di Eva Crivelli, B.Liver
Alcuni dati interessanti rivelano che in Italia gli occupati di età compresa tra i 15 e i 34 anni in dieci anni sono diminuiti del 7,6% e quelli dai 35 ai 49 anni del 14,8%. Secondo il VI Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, i lavoratori giovani sono diventati sempre più rari, a fronte di un aumento degli occupati più in là con gli anni: quelli di età compresa tra i 50 e i 64 anni sono incrementati del 40,8% e quelli di 65 anni e più del 68,9%. Seduti ai lati opposti di un tavolo, un padre e una figlia si confrontano su lavoro, futuro, aspettative e desideri.
Le conversazioni più importanti con mio padre le ho sempre fatte dietro a un mazzo di carte. Così, inizia a mischiare lui che è più capace.
«Facciamo scala quaranta?».
«Va bene!».
Tredici a me e tredici a lui.
Mio padre, classe 1967, una laurea in Economia in Bocconi, lavora da tutta la vita per una società europea di servizi assicurativi e finanziari: da quando sono piccola cerca di spiegarmi che lavoro faccia di preciso, ma non l’ho mai capito davvero. Io, dall’altra parte del tavolo, classe 1998, quasi una laurea in Economia e Gestione dei Beni Culturali in mano, lavoro da poco al Bullone, e ho provato a spiegare a mio padre che lavoro faccio di preciso, anche se lui non l’ha mai capito davvero. Almeno abbiamo qualcosa in comune.
E. «Pa’, ma secondo te dovrei scegliere un lavoro sicuro o un lavoro che mi piace?».
C. «Beh, visto che lo dovrai fare tutta la vita, uno che ti piace, ma visto che devi portare il pane in tavola, forse sarebbe meglio uno sicuro».
E. «Ma tu ora stai facendo il lavoro che avresti voluto fare?».
C. «Quando ho iniziato, non sapevo bene che lavoro avrei fatto per tutta la vita, ma mi interessava; il lavoro che faccio ora mi piace di meno, ma me lo faccio andare bene lo stesso».
“il lavoro che faccio ora mi piace di meno, ma me lo faccio andare bene lo stesso”
Claudio, il papà
E. «E dopo il liceo cosa avresti voluto studiare?».
C. «Ma ai miei tempi non c’erano tante scelte, si guardava più l’aspetto pratico».
Scarto un sette di picche, e lui ripone sul tavolo due tris e lo pesca. Maledetto!
E. «E pa’, se scegliessi un lavoro che mi piace ma che non mi dà un’indipendenza economica?».
Sospira.
C. «Questo è un problema, prima si mangia, e poi soddisfi i tuoi bisogni: è la piramide di Maslow».
Parliamo un po’, mentre la pila di carte aumenta disordinata. Gli chiedo perché noi giovani non riusciamo a costruirci una nostra indipendenza, perché il mercato del lavoro è così ingiusto a volte, ma papà non sembra collaborativo, borbotta che anche ai suoi tempi c’erano crisi, che il mercato del lavoro è sempre stato complesso.
Non sono soddisfatta, lo pungolo per avere le rassicurazioni che un genitore dovrebbe darti; io non ho risposte, anzi, sono piena di domande, ma lui mi liquida con un «Devi darti degli obiettivi, e quando serve, fermarti per fare il punto», poi ci ripensa e aggiunge: «Sì, però poi devi quagliare».
E. «Mi hanno proposto di tornare a scuola a insegnare, ci sarebbe anche la possibilità di fare il concorso…».
C. «Bene, no?».
E. «Non lo so, papà. Forse sì, insegnare mi piace, però sento anche questa voglia di fare cose nuove, di esplorare, di stare a Milano. Qui mi annoio…».
C. «Eva, il concorso puoi farlo ora e te lo metti da parte. Adesso vuoi fare questo lavoro, e noi ti supportiamo, ma quella rimane una sicurezza, è un bello stipendio, potresti anche comprarti casa».
E. «E se io volessi avere un lavoro che mi piace, con un buono stipendio, e magari trasferirmi a Milano?».
C. «Vuoi anche un razzo su Marte?».
Cala nuovamente il silenzio. Dietro alle mie tredici carte lo scruto, cercando di intravedere il venticinquenne che è stato. Cresciuto a Milano nel quartiere di Bisceglie, diploma allo scientifico e una sudata laurea in una prestigiosa università meneghina; lui racconta poco del suo passato, forse perché a volte penso che non abbia ancora smesso di crescere, soprattutto quando mette Salmo a tutto volume in macchina, o quando si compra le scarpe fluorescenti. Non mi ha mai obbligato a scegliere, mi ha sempre dato fiducia e libertà anche quando non gliela chiedevo, anche quando tutta la responsabilità delle mie scelte non l’avrei voluta.
E. «Ti ricordi quando ho fatto il test d’ingresso in Bocconi? Io in realtà non volevo andarci, l’ho fatto più per continuare una cosa di famiglia».
C. «Ma a me non importa, infatti poi hai scelto un indirizzo di cui io non capisco niente».
E. «Lo so, ma almeno non mi puoi dare delle dritte, dirmi le cose che sbaglio, le cose che dovrei fare?».
C. «Eva, ma non ti puoi aspettare che gli altri ti diano la soluzione, sei abbastanza grande per osservare, analizzare e decidere. Se aspetti che siano gli altri a scegliere per te, non realizzerai mai ciò che desideri davvero».
Intanto la prima partita la vinco io, gli rimprovero che non si scende subito con le carte, e lui mi zittisce con la frase che ripete sempre quando vinco: «Il pollo si deve tirare grasso prima di ammazzarlo».
Ogni tanto mi arrabbio con lui, perché avremmo potuto abitare a Milano, e non in un paesino sperduto sulle sponde del Naviglio, avremmo potuto lavorare in città, e non dover fare sempre i pendolari. Però poi ripenso a mio padre, che da quasi trent’anni prende il treno alle sette e mezza di mattina per andare al lavoro e torna la sera dopo le diciannove: ogni tanto si lamenta, ma il più delle volte mi dà un esempio senza dire nulla.
«Questa volta mischia tu», mi dice.
E. «Ma dai, lo sai che non sono capace!», ribatto annoiata mentre racimolo le carte.
Trascorriamo il resto della partita in silenzio, se non per qualche altra domanda a cui mio padre risponde con qualche grugnito annoiato. Io gli ricordo che poi ci dovrò scrivere un articolo sulla nostra conversazione, e lui mi interrompe con un rassegnato «Basta che non mi fai passare per uno stronzo». Tranquillo pa’, ho scritto bene di te, anche se ho capito che forse neanche tu hai tutte le risposte.
La seconda partita la vince lui. Aveva ragione. Due pari. Ritira il mazzo di carte, e forse è giusto che finisca così.