Daniele Cicuzza, il ricercatore italiano che cura e protegge la foresta nel Borneo

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Guido Crepax, artista e fumettista, viene interpretato in questa intervista impossibile dalla figlia, Caterina Crepax, e da Martina Dimastromatteo. Leggi l'intervista impossibile!
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A sinistra, il piccolo fiore della pianta del cacao (Theobroma-cacao); al centro una delle numerose specie di zenzero (Etlingera elatior); a destra la pianta carnivora nepente (del genere Nepenthes)
Grazie al potere delle nuove tecnologie, Daniele Cicuzza ci ha accompagnato in diretta alla scoperta di un luogo straordinario a migliaia di chilometri di distanza, l'orto botanico del Brunei.

di Edoardo Grandi

Alla scoperta del Brunei, il paradiso della biodeversità

Siamo alla fine di novembre, l’inverno è alle porte. Eppure ci sono circa 30 gradi e l’85% di umidità, nuvoloni neri si addensano nel tardo pomeriggio, presto ci sarà un acquazzone tropicale. Cosa sta succedendo? Sono gli effetti dei cambiamenti climatici? No, per fortuna: sono gli effetti del nostro collegamento da remoto con Daniele Cicuzza, che si trova nel Brunei, in Borneo, dove è ricercatore e docente, specializzato in botanica, presso la Universiti Brunei Darussalam.

Daniele Cicuzza ci sta guidando in una straordinaria visita virtuale all’orto botanico e alla serra dell’università, alla scoperta delle piante tropicali locali e di altre provenienti da diverse aree del mondo.

Il Borneo è un’isola enorme (la terza al mondo per estensione) e si trova nel sudest asiatico, a cavallo dell’equatore. Il Sultanato del Brunei ne occupa una piccolissima parte, i due terzi appartengono all’Indonesia, e una vasta area alla Malesia. Data la sua posizione geografica, il clima è praticamente costante, caldo e umido, per tutto il corso dell’anno: questo spiega la sorpresa all’inizio della nostra spedizione virtuale.

È caratterizzato da un’elevatissima biodiversità e da ampie zone di foresta tropicale ancora incontaminata, e proprio qui, nell’orto botanico curato da Cicuzza, ne possiamo osservare molte specie rappresentative.

L’orto botanico inaugurato dal Sultano del Brunei

Ci spiega il ricercatore: «La cosa bella di quest’orto, inaugurato nel 2017 dal Sultano del Brunei, è che sorge in una zona di foresta lasciata intatta durante la realizzazione del campus universitario: è quindi ricco di specie locali, cui negli anni ne abbiamo aggiunte altre, raccolte in foreste diverse e poi piantate qui».

La nostra visita è ricca di curiosità, come la nepente (pianta carnivora del genere Nepenthes). Quella che osserviamo in diretta è abbastanza piccola, ma Cicuzza ci mostra bene una struttura particolare, originata da una foglia modificata: si tratta di una specie di ampolla, chiusa superiormente da un opercolo, che secerne sostanze che attirano gli insetti, soprattutto mosche e formiche, facendoli cadere nella trappola.

All’interno c’è un liquido che serve alla pianta per digerire le prede. Questo adattamento permette alle Nepenthes di «integrare» la loro dieta, dato che crescono su suoli piuttosto poveri di nutrienti come fosforo e azoto. Contrariamente a quanto può portare a pensare il nostro immaginario, soprattutto a causa di film dell’orrore, le piante carnivore sono del tutto innocue per l’uomo.

Un’intera sezione è dedicata a numerose specie di zenzero (o ginger, secondo la diffusa dizione inglese). Molte di quelle che ci vengono mostrate sono ancora sconosciute alla scienza: attendono di essere studiate e classificate. Si tratta di arbusti di media altezza, e tra essi il più conosciuto è Zingiber officinale, i cui rizomi (una modificazione carnosa e sotterranea del fusto) sono utilizzati soprattutto nella cucina dell’estremo oriente.

Nell’orto botanico non ci sono solo piante: la nostra guida ci fa vedere alcuni tronchi che ospitano alveari di api di foresta. Si tratta di insetti diversi dalla nostra ape domestica (Apis mellifera), più piccoli e scuri e privi di pungiglione. Anche queste api tropicali producono miele, più liquido e forse amaro per i nostri gusti rispetto a quello prodotto da noi, ma comunque buono. Gli alveari sono protetti da gabbie metalliche per proteggerli dalle incursioni delle scimmie, ghiotte di miele, qui presenti con due specie di macaco.

Alla scoperta della serra tropicale

Il sole sta per calare, così dall’orto ci spostiamo nella serra, che è dotata di illuminazione artificiale. Non si tratta di una vera e propria serra come quelle delle nostre latitudini, dato che il caldo e l’umidità costanti permettono alle piante tropicali di crescere e svilupparsi naturalmente.

Entrando qui sembra di essere nell’immensa (e ricca) sala di una nostra abitazione, dove al posto dei mobili ci sono solo molte delle cosiddette piante d’appartamento da noi spesso predilette, ma sono tutte specie selvatiche. Molte appartengono alla vastissima famiglia delle Araceae, spesso dotate di grandi foglie e a volte di tuberi usati nell’alimentazione umana a livello locale. Sempre della stessa famiglia, ammiriamo una Monstera, dalle enormi foglie frastagliate, che, se adeguatamente curata, ben si adatta all’interno delle nostre case.

Da piccole a grandi, ecco due specie di grande importanza economica e provenienti da altre zone geografiche. La Stevia rebaudiana, originaria del Sud America, a prima vista sembra un’erba insignificante (raggiunge al massimo mezzo metro), ma nasconde un segreto: contiene infatti sostanze dolci dal potere molto più marcato rispetto al comune zucchero, con il vantaggio di essere prive di calorie. Per questo motivo viene usata come dolcificante dietetico in svariati prodotti alimentari e bevande. Persino la Coca-Cola, in alcuni Paesi, ha una linea denominata appunto «Stevia».

Ben più grande (dai 5 ai 10 metri) è la pianta del cacao (Theobroma cacao), anche questa proveniente dall’America meridionale ma oggi coltivata in moltissimi Paesi, dall’Africa al sudest asiatico, e ben nota a tutti per la cioccolata che si ricava dai semi. Pochi sanno, però, che i fiori, veramente minuscoli, crescono direttamente sul tronco, e vengono impollinati probabilmente da piccoli insetti.

Daniele Cicuzza, è professore assistente senior presso l’Università del Brunei Darussalam e curatore del giardino botanico dell’UBD. Con sede nell’isola del Borneo (Brunei), la sua ricerca riguarda il mondo delle felci e la loro evoluzione.

La foresta tropicale del Borneo: un equilibrio ad altissimo rischio

L’orto botanico e la serra sono sì ricchi di specie, ma al di fuori di questi spazi la foresta tropicale del Borneo (e del resto di Malesia e Indonesia) è ad altissimo rischio. Ci dice Daniele Cicuzza: «Con una stima approssimativa si può dire che negli ultimi decenni queste foreste hanno perso circa la metà della loro superficie. I primi danni si erano già visti ai tempi del colonialismo, con l’introduzione di alberi da caucciù, la gomma naturale ricavata dal lattice di queste piante.

Ma è solo a partire dagli anni 70 del secolo scorso che la deforestazione e le trasformazioni ambientali hanno raggiunto livelli allarmanti. Le colture di palma da olio (Elaeis guineensis) hanno spazzato via enormi estensioni di vegetazione originaria, con impatti devastanti anche sulla fauna.

“negli ultimi decenni queste foreste hanno perso circa la metà della loro superficie”.

Daniele Cicuzza

Ma non tutte le compagnie che la coltivano sono «cattive»: le più virtuose lasciano, all’interno dei loro appezzamenti, parti di foresta collegate da corridoi naturali, a formare una specie di mosaico, limitando così i danni. E non bisogna dimenticare che la coltivazione della palma non è l’unica responsabile di questo declino.

Ci sono stati cambiamenti grandissimi a livello agricolo, con l’estensione di colture di riso a scapito della foresta, per non parlare dello sfruttamento degli alberi per la produzione di carta e la deforestazione per il commercio di legname».

“L’uomo delle foreste”, il simbolo della devastazione

L’animale simbolo, suo malgrado, di questa devastazione è l’orango (Pongo pygmaeus) che ha bisogno di habitat molto vasti per poter vivere, spostandosi quasi esclusivamente sugli alberi, e cibandosi in genere di frutti reperiti nella foresta su ampie superfici. Oggi nel Borneo, allo stato selvatico, si trova soltanto in alcuni parchi nazionali delle regioni appartenenti a Malesia e Indonesia.

Una curiosità è legata al suo nome, abbreviazione di orangutan, composto dalle parole malesi «orang» (uomo, persona) e «hutan» (foresta). Purtroppo la sopravvivenza di questo nostro cugino, uomo delle foreste, è ad altissimo rischio.

Dall’Europa alle isole dell’Asia

Il buio scende quasi di colpo, come succede sempre nei pressi dell’equatore, e prima di congedarci dalla nostra guida, gli chiediamo cosa l’ha spinto ad andare a vivere e lavorare in Brunei.

«Sono sempre stato affascinato dall’Asia e volevo studiare piante poco conosciute, seguendo progetti a lungo termine.

Dopo la laurea all’università La Sapienza di Roma, e dopo lunghe peregrinazioni e dottorati in altre università europee e istituti di ricerca, mi si è presentata l’occasione di un progetto riguardante le felci, un gruppo di piante poco studiate, a Sulawesi, isola dell’Indonesia a est del Borneo. In seguito ho continuato in quel settore.

Capisco che decidere se partire o rimanere in Italia per studiare e lavorare possa essere una scelta difficile, ma io ho sempre desiderato andare all’estero. Naturalmente, anche il ritorno è importante, soprattutto nel riportare a casa il bagaglio di conoscenze imparate altrove».

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