Tommy e Saji: pezzi di infinito in un caffè

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Tutto è cominciato con un caffè ed è questa l’ironia della vita, o se vogliamo, la sua bellezza. Stavo parlando con un’amica, quando irruppe in me una sensazione che non avevo mai provato, quella di «eternità»: il mondo si era immobilizzato e c’eravamo solo noi due.
"Tutto è cominciato con un caffè ed è questa l’ironia della vita, o se vogliamo, la sua bellezza. Stavo parlando con un’amica, quando irruppe in me una sensazione che non avevo mai provato, quella di «eternità»: il mondo si era immobilizzato e c’eravamo solo noi due." Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale DALL·E 2

di Tommaso Mondadori e Sajana Rajapakse, B.Liver

Tutto è cominciato con un caffè ed è questa l’ironia della vita, o se vogliamo, la sua bellezza. Stavo parlando con un’amica, quando irruppe in me una sensazione che non avevo mai provato, quella di «eternità»: il mondo si era immobilizzato e c’eravamo solo noi due.

Le mie parole erano finalmente libere dall’apparenza e si muovevano rapidamente mischiandosi con le sue. Parlavamo di sogni, aspettative e delusioni, e passato, presente e futuro si mischiavano, eravamo andati al di là delle maschere. In quel momento capii come fosse possibile  un nuovo modello di uomo. È quanto cercherò di delinearvi in questo articolo.

“Al bar solo noi due: le mie parole erano finalmente libere dall’apparenza. Eravamo andati al di là delle maschere.”

Tommaso Mondadori e Sajana Rajapakse

Spesso le persone non si fanno un’opinione ponderata sulle verità ampiamente accettate, come ad esempio, che sia fondamentale avere dei social o vestirsi e comportarsi in un certo contesto, in un certo modo…

L’intento di questo articolo è proprio quello di riflettere insieme su questo cari lettori, facendo riferimento a una verità pirandelliana, considerata dalla maggior parte delle persone indiscussa, secondo cui l’uomo cambia maschera a seconda delle situazioni e chiedendosi innanzitutto perché è così ampiamente accettata.

Nello stesso momento in cui ci si pone la domanda, diventa evidente che il motivo è radicato nella quotidianità delle persone: un adolescente sarà differente con i suoi amici rispetto a come è quando è solo con i suoi genitori; una donna è diversa nel ruolo di madre rispetto a quello di manager… Da qui sorge una ulteriore domanda: ma se noi andiamo al di là della sfera esperienziale, possiamo ancora definirla verità indiscussa?

Sì, ma avrebbe un costo che la maggior parte delle persone non riuscirebbe ad accettare: ridurre l’uomo a una maschera. Un radicale ridimensionamento della figura umana alla mera contingenza, che significherebbe innanzitutto ridurre l’uomo a come si mostra in quel dato momento. Sarebbe come darla vinta a quel filone di pensiero (materialismo storico di Marx) che considera l’uomo soltanto un prodotto della società in cui vive, soltanto una maschera che muta nelle differenti situazioni, dimenticandosi della sua infinità.

A questo punto farò un passo in più, proponendo un nuovo modello di Uomo.

Proviamo adesso a considerare l’uomo non più come un essere solo finito, ma anche infinito. L’accezione che do al significato del termine in questione è inusuale e deriva dal grande filosofo personalista Emmanuel Levinas. L’infinito non si riferisce più al limite costitutivo dell’essere umano, ma a quello conoscitivo. La domanda a cui si vuole rispondere non è più quanto le persone vivono, ma quanto possono conoscere sé stesse e gli altri.

E la risposta è semplice: non lo sanno e non lo sapranno mai. Ciò le rende di fatto un infinito, in quanto esseri indecifrabili. Malgrado tutti i tentativi possibili, le persone non riescono a conoscere sé stesse e gli altri. Questo potrebbe sembrare un problema, innanzitutto perché l’infinito in questione è di fatto inconoscibile, ma in realtà sta proprio in questo la novità di questo ragionamento: fare del limite degli uomini la loro forza e creare nell’uomo la paradossale complementarietà tra finito e infinito.

“L’uomo non è un prodotto della società in cui vive.
Ha in sé l’infinito”

Tommaso Mondadori e Sajana Rajapakse

A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma se noi siamo infinito, perché continuiamo a indossare maschere?

È la tragicità della condizione umana. L’uomo è sì un infinito, ma irriducibile dalla società e quindi non si può esplicare nella sua pienezza, è costretto ad adempiere al suo inesorabile destino: indossare una maschera.

Tuttavia questo limite non gli impedirà mai di dimenticare, e in alcuni momenti di intravvedere, lontani sprazzi di infinito. Sono attimi di eternità, gli unici in cui può ricordare cosa significa essere pezzi d’infinito.

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