Mia figlia studia medicina dove le facevano la chemio

Autori: Il Bullone
credits: Derek Finch
credits: Derek Finch

Maddy inizia ora il suo percorso per diventare medico e lo fa dove tutto è iniziato: al San Gerardo di Monza, lì dove molti anni prima ha sconfitto il tumore.

di Silvia Fiorentini

Maddy aveva 2 anni e 10 mesi quando siamo stati catapultati dalla spensieratezza dell’infanzia in un mondo parallelo abitato da persone gentili in camice bianco, bambini pallidi alcuni dei quali senza capelli, terapie, aghi… ma anche pesci colorati alle pareti, una sala piena di giochi, pianti alternati a sorrisi e volti di genitori per lo più «tirati» che, forse come me, cercavano di mascherare la propria angoscia.

Così ci appariva il day hospital del reparto di onco-ematologia pediatrica la prima volta che ci abbiamo messo piede. Sapevamo che, con il tempo, quel luogo sarebbe diventato conosciuto, quasi «familiare», che quelle assidue frequentazioni sarebbero diventate parte delle nostre vite, si trattava di affidarsi a quei camici bianchi, di non opporsi alla forza della burrasca che ci stava invadendo, ma di restare a galla, adattandosi a quei moti ondosi.

Ci è venuto spontaneo con Maddalena giocare «al dottore»: così nei corridoi e salette del day hospital ha cominciato ad aggirarsi, di volta in volta, una piccola infermiera, poi una ricercatrice di cellule e per finire una dottoressa con tanto di fonendoscopio al collo e valigetta, tesserino di riconoscimento al petto, e l’immancabile Barbie in mano. Il primo camice «su misura» è arrivato durante una gita con la Magica Cleme alla fabbrica Barilla di Parma, dono dello staff per poter visitare lo stabilimento, ma la fierezza e l’orgoglio di poterlo poi indossare in ospedale, o a casa per visitare pupazzi e familiari erano palpabili. Per molto tempo quello è stato uno dei suoi giochi preferiti, insieme alla lettura di libri «a tema», come quello di Gaspare Chemio, una sorta di supereroe che combatteva le cellule maligne, o la storia di Francesca che veniva operata al cuore. Alla domanda: «Ti va di leggere una storia?», immancabilmente arrivava con i suoi piccoli libri che parlavano di medicina e nessuna fiaba riusciva ad interessarla nello stesso modo.

Si era così ambientata in quel mondo parallelo che non ha mai protestato per andarci, anche se la strada per arrivare era lunga e le giornate impegnative, tra prelievi del sangue, visite, attese, farmaci, ricoveri e, talvolta, pratiche più dolorose come la rachicentesi o l’aspirato midollare. Era piccola e non ha ricordo di quei momenti che, invece, si sono impressi indelebili nella mia memoria; tuttavia, sono convinta che lei ne conservi inconsapevolmente la dimensione di cura. Ha ricevuto cure, cure professionali di medici e infermieri che le hanno fatto del bene, che non solo le hanno guarito il corpo, ma hanno arricchito il suo animo, lasciandone tracce profonde, perché la cura è farsi carico della sofferenza dell’altro, è l’ascolto autentico dei suoi bisogni, è un modo di agire e di essere.

A partire da quei giochi, da quelle letture, da quelle esperienze, Maddy ha poi via via maturato e portato avanti il suo incrollabile proposito di studiare medicina, con la speranza di diventare, un domani, come loro, persone gentili in camice bianco capaci di «prendersi cura» delle persone. Non c’è mai stata una ballerina, una maestra, una principessa nelle sue proiezioni infantili, ma solo e soltanto la ferrea volontà di andare avanti con i suoi propositi. Le sue cicatrici sono ora il suo punto di forza, le indicano ogni giorno la direzione da seguire per diventare la donna e la professionista che vorrà essere.

Questa forte spinta interiore si è arricchita dall’incontro con i ragazzi del Bullone, grazie ai quali ha cominciato dar voce e scrittura alla sua profondità d’animo, ha conosciuto storie di sofferenza e di rinascita, ha incontrato ancora una volta persone gentili che si prendono cura delle persone, ma questa volta con la potenza delle parole.
E poi è arrivato il momento di cominciare a «mettere le mani in pasta», di vedere, toccare, prestare assistenza a chi sta male. Ricordo i suoi occhi brillare di luce ed emozione quando, qualche mese fa, dopo aver completato la formazione teorico-pratica in Croce Rossa mi raccontava la sua prima giornata da soccorritrice-tirocinante, l’orgoglio di indossare la divisa, il senso di appartenenza alla squadra di volontari del venerdì notte, la gioia di rendersi utile, la possibilità di prestare cura e, ancora una volta, affidarsi con fiducia e gratitudine ora ai compagni esperti che le stanno accanto e la guidano nell’imparare. Lei, con la sua voglia di stare in prima linea, lungo la «catena del donare per aver ricevuto e del ricevere dall’aver donato» tempo, risorse, energie non solo spese, ma anche interiorizzate e generatrici di valore.

Dopo 5 anni di liceo, l’esame di maturità e una breve vacanza con le amiche in giro per l’Europa arriva, lo scorso 6 settembre, il fatidico momento del test di ammissione alla facoltà di medicina, tanto temuto quanto preparato in settimane di studio intenso. Il verdetto del 29 settembre è «ammessa all’Università degli Studi di Milano Bicocca», la sua prima scelta la sede di Monza, l’Ospedale San Gerardo, proprio là dove è stata curata vuole tornare per studiare. L’emozione è forte, le lacrime (almeno le mie) sgorgano a fiotti, dove tutto è cominciato si ritorna, una sorta di cerchio magico che si chiude per lasciare che un altro, ancora più grande, si apra alla vita che verrà.

E dopo 16 anni, quella domanda rimasta a lungo muta nei miei pensieri e nel mio cuore «perché proprio lei?», mi sembra che abbia trovato finalmente risposta e pacificazione.
Un grazie a tutti coloro che ci hanno aiutato (lei soprattutto) ad arrivare fin qui…
(il Sig. Verga, il prof Masera, il prof Biondi, il dottor Jankovich con tutto lo staff, Bill Niada e la Magica Cleme, Sofia con Giancarlo e i B.liver, la Croce Rossa di Codogno.)

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