di Odoardo Maggioni, BLiver
Il regista Gianfranco Rosi riceve il premio speciale Montale Fuori di Casa 2023 per la regia. Al cinema Palestrina la consegna del premio e la proiezione del suo ultimo film In viaggio, che racconta le missioni del Papa nel mondo.
Gianfranco Rosi riceve il premio Montale alla carriera al cinema Palestrina. Sta presentando In viaggio, suo ultimo lavoro fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia e candidato il 31 marzo al David di Donatello 2023 come miglior documentario.
Gli occhiali neri di Rosi celano lo sguardo di un narratore attento ai mutamenti, capace di raccontare la forza del reale.
I margini della grande città prendono vita attraverso i volti delle persone che la popolano in Sacro Gra. La straziante tragedia dei naufraghi in Fuocoammare si staglia in una visione che fa venire meno le parole. Notturno percorre il confine, segue un conflitto, esamina le ferite della guerra, dove ombra e luce dialogano. I tre film più noti di Rosi sono tuttavia accomunati da un elemento: il tempo. La loro realizzazione è durata anni trascorsi a vivere i luoghi, le persone e le idee.
Per la prima volta «sono dovuto entrare in contatto con del materiale di repertorio che non avevo filmato in prima persona. Ottocento ore di girato che ho fatto mie col tempo. Come nei miei precedenti film, non ho voluto fare interviste».
Il rapporto con il materiale già filmato, dapprima sconosciuto, è diventato progressivamente uno stimolo a raccontare l’uomo dietro al Pontefice. Le imperfezioni e le fatiche stimolano profonde riflessioni su una vita di viaggio. Milioni di persone che attendono il Papa, lo acclamano, gioiscono per una sua parola. La forza delle sue affermazioni colpisce anche un ateo, immerge la mente in un fiume di riflessioni che rielaborano la necessità della religione nel terzo millennio.
La rivoluzione passa dalle scuse, dalle debolezze, da una papalina fuori posto, da una piazza vuota a cui rivolgere lo sguardo. «In viaggio comincia con la parola “sogna”, il film aspetta ancora che ci possa essere una pace possibile». Pur non essendoci un ordine cronologico, In viaggio segue una partitura decisa, un pellegrinaggio continuo e in evoluzione.
«Questo film nasce al termine di un percorso: il Papa ci chiamò in Vaticano per Fuocoammare. Più tardi, dopo un viaggio in Iraq, venni intervistato dall’Osservatore Romano quando avevo finito il film Notturno. Il Papa lesse l’intervista e mi venne proposto di mettere assieme le immagini del suo viaggio. Non riuscivo a creare un collegamento, ero incapace di unire queste immagini».
Il film è costruito attraverso geografie umane e materiali vaticani, ma vuole anche essere una «mappa sul nostro mondo». Quel mondo capovolto che introduce il film, racconta la «globalizzazione dell’indifferenza» che tanto ricorda Fuocoammare.
Rosi racconta che il suo «è un film sperimentale: la tenda vuota che si muove lascia intendere che ci sarà un seguito». Guardare a una figura così trasposta artisticamente, induce a considerare il racconto della vita del Papa una scelta scontata, anche se «la sfida del film era capire come raccontare un uomo così famoso che non fosse privo di ideologia e teologia».





In Viaggio e le sue differenze con la cinematografia di Rosi mi portano a perdere di vista l’obiettivo dei suoi film e pertanto, chiedendogli della sua precedente filmografia, gli chiedo di raccontare dei suoi reportage. «La parola reportage l’ho sempre combattuta dal mio primo film. Il mio lavoro inizia quando finisce il reportage. A me non interessa l’informazione o raccontare l’evento, mi interessa l’eco dell’evento. Dove porta, dove tocca le persone nel quotidiano.
Io non racconto mai la realtà per quella che è, ma cerco di raccontare la condizione umana e trasformare la realtà in qualcos’altro, facendo un lavoro di sottrazione. Cerco sempre di raccontare la realtà attraverso la forza del cinema fatto dei suoi silenzi e delle sue forme. Viviamo in un mondo dove l’informazione ci schiaccia: credo che sia meglio spiegare il meno possibile e lasciare al pubblico uno spazio di sospensione dove trovare la poesia possa avere degli effetti».
Lunghi momenti di creazione caratterizzano la cinematografia di Rosi, nonché un modello produttivo immediato in cui il regista riesce ad ottenere piena fiducia. «Per me ogni film è un nuovo film, è cercare un nuovo linguaggio per ogni persona che incontro. Non scrivo mai uno script, accenno solo una sintesi astratta di 4-5 pagine di racconto.
Non so mai quello che racconterò, preferisco non fare ricerche ma lavorare come un biologo che osserva dentro il microscopio un mondo che l’occhio nudo non vede, la cinepresa ha lo stesso valore: quando c’è un fotogramma e io sono lì dentro, quel fotogramma dà forza e vita a un racconto che non può nascere da una sceneggiatura, a volte aspetto due o tre anni per un’inquadratura.
La realtà si trasforma: quando ho iniziato Fuocoammare, il ragazzino Samuele non ha l’occhio pigro. Questo è successo nei tre anni che ho vissuto a Lampedusa e quell’occhio pigro è diventato la metafora della nostra società». La conoscenza del mezzo tecnico del cinema dialoga con il tempo. Dal momento che la realtà evolve, la narrazione diventa un flusso che da oggettivo diventa personale.
«Il mio lavoro è quello di un regista fuori casa, sono completamente immerso in una realtà senza tornare a casa la sera. Lavoro solo, o con qualche assistente. Il mio lavoro si avvicina maggiormente a quello di uno scrittore».
«Aspetto molto la luce, anche due settimane. Giro sempre con le nuvole, perché solo lì riesci a trovare la distanza giusta. Per me la verità è la distanza fra la cinepresa e il soggetto. A me non interessa la differenza tra la finzione e il documentario. Ho sempre voluto rompere quella barriere. Per me le parole più importanti nel cinema sono “vero o falso”, così come nella scrittura, nella poesia, nella composizione e nella pittura».