Il talento è fragilità: quando una stella ci insegna il desiderio

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Che rumore fa una stella che nasce? Che rumore facciamo noi? Quanti colori non vediamo, quanti legami, quanto movimento? Elisa ci racconta la storia di una piccola nebulosa. E di come, solo insieme, comprendiamo il nostro posto nel mondo quando ancora non sappiamo bene di cosa siamo fatti.
Che rumore fa una stella che nasce? Che rumore facciamo noi? Quanti colori non vediamo, quanti legami, quanto movimento? Elisa ci racconta la storia di una piccola nebulosa. E di come, solo insieme, comprendiamo il nostro posto nel mondo quando ancora non sappiamo bene di cosa siamo fatti. 

Una storia che inizia con una stella

Oggi, qui, vorremmo raccontarvi una storia, una storia che è una storia degli altri, ma che è anche la nostra storia, una storia che inizia con una stella, o meglio, inizia con una piccola nebulosa, che tecnicamente piccola non era. E lì, nel buio sconfinato, sospesa in balia delle correnti gravitazionali, lei aveva un unico e forte desiderio: diventare una stella.

Ma cosa ne poteva sapere, lei era solo una piccola nebulosa con un sogno. E allora, attese. Attese i millenni, attese le galassie, attese le altre nebulose crescere, evolversi ed esplodere.

E nell’evoluzione del tempo, accovacciata in quel fazzoletto di cosmo, non faceva altro che desiderare, sperare, attendere e pregare. Quante nebulose ci sono nell’universo? Piccoli corpi, semi celesti, fragili, luminosi e maestosamente irraggiungibili, che si celano nello spazio, tra le strade di questa città, tra le sedute in questa sala, e stasera, su questo palco.

Ma senza accorgersene qualcosa stava cambiando, lei stava cambiando. Anzi, non stava cambiando, stava proprio esplodendo, in un’esplosione che non distrugge, ma che trasforma, crea e rigenera.

Che rumore fa una stella che nasce?

Che rumore fa una stella che nasce? Forse un rumore assordante, un boato che risveglia l’universo, che annuncia alle sorelle stelle una magica Epifania, o forse tutto avviene in silenzio, nel timore dell’avvento di una nuova vita.

“Che rumore fa una stella che nasce? Forse un rumore assordante, un boato che risveglia l’universo, che annuncia alle sorelle stelle una magica Epifania, o forse tutto avviene in silenzio, nel timore dell’avvento di una nuova vita.” Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator

E così, ora, insieme, possiamo scegliere e ospitare la sinfonia della nostra nebulosa, che nebulosa più non è, e accogliere la nostra melodia, la melodia di tanti corpi uniti nell’ascolto, che insieme scoprono che, a volte, ciò che distrugge sta creando.

Ma ora che la stella che, per essere precisi non è ancora stella ma non è nemmeno più nebulosa, è quasi incantata dalla vastità dello spazio che la circonda, e si accorge che la piccola culla che fino ad ora era stata scrigno del suo prezioso desiderio, in realtà non le permetteva di vedere quell’immensa distesa di luci di storie e di desideri attorno a sé, in quell’universo che sembra di nessuno ma che in realtà è di tutti.

La quasi stella

Quello che la quasi-stella-non-più-nebulosa ancora non sapeva, era che non era sola. Anzi, quell’immensità era proprio affollata, e in quella moltitudine finalmente poteva sentirsi libera e autentica.

E qui tra noi, in questa delicata e complessa rete di vite, provate a pensare a quanti desideri stiamo collezionando e custodendo nella nostra culla. Stasera anche noi siamo tante quasi-stelle-non-più-nebulose e finalmente possiamo vederci senza conoscerci, guardandoci e riconoscendoci in questa piccola e limitata intercapedine di immensità, avanziamo senza muoverci, immobili ma in continuo divenire, parallele e inarrestabili.

E così, inconsapevolmente consapevoli, come la nostra quasi-stella, scopriamo che tutti i nostri desideri, per quanto piccoli o irraggiungibili possano sembrare, diventano grandi e potenti se uniti l’uno a quello dell’altro.

Quello che la quasi-stella-non-più-nebulosa ancora non sapeva ma che ora sa, è che, quando siamo circondati da qualcosa di così vasto da sembrare spaventoso, il viaggio per trovare il proprio posto nell’universo non può essere lineare, ma costituito da lenti, sinuosi e musicali gesti, innati ma mai accidentali avanzamenti e retrocessioni, imprevedibili virate del destino, che ci guidano in un’avvenire che di fatto è ancora tutto da scrivere.

E tutto ciò che lei doveva fare per trovare il proprio posto, era danzare.

La piccola nebulosa finalmente è stella, anche se in realtà stella lo è sempre stata.

È lì, luminosa e luminescente, solitariamente sospesa ma saldamente connessa ad ogni altro corpo celeste.

E altro non può fare se non brillare.

Probabilmente, se fossimo in una radura o sulla cima di una montagna e alzassimo lo sguardo, potremmo scorgerla in mezzo alla coperta cosmica. E resteremmo con il naso all’insù, meravigliati, quasi intimoriti da quell’immensa distesa di luci e di stelle, che in fondo non erano altro che tante piccole nebulose cresciute.

Quello che la nuova stella non poteva vedere era proprio la sua luce: una luce calda, accogliente e accecante, uno sfavillio bianco, che bianco non era.

Difatti la sua luce racchiudeva infiniti colori, apparentemente candidi, ma così saldati e uniti da risultare impercettibilmente indistinguibili.

Chiudete gli occhi solo per un secondo: se immaginate una sfumatura, lei la contiene.

Forse, anzi, sicuramente, non era la stella più luminosa, ma insieme a tanti altri raggianti boccioli cromatici nessun anfratto planetario era più buio, e ogni notte, quando il Sole si congeda, un grande quadro meraviglioso emerge, bucando le tenebre, colorando il cielo di infinite tinte ineffabili.

E così ora, in quello spazio di tenebra apparente tutti gli astri, come iridescenti caleidoscopi, dipingono, volteggiando nel cielo, con tutte le loro tinte.

Nessuno sa se la stella stia ancora brillando da qualche parte lungo la sua rotta orbitale, ma forse non è ciò che importa.

Nemmeno importa che sia riuscita ad esaudire il suo desiderio, perché dopotutto, da piccola nebulosa, già sapeva che stella, in ogni caso, lo sarebbe diventata, perché quella era la sua natura.

“Desiderio”

Pochi lo sanno, ma l’origine della parola «desiderio» è atavica e affascinante: letteralmente significa «avvertire la mancanza delle stelle»: dunque, la piccola nebulosa non poteva fare altro che desiderare, poiché ancora non poteva percepire la moltitudine di corpi che abitavano il suo stesso cielo.

Effettivamente, lei non doveva fare nulla per meritare i suoi desideri.

E anche noi, stasera, raccogliamo l’insegnamento di una piccola stella che ci racconta che solo insieme possiamo dare un nuovo significato alle nostre storie e alla nostra storia collettiva, fragile ed eccezionalmente umana.

Perché anche noi non abbiamo bisogno di meritarci i nostri desideri.

“E così, ora, insieme, possiamo scegliere e ospitare la sinfonia della nostra nebulosa, che nebulosa più non è, e accogliere la nostra melodia, la melodia di tanti corpi uniti nell’ascolto, che insieme scoprono che, a volte, ciò che distrugge sta creando.”

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