Goccia dopo goccia: i piccoli gesti che ci fanno grandi

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I piccoli gesti quotidiani sono i mattoni che costituiscono le fondamenta di tutta la nostra vita, su cui poi poggiano i “grandi” gesti. Ma cosa li distingue?
"Goccia dopo goccia". Illustrazione realizzata per Il Bullone da @velvet_aries, Scuola del Fumetto, Milano

di Liceo Giovanni Cotta, Legnago

Piccoli gesti

Seppure piccoli, i gesti quotidiani che ci circondano penso siano i mattoni che costituiscono le fondamenta di tutta la nostra vita, su cui poi poggiano i “grandi” gesti. Ma cosa li distingue? Cosa li rende “grandi” o “piccoli”? Probabilmente la percezione e la concezione personale che ognuno attribuisce ai valori umani ormai in risalto, sempre più legati allo sterile materialismo.

Ormai compagni di vita

“Goccia dopo goccia”. Illustrazione realizzata per Il Bullone da @_anna_belotti, Scuola del Fumetto, Milano

Tutti possiamo concordare sull’idea che le tecnologie si siano impadronite dei nostri pensieri lasciandoci in balia di una nuova realtà a cui ci siamo dovuti adattare, di conseguenza ogni aspetto delle nostre giornate è basato su un qualcosa di astratto, di non tangibile, da cui manteniamo un certo distacco emotivo una volta che la facciata di Google viene chiusa. Questa contrapposizione credo stia portando sempre più frustrazione e timore, e che contemporaneamente segni di impotenza e di controllo su noi e ciò che ci circonda: non capiamo dove finiamo noi e dove comincia il prossimo, dove finiamo noi e dove inizia il cellulare.

In un contesto di questa portata ci rendiamo conto che i gesti umani, emotivi, affettivi passano in secondo piano. Ci troviamo a essere più soddisfatti di un like ottenuto piuttosto che di un sorriso scambiato faccia a faccia. Questa insensibilità è pericolosa perché ci rende sempre più immuni alla sensibilità propria e altrui, lasciando scorrere particolari che parlerebbero più di mille sms. 

Cosa vogliamo adesso?

L’obiettivo costante è quello di piacere, di accontentare, di non deludere le aspettative. Facendo questo troviamo alquanto complicato mostrarci per quello che siamo. Perciò sotterriamo il nostro io, le nostre vulnerabilità e fragilità, iniziando a ritenerle “debolezze”, facendo partire un circolo che difficilmente può essere interrotto. Anzi viene continuamente rinforzato da ciò che osserviamo sui social media, coerentemente con stereotipi e pregiudizi portati avanti dalla società e da tutti rispettati per le nostre stesse motivazioni.

Piccoli gesti come il semplice movimento di un dito però non può essere abbastanza per noi, non deve essere abbastanza. È improponibile passare ad una vita totalmente virtuale: una storia di millenni modificata dalla rivoluzione digitale. Gli uomini hanno il diritto di evolversi, ma ciò non significa abbandonare completamente le proprie origini. 

Perché ci sottovalutiamo?

“Goccia dopo goccia”. Illustrazione realizzata per Il Bullone da @velvet_aries, Scuola del Fumetto, Milano

Si potrebbe partire dal mettere da parte le insicurezze, mettendo al centro sé stessi e non il giudizio altrui, non permettendogli di fare buono e cattivo tempo a suo piacimento. Non possiamo lasciare che la spersonalizzazione che accomuna tutti dietro ad uno schermo ci annulli e ci omologhi. Come il parabrezza di un’automobile la nostra corazza protegge la nostra interiorità dal mondo esterno, ma non possiamo chiuderla a chiave, perché senza stimoli non potrà nemmeno maturare. 

Dobbiamo smettere di sottovalutarci, perché siamo più forti di quello che pensiamo. Abbiamo la capacità di resistere, di non frantumarci quando un imprevisto, qualcosa o qualcuno ci colpisce. Il nostro parabrezza si scheggia, si graffia, ma rimane compatto non disgregandosi, permettendo a chi guida di proseguire comunque in sicurezza. 

Così piccoli non siamo

Dobbiamo riconoscerci questa forza, quella vera, che sembra scontata, ma di cui ci rendiamo davvero conto solo nel momento in cui ne parliamo con qualcuno, aprendoci completamente. Quel piccolo gesto ci rendiamo conto non essere così piccolo, perché non c’è niente di più grande che mostrarci fragili, semplici, come siamo. Non banali, ma nella nostra sbilenca linearità. È solo da qui che si può partire per ritrovarci, per capire cos’è “grande”, un piccolo passo alla volta.

“non c’è niente di più grande che mostrarci fragili, semplici, come siamo.”

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