BED: il disturbo d’alimentazione incontrollata attraverso gli occhi di chi ne soffre

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Tra i Disturbi del Comportamento Alimentare il BED è il meno conosciuto. Animenta ha deciso di raccontarcelo attraverso gli occhi e le parole di chi ne ha sofferto.

di Cristina Procida

BED: la voce di chi ne soffre

Tra le storie di Disturbi Alimentari ce ne sono alcune che passano spesso inosservate.

Perché se di anoressia e bulimia si parla molto, esiste una patologia dai contorni poco definiti e spesso confinata nel senso di vergogna di chi ne soffre: stiamo parlando del Binge Eating Disorder (BED), caratterizzato da abbuffate compulsive che non ricorrono ai «consueti» meccanismi di compensazione. 

Per cercare di raccontarvi meglio di cosa stiamo parlando, abbiamo ritenuto giusto dar voce a chi per primo soffre di questa malattia complessa, spesso accompagnata da sensi di colpa e vero e proprio disgusto per sé e per il proprio corpo.

Il binge raccontato da Giorgia

«Per me soffrire di binge ha significato perdere totalmente me stessa, non ascoltare più ciò che il mio corpo mi diceva, mangiare cibo ben oltre il senso di sazietà, ben oltre la fame», racconta Giorgia. «Ero qualcosa che “andava riempito a tappo” (…) sperando che il senso di solitudine scomparisse».

«Ero qualcosa che “andava riempito a tappo” (…) sperando che il senso di solitudine scomparisse».

– Giorgia, Animenta

Francesca e Lucrezia: il binge è solitudine e vergogna

Vuoto, solitudine. Un buco talmente profondo anche per Francesca; il motivo che la spingeva a divorare qualsiasi cosa: «Aver sofferto di binge eating significa aver sentito un’irrefrenabile spinta a divorare qualunque cosa ci fosse in casa e a fare spese giganti per provare a riempire un vuoto molto più profondo di quello dello stomaco». Anche Lucrezia ci parla di un vuoto incolmabile: «Dentro sentivo un vuoto pieno di domande, paure, pensieri cupi, e l’unico modo per non sentire tutto quel dolore era soffocarlo con il cibo».

Spesso, tra i racconti di chi ha sofferto di BED, ci sono cibi consumati ancora congelati, introduzione famelica di alimenti scaduti, racconti che fanno accapponare la pelle per quanto dolorosi. E la vergogna a fare compagnia: «La mia esperienza con il binge può essere riassunta in una parola: vergogna. Avevo paura di stare da sola, paura di me stessa e del mio modo di gestire le emozioni», ci racconta Claudia. Un modo di «trattenere il fiato», per Erika.

La poesia di Margherita

E poi c’è Margherita. Che da quel dolore ha tirato fuori spine e rose, e che ha deciso di spiegarcelo così:

«Che è una gabbia di spine e rose

Di miele e mille api

Di sì costretti, di no dovuti

Prigione e salvezza

Una coccola e un’arpia

Una fitta improvvisa al cuore che ti ama e rapisce che ti uccide e ferisce e innamora»

«Che è una gabbia di spine e rose/ Di miele e mille api/ Di sì costretti, di no dovuti/ Prigione e salvezza/ Una coccola e un’arpia/ Una fitta improvvisa al cuore che ti ama e rapisce che ti uccide e ferisce e innamora»

– Margherita, Animenta
Animenta è un’associazione no-profit che si pone l’obiettivo di sensibilizzare e informare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Attiva sul territorio italiano dal 2021, il suo lavoro coinvolge circa duecento volontari da tutta Italia tra professionisti, genitori e ragazzi che decidono di supportarne le attività attraverso le loro storie e competenze, provando a divulgare speranza e condivisione.

La collaborazione tra Animenta e Il Bullone nasce dall’obiettivo condiviso di raccontare la vita dopo la malattia, ma anche dal tentativo di provare a interpretare o reinterpretare il mondo con cui si interfacciano i ragazzi di oggi, soprattutto in caso di vissuti importanti, partendo, in primis, dalle loro parole.

Rubrica scritta e curata da Cristina Procida.

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