Lettera di una mamma: per mia figlia ho scelto la vita

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La mamma di una B.Liver ha deciso di aprirsi tra le pagine del Bullone, mettendo a nudo una storia che per tanto tempo è rimasta nell'ombra: la diagnosi di HIV in piena gravidanza. Una diagnosi che ha comportato una scelta: la scelta di lottare, nonostante tutto, per la vita.

di una mamma B.Liver

La mamma di una B.Liver ha deciso di aprirsi tra le pagine del Bullone, mettendo a nudo una storia che per tanto tempo è rimasta nell'ombra: la diagnosi di HIV in piena gravidanza. Una diagnosi che ha comportato una scelta: la scelta di lottare, nonostante tutto, per la vita.

Un caldo sabato di agosto

Ricordo esattamente quel giorno, un caldo sabato di fine agosto. Eravamo tornati da una breve vacanza al mare ed io ero felicissima. Qualche giorno prima avevo ricevuto il risultato dell’amniocentesi: oltre ad aver scoperto che non vi era alcun problema, avevo ricevuto anche la splendida notizia: aspettavo una bambina! Avevo desiderato e sperato con tutta me stessa che si trattasse di una bimba. Le avrei insegnato ad amare, a rispettare, avrei condiviso tante cose piccole e grandi che con una figlia femmina sarebbero risultate più semplici. L’avrei aiutata a scegliere i suoi primi abiti, avrei asciugato le sue prime lacrime d’amore e le avrei trasmesso tutto quello che, a mia volta, avevo condiviso con la mia splendida mamma.

Poi, un giorno…

Sono andata allo sportello per ritirare gli ultimi esami, assolutamente certa che fosse tutto a posto. Ritirata la busta vi leggo una sterile annotazione: «Recarsi presso il centro esami dell’ospedale, per ulteriori chiarimenti». Ho pensato che si trattasse solo di qualche fatto burocratico e mi sono fiondata al centro medico senza nemmeno avvisare mio marito. Un tecnico di laboratorio mi comunica che nel mio sangue sono stati rilevati anticorpi del virus HIV. Non capivo esattamente cosa mi stesse dicendo quell’uomo, ho pensato che si stesse confondendo. Io ero una persona assolutamente sana, non avevo mai avuto nulla che potesse indurmi ad avere anche solo un dubbio. Certo, non avevo condotto quella che si dice una «vita monastica», avevo avuto le mie storie, anche le mie avventure; ma non avevo mai frequentato persone cosiddette «a rischio». Non avevo mai fatto uso di droghe, non mi ero mai fatta nemmeno una «canna», inoltre ero sposata felicemente da 5 anni. Come poteva essere vero quello che mi stava dicendo? Il medico mi ha detto che per precauzione avrei dovuto ripetere il test, ma che, con molta probabilità, non avrei ottenuto un risultato diverso.

HIV, AIDS, sieropositività. Tutti questi termini improvvisamente mi facevano girare la testa. Ricordo di aver detto a quell’uomo che aspettavo una bambina e lui, forse impietosito, mi ha fatto sedere e mi ha offerto un bicchiere d’acqua. Appena arrivata a casa ho raccontato tutto a mio marito e abbiamo cominciato a piangere in maniera disperata, entrambi in un totale smarrimento.

Nessuno dei due ha provato ad accusare l’altro, del resto sapevamo entrambi di essere delle brave persone. Come poteva essere accaduto a noi? Erano i primi anni ’90, in quel momento HIV voleva dire morte certa, dopo sofferenze incredibili. Nemmeno la morte riusciva a mettere pace a chi doveva fare i conti con questa malattia: era tale il terrorismo psicologico, che addirittura le società di pompe funebri si rifiutavano di vestire i morti.

Quelle parole difficili

La parola HIV portava con sé la vergogna di appartenere a una categoria di gente che rappresentava la feccia della società. E io, che appartenevo a quella generazione di donne che avevano combattuto per liberarsi dalle gabbie entro cui dovevamo stare, improvvisamente mi ritrovavo a pagare un prezzo così alto per aver voluto decidere, insieme a tante altre, che ero libera di scegliere con chi fare sesso, come tutti gli uomini fino a quel momento, senza dover essere per questo etichettata. Questo, insieme a una totale disinformazione sulla malattia, era il prezzo che stavo pagando.

Sono sempre stata una guerriera e dunque, dopo i primi momenti di smarrimento, ho cercato subito di capire cosa dovessi fare. Ho fissato subito un appuntamento all’Ospedale S. Paolo, che si era attrezzato per seguire le donne in gravidanza con questo problema. Ero ormai al quarto mese. La mattina che ho conosciuto la dottoressa (diventata poi la mia migliore amica) che non ringrazierò mai abbastanza, non mi aspettavo di dover ricevere una notizia per certi aspetti ancora più grave.

Mi disse subito che non c’era modo né di sapere quando, né se sarebbe mai avvenuto il contagio. Nel mio caso specifico le condizioni erano aggravate dall’amniocentesi a cui mi ero sottoposta (un esame piuttosto invasivo). Al momento non fu facile per nessuna delle due. Infatti, nonostante la freddezza che le imponeva la procedura, si perse in attimi di umano smarrimento sapendo che aveva davanti due esseri umani potenzialmente condannati.

Una scelta difficile

Altri esami avevano messo in evidenza che il mio sistema immunitario era abbastanza compromesso, anche se ancora funzionante, e che quindi la gravidanza avrebbe messo a rischio anche la mia vita. Ma la cosa peggiore era che nessuno poteva garantirmi che la mia bambina non si sarebbe contagiata. Dunque l’unica alternativa certa era l’aborto terapeutico. Aborto?? Anche se non ne conoscevo ancora il viso, le manine o i piedini, come avrei potuto decidere di uccidere quella che sentivo già a tutti gli effetti mia figlia?

Ad ogni modo, avrei avuto due giorni per decidere. Tornata a casa, è cominciata la seconda fase del dramma. Tutti quelli a cui lo avevo raccontato, mi dicevano che forse era meglio abortire. Mio marito mi ha detto che sarebbe stato al mio fianco qualunque decisione avessi preso e, nel frattempo, la mia bambina cominciava a muoversi dentro di me.

Mi ricordo che quando mi abbandonavo al pianto e alla disperazione sentivo che lei rimaneva ferma in un angolo, quasi a voler dire: «fai finta che io non ci sia, decidi con tutta calma»; quando mi riprendevo, allora anche lei ricominciava a muoversi come a voler dire che era felice di esserci ancora. E così dopo due giorni sono tornata da quella dottoressa all’Ospedale S. Paolo e le ho detto che in ogni caso io avevo scelto per la VITA.

Un’avventura meravigliosa

Ho sempre pensato che sia una avventura meravigliosa, che merita di essere vissuta. Inoltre sentivo che la nascita di mia figlia non era una casualità e che comunque fosse finita, mia figlia avrebbe lasciato un segno profondo. Il resto è stato un alternarsi di momenti belli e drammatici, fino alla notizia, dopo la nascita, che purtroppo anche lei era rimasta contagiata. Io le avevo dato la vita e nel frattempo gliela stavo togliendo.

Tutte le mattine la guardavo sorridermi e pensavo che quello poteva essere l’ultimo giorno. I bambini sieropositivi in quel periodo avevano una vita breve e dolorosa, come potevo io guardare mia figlia negli occhi senza provare un profondo senso di colpa nei suoi confronti? Il pediatra che la seguiva ci ha proposto di sottoporla alle nuove terapie, che nel frattempo erano state scoperte per gli adulti, naturalmente adeguandole ad un neonato. Anche in quel caso il medico era stato molto chiaro, si trattava di un «salto nel buio».

Anche quella volta ho pensato che valesse la pena provare, almeno per risparmiare a mia figlia una serie di sofferenze che sicuramente avrebbe dovuto incontrare, come infezioni frequenti e ricoveri. Quando aveva sei anni di vita, trascorsi tra visite mensili all’ospedale, esami clinici e quant’altro, ho capito che mia figlia era una bambina estremamente intelligente ed io non potevo offenderla continuando a non dirle la verità, quindi con calma e cercando di trovare le parole giuste, le ho raccontato tutto.

Ho cercato anche di farle capire che non doveva raccontarlo assolutamente a nessuno, per il suo bene, perché purtroppo non tutti avrebbero compreso e rischiava di essere messa al bando dagli altri bambini. Dunque ancora una volta veniva meno una dei principi fondamentali della mia vita: stavo insegnando a mia figlia a mentire. Ma il dolore più grande era conoscere esattamente quale futuro avrebbe avuto la mia bambina. Avrebbe dovuto fare i conti con questo maledetto virus per tutta la vita e, mentre fino ad una certa età io avevo vissuto in maniera spensierata, lei avrebbe dovuto da sempre e in tutte le situazioni, soprattutto quelle di cuore, affrontare questo problema da sola.

Le sarebbe toccato raccontare la sua situazione ai ragazzi che avrebbe conosciuto, alle sue amiche e ai suoi amici. Sarebbe mai riuscita a perdonare e comprendere veramente la mia scelta? Il resto è storia. Ora lei è una ragazza B.LIVE e mi sembra più serena.

Abbiamo dovuto affrontare insieme momenti dolorosi, duri, ho dovuto fare i conti con i miei sensi di colpa, per cercare di aiutare lei, che è la persona più importante della mia vita. Come le dico sempre, lei rappresenta il mio respiro, la mia pelle, in una sola parola: la mia stessa vita. Grazie a lei e a tutto il gruppo di B.LIVE, ho capito che vi sono persone che non ti giudicano per la tua patologia, ma solo per quello che sei. E piano piano, insieme a tutti loro e a mia figlia sto vivendo un momento, finalmente dopo tanti anni, più sereno.

A tutti, ma soprattutto alle ragazze, vorrei dire: «non perdete mai la fiducia in voi stesse, non lasciate mai che un uomo vi dica che non “vali niente”, che “non capisci niente” o, che si senta in dovere di darvi anche solo uno schiaffo. Ricordate che abbiamo lottato perché foste donne libere, pagando per questo un prezzo altissimo. E a tutta la famiglia B.LIVE, vorrei solo una parola: «GRAZIE»

La parola HIV portava con sé la vergogna di appartenere a una categoria di gente che rappresentava la feccia della società. E io, che appartenevo a quella generazione di donne che avevano combattuto per liberarsi dalle gabbie entro cui dovevamo stare, improvvisamente mi ritrovavo a pagare un prezzo così alto per aver voluto decidere, insieme a tante altre, che ero libera di scegliere con chi fare sesso, come tutti gli uomini fino a quel momento, senza dover essere per questo etichettata”

– Una mamma B.Liver

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