Gianluigi Avella, manager di IBM: breve storia dell’intelligenza artificiale

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Gianluigi Avella, manager of customer success di IBM, ci racconta la storia dell'intelligenza artificiale dagli anni cinquanta ad oggi. E come è nata la "Call for an AI Ethics, il documento che definisce un approccio etico all’intelligenza artificiale.
Storia intelligenza artificiale
Gianluigi Avella, manager of customer success di IBM, ci racconta la storia dell'intelligenza artificiale dagli anni cinquanta ad oggi. E come è nata la call for an AI ethics, il documento che definisce un approccio etico all’intelligenza artificiale.

di Giovanna Fungi, B.Liver

Estate. Una serata in giardino, abiti leggeri, cielo stellato. Un’affermazione taglia l’aria atterrando sul mio cuore impreparato: «Suonare il piano non ha più senso». Il mio incontro con Chat GPT è avvenuto prima che fosse diffusa da OpenAI, attraverso i pensieri di un ragazzo di sedici anni.

Oggi, so che una descrizione può innescare il processo per cui un’AI farà il lavoro in pochi minuti; vale per creare canzoni, immagini, testi. Questa è arte? Come spiego al ragazzo che l’apporto umano fa la differenza? Da qui il desiderio di intervistare qualcuno che vive questi temi da una prospettiva diversa, dall’interno di contesti di sviluppo e vendita.

Come è approdato a questo mondo?

«Sono approdato a questo mondo per passione, oggi mi occupo di tecnologie innovative e di far sì che i nostri clienti possano comprenderle e utilizzarle al meglio».

La storia dell’intelligenza artificiale: come è stata applicata fino ad oggi?

Che cos’è AI e come è stata applicata fin qui?

«Tutto nasce nei primi anni 50. All’epoca era tutto a uno stadio embrionale, la sfida è stata che i calcolatori potessero eseguire calcoli sempre più complessi, quasi ad emulare un cervello umano.

Hardware più potenti e algoritmi specialistici hanno permesso di arrivare, nel 1996, alla vittoria del calcolatore Deep Blue di IBM contro l’allora campione in carica di scacchi Kasparov, con una cadenza di tempo di torneo: aspetto importante se ci chiediamo se un computer sia in grado di elaborare molti dati più velocemente di un essere umano.

Nel progresso dell’AI, una delle conquiste più importanti è stata interpretare il linguaggio umano e dare risposte così come farebbe un essere umano: questo necessita di grandi quantità di dati e di elaborazioni molto veloci. Nel febbraio 2011 Watson, AI di IBM, ha concorso al quiz televisivo “Jeopardy” riuscendo a dare le risposte giuste più velocemente di altri concorrenti (umani). In 60 anni sono stati fatti passi da gigante.

Le applicazioni sono tante e in molti ambiti: se chiamiamo il nostro operatore telefonico il primo a rispondere, a volte senza che ce ne accorgiamo, è un’AI che fa da dispatch rispetto alle domande che poniamo. Esistono sveglie che sanno all’incirca quando ci svegliamo e suonano le note della nostra canzone preferita, i nostri cellulari e le macchine che guidiamo hanno integrati sistemi di AI».

La storia continua: cosa ci attende per il futuro?

Siamo di fronte a una nuova rivoluzione. Cosa vogliamo dallo sviluppo dell’AI?

«Siamo partiti dagli anni 50 e da allora abbiamo attraversato diverse rivoluzioni industriali: come per ciascuna rivoluzione, esiste un fenomeno base. L’automazione ha facilitato la vita dell’uomo, riducendo i rischi per lavori potenzialmente pericolosi, migliorando la qualità di vita e facilitando alcuni compiti.

AI può essere vista come un’evoluzione dell’automazione: non più solamente macchine, bensì software presenti all’interno di molti dispositivi che fanno parte della nostra vita quotidiana, e che semplificano i compiti più ripetitivi, noiosi, a basso valore aggiunto».

Quali domande pone l’utilizzo dell’AI sul piano etico?

Quando pensa allo sviluppo e alla vendita di AI, quali domande si pone sul piano etico? C’è una proposta di cui IBM si fa portavoce in questo contesto?

«È essenziale guardare l’AI da un punto di vista etico. La prima cosa da chiedersi è se l’AI che sto sviluppando sia libera da pregiudizi, se il processo di output sia spiegabile e se AI sia imparziale ed inclusiva.

La Pontificia Accademia per la Vita, IBM, FAO, Governo italiano e Microsoft hanno siglato la Call for an AI Ethics, documento nato per sostenere un approccio etico all’Intelligenza Artificiale e promuovere tra aziende, governi e Istituzioni un senso di responsabilità condivisa, per garantire un futuro in cui l’innovazione digitale e il progresso tecnologico siano al servizio del genio e della creatività umana.

I principi che orientano tale approccio, spiegati sul sito IBM, sono: trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza e privacy. Per un’azienda che opera nel settore, c’è l’interesse a sviluppare AI in accordo con tali requisiti, poiché il suo codice sarà testato e verificato in questo senso.

Per il consumatore, l’invito è quello di rivolgersi a produttori che facciano riferimento a tali principi».

Gianluigi Avella. Attualmente è Manager of Customer Success di IBM. Alle spalle un’esperienza di oltre 10 anni in tecnologie Cloud Computing. Laureato in Informatica presso l’Università degli Studi di Salerno con un Master in Cloud Computing al Politecnico di Milano ed un Executive MBA presso l’Università di Pavia.

Educazione e regolamentazione

Per favorire un utilizzo consapevole delle AI, realtà come IBM attuano progetti di stampo educativo che possano supportare i cittadini?

«In IBM esistono momenti che chiamiamo SkillsBuild, in cui parliamo di nuove tecnologie anche con ragazzi molto giovani».

Si ragiona su un’agenzia sul modello dell’FDA statunitense (Food and Drug Administration) che si occupi di regolamentare la distribuzione delle AI in un’ottica di prevenzione. Può essere una buona idea?

«Più che di prevenzione preferisco parlare di corretta attuazione. Il mio punto di vista è che il progresso è inevitabile. Di conseguenza, è importante far sì che sia regolamentato, rispettoso della natura, dell’essere umano, del mondo. Credo che si stia andando e che si andrà in questa direzione».

AI: le domande di un genitore e di un adolescente

Ho chiesto ad un genitore di farle una domanda: l’AI potrà spiegare a un bambino i processi che utilizza per creare, in modo che il bambino non perda il confine tra pensiero magico e realtà?

«Il pensiero magico tipico dei bambini riguarda i nessi (non logici) che si intuiscono per spiegare in che modo qualcosa accade. Un fulmine in passato era percepito come evento magico, questo potrebbe essere vero anche per l’automobile che “va avanti da sola”: qual è la magia? Essa viene svelata quando comprendiamo il funzionamento del motore o il processo fisico alla base del fulmine.

Anche l’AI potrà essere resa comprensibile attraverso le stesse chatbot a cui “piace spiegare le cose”. IBM ha pensato a questa necessità e mette a disposizione di chi utilizza AI strumenti per comprendere quali sono i processi che hanno generato quella decisione».

Ho chiesto a un adolescente di farle una domanda: l’AI sembrerebbe essere in grado, tra pochi anni, di rimpiazzare diversi lavori con responsabilità (avvocati, medici, …). Se sbagliasse di chi sarebbe la colpa?

«Personalmente, penso che l’AI non possa sostituire l’intelligenza umana. Potrà ampliare le proprie basi di conoscenza aggregando velocemente molti dati, magari più di quelli che può gestire un essere umano.

Nel caso degli avvocati, loro stessi trarranno vantaggio dall’AI, ad esempio aggregando più fonti per aumentare la conoscenza. Resterà compito dell’avvocato, poi, portare le proprie motivazioni con empatia e dinamismo in un tribunale, con la responsabilità di intuire cosa è giusto discutere o meno.

Qualunque professionista che abbia una grande complessità di informazioni da acquisire potrà trarre vantaggio dall’AI. Credo che la capacità di intuizione alla base della generazione di nuove idee e tecnologie, inclusa l’AI stessa, sia invece propria dell’essere umano.

Non sono così sicuro che una macchina sarà in grado di generare una nuova idea. In questo senso potremmo rinominarla “conoscenza artificiale”: una tecnologia al servizio dell’uomo e della sua intelligenza».

Cosa guadgna e cosa rischia di perdere l’umanità con l’AI?

AI in sintesi: cos’ha da guadagnare l’umanità? Che ne sarà dei nostri cervelli se non utilizziamo più certe funzioni cognitive?

«Come per ogni rivoluzione l’essere umano può beneficiare delle automazioni sfruttandole appieno, con un conseguente miglioramento della qualità di vita e dell’organizzazione del suo tempo.

Il mio invito è, di tanto in tanto, distaccarsi dagli strumenti che generano automazioni, seguire la strada senza navigatore, leggere un libro invece di chiedere informazioni ad un’AI e continuare a stimolare il proprio ingegno e curiosità.

L’automazione ha aiutato in passato a fare minore sforzo fisico, oggi dobbiamo bilanciare le esigenze di movimento andando in palestra. Per il fatto stesso che l’AI è alla portata di tutti, ci rendiamo conto a stento di come l’abitudine a ricorrere alla semplificazione faccia sì che tendiamo a utilizzarla anche quando non serve. Un buon equilibrio farà la differenza».

“ci rendiamo conto a stento di come l’abitudine a ricorrere alla semplificazione faccia sì che tendiamo a utilizzarla anche quando non serve. Un buon equilibrio farà la differenza”

Gianluigi Avella

Semplificare, facilitare non sembra essere sempre la risposta giusta. Meglio iniziare ora ad investire nella palestra per la mente, per ridurre il rischio che ciò che è pensato «al servizio» dell’umano porti l’umano ad impoverirsi nelle proprie competenze cognitive, emotive, relazionali, creative.

Avere una memoria storica del cambiamento e dei suoi passaggi è importante: accorgiamoci ad esempio di come ogni innovazione porti a farsi delle domande, sebbene alla fine pare si tenda ad accettare tutto per via di questa o quella pressione sociale e commerciale.

Riusciremo a mantenere AI nella sfera delle risorse, oppure ne saremo sopraffatti? La risposta sta in quanto continueremo ad interrogarci, confrontarci, chiedere con determinazione che sviluppatori e produttori orientino il consumatore e rispettino i criteri etici per una tecnologia «umana».

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