Lidia Ravera, scrittrice e giornalista, ha raggiunto la notorietà nel 1976 con il suo romanzo d’esordio Porci con le ali, manifesto di una generazione. Il suo ultimo libro Age Pride affronta il tema del divario generazionale. In Italia, secondo l’Istat, nel 2050 le persone con 65 anni e più potrebbero rappresentare il 35% del totale: i baby boomer.
Lidia, come sottolinea nel suo ultimo romanzo Age Pride, si tratta di una generazione sperimentale: «gli avventurieri del terzo tempo». Ce ne parla?
«Sicuramente questo terzo tempo siamo i primi a viverlo, abbiamo 20/30 anni in più, una lunga vecchiaia. Quando si varcano i 65 anni si ha ancora un’aspettativa di vita che fino ad oggi non era mai esistita.
Siamo avventurieri, i primi che attraversano questo spazio, che attualmente è purtroppo un’area desolata se non facciamo qualcosa: una specie di infilata di stanze vuote in attesa della fine. Invece bisogna rilanciare questo periodo della vita, non bisogna averne paura, vivere voltati indietro e neanche prendere la giovinezza a modello. Dobbiamo riprenderci questa straordinaria stagione non prevista, che è stata guadagnata da settantotto anni di pace, dalla tecnologia, dalla scienza, da tante cose insieme».
Il suo libro è una requisitoria contro l’ageismo. Come insegnare alla società, alla politica, a liberarsi dai pregiudizi dell’età?
«Prendere atto che esiste, invece è qualcosa di cui non si parla, a un certo punto cominci a vergognarti e non sai neanche tu perché. Non c’è nessun motivo di infamia nell’essere nati prima, come non c’è nessuna gloria nell’essere nati dopo.
La mia nascita è lontana, ho vissuto molto, sono vecchia nel senso che non sono nuova. Bisogna liberarsi delle sovrastrutture che appesantiscono questo periodo della vita.
È una fase come tutte le altre, con due differenze: abbiamo un passato lungo ed un futuro più breve. Questo naturalmente lo percepiamo, però non ce ne facciamo spaventare. Poco o tanto che sia il tempo, abbiamo tutte le possibilità di vivere un periodo intenso e felice, una fase di crescita. Non è vero che non si cresce più: quando si smette di farlo si comincia a morire».
“Poco o tanto che sia il tempo, abbiamo tutte le possibilità di vivere un periodo intenso e felice, una fase di crescita”
Lidia Ravera
Lei scrive: «una società in cui le età della vita non comunicano fra loro è una società fragile, in cui tutti hanno angoscia del tempo». Come superare questa paura atavica?
«Frequentandosi, bisogna mescolare le carte perché “divide et impera” fa male a tutti, sia a noi che ai giovani. Non c’è nessuna contrapposizione.
Attraversiamo Paesi diversi, ma ciascuno può fare un reportage dal suo, a beneficio di quelli che ne vivono un altro. Trovo molto nutrienti i rapporti che ho con i 30-40enni, con gli adolescenti, con i bambini. Non voglio stare sempre arroccata con le persone della mia età. Devo sentirmi libera di frequentare le persone in base al gradimento, alla curiosità, all’interesse che provocano.
Penso che una società in cui le classi d’età non comunicano tra loro sia una società povera, in cui tutti hanno paura e la paura è il grande nemico: lo è quando hai 70 anni, ma anche quando ne hai 20. Sono paure diverse, alcune le condividiamo.
“Penso che una società in cui le classi d’età non comunicano tra loro sia una società povera, in cui tutti hanno paura e la paura è il grande nemico.”
Lidia Ravera
A 20 anni con tutta la vita davanti, devi scegliere e in genere non hai idea, ti perdi in questa selva selvaggia. Ricordo l’ansia di quando ero giovane, il terrore di non individuare la direzione. La paura di sbagliare, di non trovare l’uomo giusto, di non riuscire ad imporre la mia passione, di vivere del mio lavoro. Erano mille i dubbi e la confusione che avevo.
Adesso è tutto più chiaro, posso aiutare una persona di 20 anni e una di 20 può aiutare me a guardare questo mondo nel quale io non sono nata. Un universo in cui vivo che cerco di comprendere e non rifiutare.
L’utilità è reciproca, mentre le barriere sono mortifere, creano lobby, conformismo. Non ho nostalgia di altre fasi della vita, voglio vivermi appieno questa. Per farlo devo lottare contro la forma di razzismo stupido che si chiama “ageismo”. Chi non muore giovane invecchia, quindi riguarda tutti.
Un problema che i giovani sentono tantissimo, perché la giovinezza viene pompata, loro hanno il terrore di non spendersela bene. Vivono nell’angoscia, nell’ansia; sono continuamente stressati, intorno sentono sottolineare che della vita è bella solo quella fase, hanno il terrore che scappi via. Per questo possiamo provare empatia nei confronti dei ragazzini e loro nei nostri. E l’empatia automaticamente genera comunicazione».

Un passaggio del libro raccoglie testimonianze che evidenziano come ogni età possa avere la sua croce, se l’età viene subìta: «Mi sono rovinata la giovinezza per paura di invecchiare». Oggi come si sente Lidia?
«Benissimo, sto finalmente gustando la vita per quella che è. Non ho più paura, so chi sono, cosa voglio fare oggi e cosa ho realizzato negli anni prima. Non sono un genio, ma l’avere vissuto a lungo, se lo hai compiuto con un minimo di attenzione, regala molte chiavi interpretative in più.
Lampi di consapevolezza rassicuranti: riesci a stare davanti a uno specchio vedendoti con i tuoi, occhi non con quelli degli altri. Non a caccia dei particolari non coincidenti con l’immagine della ragazza. La giovane donna è andata, bisogna lasciare partire le versioni diverse da sé stessi: l’adolescente, la giovane mamma, la donna nel pieno della maturità. Io ci parlo, ci dialogo, sono tutte dentro di me, nessuna se n’è andata. Dentro ognuno di noi, se si cerca bene, c’è tutto».
“Dentro ognuno di noi, se si cerca bene, c’è tutto.”
Lidia Ravera
Lei propone un nuovo titolo di merito «grandi adulti». Bisognerebbe trovare un nuovo linguaggio?
«Sì. Personalmente “silver, senior” non mi piacciono, il termine anziani mi fa un po’ ribrezzo. Vecchi mi piace anche perché rispecchia una verità, però tutte le volte che uso questa definizione vengo rimproverata di non usarla perché porto bene i miei anni. E allora mi battezzo da sola: «una grande adulta».
Nella nostra società essere adulti fa schifo, tutti vogliono restare un po’ immaturi, io sono molto fiera di esserlo diventata, vuole dire prendersi le proprie responsabilità nei confronti delle generazioni venute dopo. Essere adulti è una conquista.
L’aggettivo «grande» che segue, sta a sottolineare l’enorme fatica in una società come la nostra, così arretrata, fasulla e consumistica. Spero di essere all’altezza di questo titolo, vedo intorno a me tante donne che se lo meritano e anche qualche uomo. Per loro in genere, la vita e la vecchiaia sono più facili e quando qualcosa è facile non si allenano i muscoli.
Sono contenta, orgogliosa di avere fatto questo percorso in salita e di essere arrivata dove sono. Da qui il titolo del mio libro Age Pride. L’orgoglio che non viene mai considerato, al massimo cercano la consolazione. Sì che sono vecchia. Non voglio il conforto, desidero dimostrare che non è una fase brutta. Quando dichiaro la mia età la gente si scansa come se avessi una malattia contagiosa, ma io sto benissimo, mai stata così bene in vita mia, desidero godermi questo periodo e spero duri il più possibile».
“Quando dichiaro la mia età la gente si scansa come se avessi una malattia contagiosa, ma io sto benissimo, mai stata così bene in vita mia, desidero godermi questo periodo e spero duri il più possibile”.
Lidia Ravera
Come lottare contro gli stereotipi che ci infilano nelle gabbie dell’età?
«Farci attenzione, destrutturarli, negarli e riscrivere il copione delle nostre vite. Siamo la generazione che ha ottenuto il divorzio, l’interruzione di gravidanza su base volontaria, modificato il diritto di famiglia, il copione delle relazioni con gli uomini, ridefinito l’amore, il rapporto di coppia.
Abbiamo riscritto tanti codici della convivenza e della collettività, perché dovremmo smettere proprio adesso con tutta l’esperienza del passato e la pace dei sensi di chi non ha più bisogno di competere? È il momento buono per mettere la nostra forza al servizio della collettività.
Ci vorrebbe un ministero per le politiche senili, ma penso che non ci sarà mai. I vecchi vengono nominati quando bisogna aumentare l’anno di pensionamento, che secondo me dovrebbe essere con un minimo più basso degli attuali 67, però non con un massimo se una persona non vuole andare in pensione.
E non mi vengano a dire che togliamo posti ai giovani: una società sana è in grado di creare opportunità lavorative per tutti.
La politica deve rendersi conto che una società che invecchia deve riorganizzare la sanità, creare residenze per anziani, costruire delle opportunità di lavoro dove uno può continuare a dare il suo contributo senza togliere niente a chi viene dopo. Non c’è nessuna volontà politica perché si è convinti che i vecchi non contino niente e invece i politici si sbagliano: se ne accorgeranno, ormai siamo tanti, una generazione di non riconciliati».
In un passaggio del libro lei scrive: «Se ne parliamo avremo tutti meno paura di vivere». Quali sono le modalità per divulgare questo messaggio?
«Con questo mio libro invito 14 milioni di persone a una festa possibile: quella dell’orgoglio dell’età. Io li invito, spero si muova qualcosa, non ho intenzione di smettere di lottare, anzi questa è una barricata sontuosa per me. Si tratta di ridurre l’infelicità ad un minimo, mentre adesso è ai suoi massimi storici. Questa secondo me è la funzione nobile della politica che la politica ha perso di vista».
Riusciremo a lavorare sull’immaginario collettivo e a disegnare una nuova società?
«Se riesco a raggiungere quei 14 milioni di persone sì, perché sono tante, c’è una parte molto ampia della popolazione italiana e spesso anche con una sicurezza economica che purtroppo i giovani non hanno. Se tutti si svegliano e invece di stare a contarsi le rughe imparano a leggerle, forse qualcosa si può fare».