di Federica Bonuomo, B.Liver
Per Federica, B.Liver, l'invisibilità è stata scelta e paradosso. Il mantello di Harry Potter, una coperta calda, un superpotere che avrebbe voluto ma che la malattia non le permetteva. Oggi racconta al Bullone la sua invisibilità.
Inviṡìbile agg. [dal lat. tardo invisibĭlis, comp. di in-2 e visibĭlis «visibile»]. – 1. In senso generico, non visibile, che non può essere veduto. Si dice, in partic.: a. In senso assoluto, di ciò che non si manifesta materialmente. b. Di cose che, per la loro distanza e piccolezza o per loro intrinseca natura, non si riesce a percepire con la vista. c. Di cosa che, per essere ben nascosta o mascherata, non appare esternamente o sfugge all’occhio.
Il peso di una parola
Questa è la definizione che troviamo su qualsiasi dizionario, se cerchiamo «invisibile». A seconda delle epoche, gli invisibili cambiano corpo in cui vivere, vita in cui riconoscersi. Per fare qualche esempio veloce, nel passato gli invisibili sono stati gli schiavi, nel presente sono i giovani: chi saranno i prossimi? Insomma, gli invisibili erano e sono gli emarginati, quelli i cui bisogni non vengono né ascoltati né presi in considerazione.
Ma veniamo a quello che per me significa «essere invisibile». Innanzitutto, sì, mi è capitato di sentirmici. Però, c’è un però. Non è una condizione che ho solo subìto, ma che, per un periodo, ho anche scelto. Essere invisibile, per l’appunto, ti permette di rimanere nella tua zona di comfort, di non esporti troppo, di non condividere un tuo pensiero su una certa questione.
Succede quando hai paura degli altri. Gli altri che potrebbero criticarti, fare commenti scomodi, addirittura sovrastarti. Potrei scommettere due ciambelle che se vi chiedessero: «Quale super potere vorresti avere?». La maggior parte risponderebbe: «Quello dell’invisibilità». Eh, beato Harry Potter!
Una scelta inconsapevole
Quando ho scelto, «desiderato» di essere invisibile? Nella mia malattia l’invisibilità ha giocato un ruolo chiave. Sembra (e lo è) un paradosso, perché più diventavo piccola, più la gente mi osservava. Io invece, puntavo all’essere ignorata, non vista. Desideravo che, soprattutto nelle situazioni più difficili, si potesse aprire una voragine sotto i miei piedi che potesse risucchiarmi.
Ma la trappola della malattia mi diceva che non era mai abbastanza, che avrei dovuto impegnarmi di più per diventare ancora più sottile, ancora più minuta. Ormai era diventata una sfida con(tro) me stessa, che non avevo nessuna intenzione di perdere! Invece, alla fine, si è rivelata una fregatura, perché per strada sentivo gli occhi addosso, al mare ascoltavo conversazioni bisbigliate che mi riguardavano e al ristorante non mancavano i commenti al mio piatto.
Quando ho «subìto» l’invisibilità? Quando non mi è stato permesso di soffrire. Quando i miei bisogni venivano messi al secondo, terzo, quarto posto, perché al primo posto c’erano task lavorativi: devi portare a termine un progetto lavorativo, devi essere performante e sempre sul pezzo.
La malattia
Chi soffre o ha sofferto di una malattia mentale, lo sa. Le malattie mentali sono, per l’appunto, malattie. L’unica differenza la possono fare i sintomi, perché purtroppo molto spesso non sono visibili. Nel caso della depressione, patologia di cui per fortuna si sta parlando sempre di più, il paziente tende a chiudersi in sé stesso, tra le quattro mura della propria camera, là dove si presentano i sintomi. Mentre, molto probabilmente, fuori alla luce del sole, potrebbe sembrare una persona come le altre, solo un po’ stanca, stressata, provata dalla frenesia della vita.
Ma l’invisibilità non è un super potere, la gentilezza lo è. L’empatia. Il vedere mentre si osserva. Il provare a immedesimarsi nelle situazioni prima di giudicare.
Ora rispondi a questa domanda: «Quale super potere vorresti avere?»
Ora rispondi a questa domanda: «Quale super potere vorresti avere?»
– Federica Bonuomo