciuto Exodus attraverso dei volontari di Green Peace, organizzazione di cui eravamo molto sostenitori. La Mammoletta non è stata una rifondazione. Per noi è stata la continuazione di un’esperienza con l’uomo, con la relazione, con l’ospitalità. Attraverso i ragazzi in questi trent’anni abbiamo riscoperto la spiritualità che si è unita alla nostra cultura del “fare”».
S: «Se lei ha piacere di condividere, sono contento di farlo anch’io. Nella condivisione c’è l’unione. Tutte queste esperienze le abbiamo fatte insieme. La sostanza del nostro rapporto si è rinnovata mille volte e mai nel dire “Basta”, ma sempre nel dire “Andiamo avanti”, sicuri che ci saremmo sostenuti in questo percorso».

Ci sono stati momenti in cui volevate separarvi, in cui qualcosa non ha funzionato nella vostra relazione?
S: «Marta dice spesso che se ne vuole andare. Tutti i giorni minaccia di farlo».

E cosa vi fa andare avanti con la Mammoletta?
M: «La parola chiave con questi ragazzi è l’amore. Il rapporto con l’affettività è il nodo doloroso che loro hanno. Alcuni ragazzi ci trattano come genitori da 20-30 anni a questa parte. Hanno bisogno di essere amati, specialmente chi viene dalla psichiatria».

Vi ricordate una storia in particolare?
M: «Paolo, che è sposato e adesso ha una bambina, ha passato 7 anni in psichiatria e ci ha detto un giorno: “Qui ho aperto il mio cuore. Il mio cuore ha riaperto la mia mente”. L’amore è l’unica chiave fondamentale per aprire quelle porte troppo chiuse. Qualche volta non ce la fai. Devo ancora superare la frustrazione per alcuni fallimenti. Li vorrei salvare tutti ma non ci si riesce sempre».

Quanto è difficile aiutare questi ragazzi a rinnamorarsi dei loro corpi, delle loro vite, di loro stessi?
S: «Si parte da un percorso personale. Mi sento fratello, padre, cugino di tutti. Io e Marta non abbiamo un privato e non ne abbiamo mai sentito la necessità. Non faccio nessuna fatica a condividere. Anche con Marta, se io non condivido, soffro. Per lei è lo stesso. Ho sempre avuto il bisogno di amare il mondo ed essere amato e penso che sia lo stesso anche per questi ragazzi. È un amore che si concretizza giorno per giorno. È un legame che non si scioglie».

Qual è il segreto per stare insieme 50 anni?
M: «Non è tutto rose e fiori. Il fatto di doversi occupare di altri toglie l’attenzione da qualche problema personale. È come quando in una famiglia due genitori cercano di non litigare davanti al figlio perché prima viene l’amore per lui rispetto a tutto il resto. Le fatiche comunque ci sono state. Molte volte non siamo d’accordo».

Marta del Bono e Stanislao Pecchioli insieme a Don Antonio Mazzi.
Marta del Bono e Stanislao Pecchioli insieme a Don Antonio Mazzi.

Cos’é l’Amore

Su cosa litigate?
M: «Alcuni ragazzini hanno una fragilità estrema e non puoi essere un genitore troppo severo come alle volte lo è Stani. Quello che mi affatica è dover mediare alcune situazioni. Glielo dico spesso».
S: «C’è un doppio ruolo. Io sono più categorico con la voce più alta, incisiva. Marta, in quanto figura femminile, è più accogliente».

Che cosa vi rende felici?
S: «Non c’è niente di più bello di quando i nostri ragazzi della Mammoletta mostrano la loro voglia di essere amati, di essere considerati, di sentirsi qualcuno, di essere accompagnati. Basta prenderli per mano e si sentono meglio. Come fai a non esserne contento? Tutto acquista un senso. Persino la fatica. Se anche questo impegno così grande salvasse una persona sola, ne varrebbe comunque la pena».
M: «Quando incontro qualcuno per la prima volta e vedo i suoi occhi sperduti, nasce in me un profondo desiderio di vederlo sorridere e da subito gli voglio bene».

Quindi che cos’è per voi l’amore?
M: «Dobbiamo ancora imparare a non aspettarci riconoscenza. A volte mi addolora il fatto che alcuni di questi ragazzi non li senta e veda più, dato che sono stati importanti per me. La comunità è un punto di partenza e non di arrivo. Se partono e volano in alto, se non ci si incontra più, va bene. Quello è il coronamento di un sentimento d’amore».
S: «Io e Marta non abbiamo mai fatto carità. Abbiamo sempre cercato di fare solidarietà, che è un concetto diverso. La carità finisce quando la tua azione soddisfa un bisogno momentaneo. La solidarietà si fa progetto politico, ideologico, economico. Rimane sempre questa ansia di tradurre l’incontro in un progetto che salvi quella vita, ci salvi la vita, ma che salvi la vita anche ad altri. È il leitmotiv che ci unisce».

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