Mi chiamo Cristina, ho 26 anni e vi dico che ce la sto facendo

Autori: Il Bullone
La giovane B.Liver Cristina racconta la sua lotta contro i disturbi del comportamento alimentare. Leggi la sua storia!
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La B.Liver Cristina Procida racconta come ha affrontato l’anoressia
Per la B.Liver Story di questo mese, la giovane B.Liver Cristina racconta la sua lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

di Cristina Procida

A 16 anni inizia la mia storia con i disturbi del comportamento alimentare

Ho sofferto di Anoressia Nervosa. Lo dico così, senza fronzoli, senza dubbi, senza mezzi termini. Ho vissuto per anni con un mostro crudele che mi impediva di agguantare anche solo un pezzetto di mela, o mi portava a non poterne fare a meno: le volte che sfuggiva al mio controllo mi ritrovavo a mangiare cibo ancora congelato o pezzi di carta, presa dalla foga di quella che prende il nome di «abbuffata compulsiva».

La mia storia non è quella di qualcuno che voleva fare la modella, o quella di chi guardava le copertine patinate sperando di assomigliare a quei visi perfetti. La mia storia è un angolo oscuro fatto di violenza, di soprusi, di corpi corrotti; è la storia di cinque anni di violenze quotidiane e diciassette di umiliazioni giornaliere.

Mi chiamo Cristina, ho 26 anni, e quando ne avevo sedici una sera ho deciso che non volevo mangiare più. Mi sono ammalata nel silenzio generale di un ambiente malsano e sofferente, quando lei, l’Anoressia, la compagna che io pensavo essere la mia migliore amica, ha bussato alla mia porta e mi ha offerto una strada alternativa al dolore: l’anestetico perfetto, un pensiero fisso, qualcosa attorno alla quale far convergere tutta la mia attenzione.

Per non pensare, per non sentire, per avere uno scopo.

“l’Anoressia […] ha bussato alla mia porta e mi ha offerto una strada alternativa al dolore: l’anestetico perfetto, un pensiero fisso, qualcosa attorno alla quale far convergere tutta la mia attenzione.

Cristina Procida

Volevo riuscire a non farmi vedere

Essere magra sì, ma magra da diventare invisibile, magra da poter volare via insieme al vento, magra da tenere in braccio. Piccola da poter abbracciare, piccola minuscola, una briciola, anzi, un granello di sabbia che scorre tra le dita e scompare in mezzo agli altri.

Volevo riuscire a non farmi vedere, ad evadere da tutta quella sofferenza, tutto quel male. Pensavo di aver trovato la soluzione perfetta: più volevo dimagrire, più tutto il resto perdeva di significato, anche il dolore.

La sera in cui tutto è cominciato, la ricordo ancora con l’amaro in bocca, mi ero imbattuta in un’applicazione contacalorie da scaricare sul cellulare e avevo deciso di non mangiare tutto il pezzo di pollo, tre quarti sarebbero bastati. È stata la prima volta.

Tre giorni dopo a educazione fisica mi sentii male e il mio professore decise di diramare l’allerta. È stata la prima volta anche quella.

La prima di una serie di allarmi e controlli continui che rendevano il mostro ancora più famelico: se n’erano accorti. E se se n’erano accorti, allora stavo facendo bene il mio dovere.

“Essere magra sì, ma magra da diventare invisibile, magra da poter volare via insieme al vento, magra da tenere in braccio. Piccola da poter abbracciare, piccola minuscola, una briciola, anzi, un granello di sabbia che scorre tra le dita e scompare in mezzo agli altri.” Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale DALL·E 2

La guerra contro me stessa era cominciata

Non capii subito in cosa mi stavo cacciando, né quanto quella decisione avrebbe poi condizionato la mia vita, le persone che avevo intorno e tutti gli anni a seguire. Avevo cominciato una guerra contro me stessa e contro la mia stessa esistenza, una battaglia dai contorni netti che piano piano stava distruggendo tutto ciò che ancora non aveva ceduto sotto il peso del dolore.

Per me, avere a che fare con Lei, cancellava tutto il resto, mentre il mio mondo andava a rotoli, io non me ne accorgevo.

L’Anoressia mi aveva poggiato sulla spalla sinistra la sua gelida mano, continuando a deviare il corso del fiume dei miei pensieri.

Non c’era altro a cui pensassi: mi svegliavo la mattina e calcolavo quante calorie avevo bruciato dormendo. A scuola contavo quante ne potevo consumare, e anche quando mi tolsero la bilancia per potermi pesare, passavo le mattinate a ipotizzare se fossi scesa o aumentata. Il mio intero universo divenne il cibo e il suo percorso all’interno del mio corpo.

Un corpo che odiavo e che non volevo più.

“Il mio intero universo divenne il cibo e il suo percorso all’interno del mio corpo.”

Cristina Procida

La prima volta che sentii nominare il suo nome: “anoressia nervosa”

Il limite della malattia fu toccato un giorno di maggio, quando a causa dei forti dolori addominali fui mandata al pronto soccorso. Fu la prima volta che i medici pronunciarono il nome della mia amica ad alta voce, la prima volta che la sentii nominare per davvero.

Mia madre, donna con un passato di Anoressia e Bulimia alle spalle, cercava di negare anche a sé stessa la realtà dei fatti. E provò a negarlo anche mentre cercava di infilarmi in bocca del cibo a forza, lottando contro i miei denti stretti.

Mentre me ne stavo sul lettino con la flebo nel braccio, i suoi occhi erano completamente assenti: mi ricordò una bambina spaventata. E mi sentii in colpa. Mi sentii in colpa non solo per ciò che stavano iniettando nel mio corpo senza il mio permesso o senza il permesso della malattia, mi sentii in colpa anche per essere malata. «Non volevo farti soffrire, giuro», pensavo mentre le proponevano centri specializzati.

Centri che io non vidi mai. Perché sì, si soffre di Anoressia Nervosa, di Bulimia, di Binge, di Arfid, di tutti i disturbi del comportamento alimentare anche quando non si ha un sondino nel naso e non si entra in comunità.

Anzi, la maggior parte dei malati nelle comunità e nei centri non ci metterà mai piede: complici i criteri stringenti e le liste d’attesa lunghissime.

Come trovai la forza di alzarmi

Io sono una di quelli che ha provato a curarsi presso la ASL locale, sezione di neurospsichiatria infantile, dove probabilmente il loro unico scopo inizialmente fu quello di ingrossare il mio corpo senza lenire la mente: eppure di psicologi ne vidi tanti, tantissimi. Ad ognuno ho affidato il numeretto in nero. Qualcuno si è dimostrato più disponibile, per altri ero ormai cronicizzata e probabilmente non mi sarei salvata mai.

Guarire è ancora più difficile quando pensi di non averne la possibilità. E nel mentre che il tempo passava, anche gli anni andavano con lui.

A scuola alcuni insegnanti mi tenevano compagnia durante l’intervallo, portandomi pezzi di torta. Durante le gite i loro occhi mi stavano puntati addosso.

L’unica volta che non avvertii il giudizio negli occhi di qualcuno, fu quando iniziai il percorso con Cinzia, la mia educatrice.

Fu lei a consigliarmi di cambiare città e trasferirmi altrove, e fu sempre lei che aiutò me e mia madre a fuggire dalla violenza domestica che mi aveva fatto ammalare.

Fu con Cinzia che accettai di essere malata. E fu sempre con Cinzia che trovai la forza di rialzarmi.

“Fu con Cinzia che accettai di essere malata. E fu sempre con Cinzia che trovai la forza di rialzarmi.”

Cristina Procida
“Fu con Cinzia che accettai di essere malata. E fu sempre con Cinzia che trovai la forza di rialzarmi.” Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale DALL·E 2

Il percorso non è ancora finito, ma sono sulla buona strada

A ottobre 2016, esattamente tre anni dopo l’esordio della mia malattia, mi trasferii dalle Langhe piemontesi a Roma, la città eterna. Ancora portavo sulle braccia e nello zaino il peso della malattia mentale, dell’Anoressia, di ciò che era stato per tanti anni e ora non era finalmente più.

Non ero guarita. Ho avuto più ricadute durante il corso degli anni, ma grazie all’aiuto degli specialisti giusti e di un contorno affettuoso, sono riuscita a riprendermi parte di ciò che mi era stato tolto.

Il percorso non è ancora finito, ma sono sulla buona strada. L’Anoressia non occupa più tutte le mie giornate, e anche in quelle storte riesco a lasciare la sua mano gelida e accetto di sentire, sentire tutto: il male, la gioia, l’ansia, il dolore. E l’Amore. Finalmente accetto l’amore, soprattutto quello per me stessa.

Mi chiamo Cristina, ho 26 anni e tutti pensavano che non sarei guarita mai: invece ce la sto facendo.

“Mi chiamo Cristina, ho 26 anni e tutti pensavano che non sarei guarita mai: invece ce la sto facendo.”

Cristina Procida

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