Più voce alla fragilità. Scrivere ti guarisce.

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Interviste rovesciate: i maestri interrogano i B.Liver. In questa intervista rovesciata le domande della ricercatrice Gabriella Scarlatti a Elisa, B.Liver.
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Nella foto, a sinistra: l’intervistatrice Gabriella Scarlatti, una super ricercatrice del San Raffaele e non solo, che studia e lavora per far guarire milioni di persone, per almeno farle star bene. A destra: Elisa, una ragazza di 24 anni, B.Liver, in questa intervista manda un messaggio, dopo più di due anni rubati alla sua adolescenza per essere finalmente ricoverata e riuscire a guarire.

Interviste rovesciate: i maestri interrogano i B.Liver. In questa intervista rovesciata le domande della ricercatrice Gabriella Scarlatti a Elisa, B.Liver.

di Gabriella Scarlatti

Sono bastati pochi scambi di parole ed Elisa mi ha messo subito a mio agio. Mi rassicurava dicendomi che non sarebbe stato difficile fare l’intervista e scrivere il pezzo. Lei lo ha già fatto! Ci credo, lavora a Il Bullone. Io invece sono ricercatrice; scrivo articoli, ma scientifici, e non devo intervistare, ma solo interpretare i miei esperimenti di laboratorio. Però alla fin fine il nostro mezzo di comunicazione è simile. Si tratta sempre di un articolo, ed entrambe dobbiamo affrontare il panico iniziale da foglio bianco.

Continuando la nostra chiacchierata mi sono presto resa conto che il suo modo di fare ed interagire la rappresenta appieno: una ragazza di 24 anni, determinata a cui piace parlare, discutere, ascoltare per aiutare a dar voce. Infatti, da piccola aveva già le idee chiare e voleva fare l’avvocato, mentre io sognavo di fare la principessa Sissi, e dopo ha pensato di voler diventare ostetrica per dare «inizio alla vita!» «E poi cosa è successo?», le chiedo. «Al terzo anno di liceo ho iniziato a stare male». Ci sono voluti più di due anni rubati alla sua adolescenza per essere finalmente ricoverata e riuscire a guarire. Si, perché «si può guarire» è il suo messaggio per tutti noi. «Al di fuori esiste una vita molto più bella, e guarire ne vale proprio la pena».

«si può guarire. Al di fuori esiste una vita molto più bella, e guarire ne vale proprio la pena».

Elisa, B.Liver

Due anni abbondanti della sua vita in cui si sentiva un elefante in mezzo a una stanza, con un forte senso di impotenza, perché non poteva apertamente parlare del suo dolore e malessere. Da un lato si è ciechi e non si vuole affrontare la malattia, dall’altro non si sa come uscirne e come affrontarla. Mi dice: «La malattia non deve essere il centro di tutto e della persona, altrimenti diventa ancora più difficile chiedere aiuto». Ed è proprio questo il nodo cruciale per cui bisogna educare a chiedere aiuto. Le persone non sono pronte ad accettare la diversità e le fragilità. Elisa ha le idee molto chiare sugli interventi da fare, come per esempio sensibilizzare a scuola i ragazzi e gli insegnanti, educare i genitori, creare delle reti di ospedali e case di cura per dare accesso rapidamente alle cure necessarie. Mi trasmette il messaggio molto forte che non bisogna guardare e focalizzarsi solo sulla malattia e nel mentre dimenticarsi della persona.

Alla mia domanda se nel suo futuro pensasse di dedicarsi nello specifico agli interventi che mi ha descritto, mi dice che in fin dei conti lo sta già facendo con il suo lavoro attuale al Bullone, ma con un approccio più ampio. È entrata in contatto con le associazioni del volontariato proprio per poter lavorare alla sensibilizzazione al rispetto e a dare voce a chi non ce l’ha. Poter contribuire ai laboratori organizzati nelle scuole per sdoganare e parlare di «cose scomode» la rende molto orgogliosa. Questo lavoro, dove si fa qualche cosa per sé e per gli altri allo stesso tempo, è una vera fortuna ed è quello che vuole fare.

Elisa è entrata in contatto con le associazioni del volontariato proprio per poter lavorare alla sensibilizzazione al rispetto e a dare voce a chi non ce l’ha. Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale DALL·E 2

Questo lavoro, dove si fa qualche cosa per sé e per gli altri allo stesso tempo, è una vera fortuna.

Sensibilizzazione ma anche denuncia per prevenire, sono sue parole. Le chiedo se ha seguito la denuncia delle atlete di ginnastica artistica. Scopro che anche lei ha fatto ginnastica e poi danza moderna, quando non aveva più il fisico adatto. Non ricorda di avere subito mai vessazioni piscologiche o fisiche, ma sono sport che prepotentemente impongono una perfezione del corpo. Il corpo è al centro dell’attenzione, non avere un corpo che venga considerato impeccabile diventa un problema serio.

Quando le chiedo se – adesso che è una giornalista e scrive su Il Bullone – non ha mai pensato di scrivere la sua storia personale, le sue esperienze e la sua malattia, mi dice che non ha ancora trovato le parole giuste. Scrivere aiuta a fissare le parole che altrimenti volano via, ma allo stesso tempo vuole anche dire fissare dei sentimenti che non sempre si vogliono rileggere. Non è facile dar voce alle proprie fragilità e sofferenze, andando nella profondità dei propri sentimenti. Questo nonostante lei ora abbia a disposizione una cassetta piena di attrezzi per poter riconoscere ed affrontare i momenti più difficili. Tante porte del suo percorso non sono ancora chiuse, ma ha tanti strumenti per poterle affrontare, anche se è conscia che il percorso sarà molto lungo, chissà, forse continuo.

Sono convinta che Elisa la cassetta degli attrezzi ce l’avesse già con sé fin da prima, ma che abbia dovuto trovare la chiave per aprirla. Infatti, durante il suo anno di ricovero, ha completato gli studi al liceo, dato con successo la maturità e successivamente si è anche iscritta all’università. Certamente ha avuto un appoggio: tante persone, tra cui anche i suoi professori, sono state una forza e molto importanti per aiutarla. Nonostante abbia realizzato dei traguardi importantissimi per proseguire la sua vita, lei quell’anno lo descrive come un «anno di pausa per capire cosa voglio fare». La pausa riguardava la sua persona per imparare a fermarsi e riuscire a dare il giusto spazio al piacere e al dovere, con i suoi propri ritmi. In tutto questo periodo ha sempre guardato al dopo per continuare ad andare avanti. Per il suo 2023 ha intenzione di continuare questo percorso, di riprendere in mano i ricordi e le esperienze, quella parte più giocosa della vita che la malattia le ha preso.

Dopo questa piacevolissima chiacchierata, per completare l’intervista le chiedo finalmente quali siano le sue aspirazioni per il futuro e cosa vuole fare. Elisa è determinata a chiudere a breve una porta importante completando il suo percorso di studi in Economia e gestione dei beni culturali. Quando ha scelto questa strada non aveva un’idea chiara di cosa sarebbe stato il suo futuro, però l’arte e la cultura da sempre sono state la sua passione. La sua tesi è sulle nuove tecniche e metodologie espositive dei musei – mostre experience. Chissà se potrà metterla a frutto per organizzare una mostra molto particolare a Il Bullone? «Perché no? Si sa che al Bullone si possono fare cose pazzesche!», mi dice.

«Si sa che al Bullone si possono fare cose pazzesche!»

Elisa, B.Liver

All’ultimo Elisa mi spiazza, inverte i ruoli e mi intervista: «Già che parliamo di futuro, come vedi il tuo 2023? Quale è il tuo desiderio?». Bella domanda! Elisa mi ha preso in castagna, ha saputo ascoltare, o forse è meglio dire, ha saputo leggere fra le righe della mia vita e captare un mio stato di esitazione e arrovellamento. «Ho proprio bisogno di fermare il tempo, la frenesia di questo periodo, e guardare oltre per capire cosa voglio fare. Trovare delle alternative per divertirmi di nuovo con quello che faccio». Mi sembra di averlo già sentito dire da qualcuno: già, da Elisa. Grazie, cara Elisa e buona fortuna per il tuo futuro.

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