La sfida di Carmen e Mimmo per una spiaggia accessibile

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Giuseppina ha partecipato con i ragazzi all'incontro con Carmen e Mimmo, proprietari di Malferà Beach, una spiaggia accessibile ai disabili. Una sfida che hanno deciso di intraprendere, ma che spesso è stata vittima di vandalismo. Ed è proprio Giuseppina, calabra, che ne vuole parlare: per combattere il silenzio.

di Giuseppina Vallone, Casa di Deborah

Giuseppina ha partecipato con i ragazzi all'incontro con Carmen e Mimmo, proprietari di Malferà Beach, una spiaggia accessibile ai disabili. Una sfida che hanno deciso di intraprendere, ma che spesso è stata vittima di vandalismo. Ed è proprio Giuseppina, calabra, che ne vuole parlare: per combattere il silenzio.

Lasciamo la strada nazionale e prendiamo a destra, il navigatore ne è certo, io meno: la strada sembra una di quelle stradine vicinali, scoscesa, incolta, impervia… forse abbiamo sbagliato. Il dubbio si fa certezza quando di fronte ci appare un cancello chiuso.

La strada finisce lì. Penso in un attimo: «torniamo indietro», ma non mi pare che ci sia spazio per far girare i pulmini. Attimi. Poi compare un sorriso dentro una barba brizzolata che accompagna l’apertura del cancello, quest’ultimo sembra sorridere pure lui. È come se si aprisse per magia.

Il posto giusto

Siamo nel posto giusto. C’è uno spazio ampio, inaspettato per parcheggiare i pulmini e le auto, ci sono dei gazebo, dei tavoli, una struttura un po’ vecchia coperta dal verde.

Ci viene incontro una donna, in comune con l’uomo di prima hanno la stessa maglietta, «Malferà Beach», ma, soprattutto, è il sorriso e la voglia di abbracciarci che li accomuna. Ci accolgono come se noi fossimo un dono.

Non immaginano che per me, per noi, sono come un miraggio nel deserto. Fa caldo, fa tanto caldo, la visita al Castello di Murat è stata faticosa e le soste non ci hanno rigenerato. Ho ancora male alla gamba, la sciatica non mi dà tregua, ma soprattutto mi rende poco operativa, anzi, a volte un ulteriore aggravio per i miei collaboratori.

Dove tutto è possibile

Scendiamo dai pulmini e dalle auto, ci aspetta acqua fresca e soprattutto sollievo, sollievo e stupore: lo spiazzo per parcheggiare è solo per noi, i tavoli solo per noi, la spiaggia con 10 ombrelloni dedicata a noi.

Compaiono le job, possiamo portare i ragazzi che devono usare le carrozzine in spiaggia, c’è una passerella che rende tutto possibile.

Facciamo il bagno. L’acqua di Pizzo come sempre è un po’ calda, ma a me sembra balsamo.. mi quieto, sento che quel luogo, quelle persone, si prenderanno cura di noi e anche di me, respiro. Respiro e mi quieto. Siamo arrivati lì per caso, forse, ma che cos’è il caso?

Con questa domanda aperta, non solo ora, sto dentro a questa giornata: facciamo il bagno; una doccia comoda e accessibile a tutti ci ridà tono, mangiamo insieme; Carmen e Domenico ci offrono caffè, biscotti e di nuovo acqua fresca. Il sole è ancora caldo, ma sembra mordere meno. Arriva anche Daniele (Biondo) che ci porta le mozzarelle di bufala fresche, anzi calde. Cristiano ride. Sua madre, come me, respira con meno affanno, la cura è ancor di più condivisa. Il peso suddiviso, la bellezza dell’incontro la fa da padrone.

Il gruppo di Casa di Deborah e del Bullone a Malferà Beach, Pizzo Calabro, con Carmen e Mimmo.

Racconti speciali…

Invitata, ma non abbiamo dovuto insistere molto (!), Carmen racconta una parte della sua vita: le missioni in Africa, la sua malattia, la sua guarigione miracolosa, la lotta nella terra di Calabria; i primi tentativi di dare risposta ai bisogni laddove le istituzioni arrancano o sono, addirittura, assenti. Appuro che sono stati anche nell’entroterra calabro, che hanno portato il loro sostegno, la bellezza delle loro idee, anche fra le mie montagne. Appuro che da anni utilizzano la sensorialità per fare gruppo (dipingere, leggere, fare i vasi, hanno un tornio). Attraverso la sensorialità leniscono le ferite, danno risposte, di fatto, curano.

Fanno esattamente quello che facciamo a Casa di Deborah, quello che fanno al Bullone e quindi mi confermo che essere qui non è un caso.

Poi arriva la «doccia fredda» quella che non dà sollievo, le parole sempre gentili e misurate di Carmen raccontano altro.

.. e una doccia fredda

Carmen e Mimmo da anni pensavano di aprire un lido accessibile a chi fosse in difficoltà, ma nessuno aveva loro affittato né data in gestione una struttura. Poi l’idea: trasformare il loro ristorante, rientrato nella loro disponibilità dopo anni di affitto, e farlo diventare l’oasi per chi al mare non ci può arrivare. Sembrava fatta. Riaprono la vecchia struttura che praticamente è attaccata alla spiaggia, a pochi metri dalla famosa chiesetta di Piedigrotta.

Il posto è straordinario, collocato in una conca naturale, accessibile fin quasi alla sabbia, con piante che danno frescura e l’acqua corrente che contribuisce, anch’essa, a rigenerare. Sembrava fatta, eppure non è così, in terra di Calabria non basta essere proprietari per poter vivere in pace.

Il posto è magnifico, è quanto di meglio si potesse immaginare. Parte il progetto, arrivano i primi disabili, le prime famiglie si prenotano, il posto è gratuito, non solo, tutta la famiglia e gli amici s’impegnano come volontari, un sogno.. invece, arrivano gli atti di vandalismo, bagni e terrazzamenti devastati, sistema di sicurezza divelti.

Mimmo decide allora di presidiare la sua terra e il suo locale, lascia la casa e dorme lì ogni notte, ma basta di nuovo un piccolo temporale perché ci sia di nuovo uno smottamento di terra sopra di loro che copre e rovina il lavoro appena fatto. Ancora una volta la terra viene analizzata e non appartiene alla costa, viene da un «altrove». Forse, anzi senza forse, non arriva da sola e non arriva per caso.

A chi può dare fastidio un lido per disabili? Chi non gradisce una struttura che è un’oasi per le famiglie? Le denunce sono contro ignoti, ma nessuno riannoda il filo.

Carmen e Mimmo si sentono soli esattamente come le vittime di abuso.

Rimaniamo increduli davanti a questo racconto. Al racconto segue il silenzio, ma non è quello dell’omertà, è quello dello sgomento, dell’incredulità, è il contro canto della mia terra, è l’altra faccia delle polpette, dell’accoglienza, dell’ospitalità antica. C’è un chiaro messaggio malavitoso dietro agli attacchi e questo mi lacera il cuore.

Per cui decido di essere io, calabra, a scrivere questo articolo. La mia gente deve stare in silenzio davanti alla bellezza del tramonto di Pizzo, i serresi hanno vissuto accompagnati dal silenzio dei certosini, hanno assaporato il silenzio che accompagna i carbonai quando cibano le carbonaie.

Di quel silenzio vado fiera, ma di fronte a una storia come questa prendo parola: sarò io a riportare quello che Carmen e Mimmo ci hanno raccontato, io davanti al Malferà Beach non posso stare zitta.

Io parlo.

Facciamo il bagno. L’acqua di Pizzo come sempre è un po’ calda, ma a me sembra balsamo.. mi quieto, sento che quel luogo, quelle persone, si prenderanno cura di noi e anche di me, respiro. Respiro e mi quieto. Siamo arrivati lì per caso, forse, ma che cos’è il caso?”

– Giuseppina Vallone

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