Caro corpo, ti scrivo una lettera

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La B.Liver Margherita apre una conversazione con il corpo. Il suo, quello che abita, quello che percepisce come altro da lei. Una lettera sentita che definisce i contorni di ognuno, ricordandosi di piangere quando se ne sente la necessità e che, in fondo, nelle foto veniamo sempre bene lo stesso.

Federica Margherita Corpina, B.Liver

La B.Liver Margherita apre una conversazione con il corpo. Il suo, quello che abita, quello che percepisce come altro da lei. Una lettera sentita che definisce i contorni di ognuno, ricordandosi di piangere quando se ne sente la necessità e che, in fondo, nelle foto veniamo sempre bene lo stesso.

Caro corpo, ti scrivo una lettera, così ti percepisco

Caro corpo, se ti scrivo questa lettera – che è tale solo per coerenza con una bella canzone – non è perché non so parlare. O meglio, sì, è pure per quello, ma è più per dimostrare questa mia certa teoria secondo cui tu sei altro da me. O meglio – e poi forse la smetto di ripetermi – così ti percepisco.

Vedi? Ti scrivo, ti percepisco (è l’ultima, giuro), con te mi relaziono. Chi sono io? Ospite transitorio delle tue calde pareti. Un inquilino di passaggio, insomma, ma non nel senso che dopo di me ne arriverà un altro; piuttosto nel senso che ce ne andremo insieme. Fintantoché duriamo, però, in questo fragile tempo umano, dal momento che so di poter essere poco rispettoso, con le mie grandi pretese e non richieste responsabilità, e considerata la tua (iper)sensibile rispondenza, propongo di abbracciare – perché di firme ne è pieno il mondo, e sarebbe già ingiusto chiederti mani per farne – questo breve regolamento di equilibrato co-stare, frutto di una preziosa conversazione.

Ciò che sei

1. Corpo è casa, non tempio. Sacralizzarti, semplicemente (okay, no, dovrei andarci più piano con le parole), non è la soluzione: me l’hanno detto i lividi sul mio perfezionismo, le crepe a ogni scossone, i templi lasciati a metà, il calore di dimore altrui; quelle in cui è bastato asciugarmi le scarpe prima di entrare, piuttosto che toglierle e restare in silenzio. Venerare, d’altronde, non è l’unica e sola forma di rispetto. Tantomeno la più calda.

2. Voce del verbo abitare. Dal latino habitare, propriamente «tenere», frequentativo di habere: ti ho, e ti tengo nel tempo. Non ti indosso, come si fa con un abito da esporre in vetrina, pure se ha la stessa radice; né di te mi spoglio, con la scusa di avere il cambio in borsa. Perché l’orgoglio lo posso imparare, ma l’autenticità mi impegno a garantirtela.

3. Non ti scelgo, ma ti arredo. Ci basterà lasciarci essere, senza doverci necessariamente e reciprocamente (ri)costruire. Che non vuol dire che non darò una mano alle pareti, né sposterò di tanto in tanto i mobili o butterò via un divano duro e vecchio. Lo farò, ma a due condizioni: uno, che non sia per farti somigliare all’attico di fronte o al costosissimo modello sulla copertina dell’ultimo numero di una rivista di design; due, che sia senza usarti violenza.

4. Ricorderai, e non ti cancellerò. Non per piangerti addosso (anche, in realtà, quando ne sentirò il bisogno), ma per essere la tua prova del nove, come tu fai la mia. Perché non importa se mancano pezzi, se alcuni sono e resteranno fuori posto, se altri parlano di come sono stati aggiustati. Ho solo due spugne per farti sparire, la vergogna e l’oblio, e prometto di buttarle al più presto: pure se sovresposti alla vita, nelle foto veniamo bene lo stesso.

Voce del verbo abitare. Dal latino habitare, propriamente «tenere», frequentativo di habere: ti ho, e ti tengo nel tempo. Non ti indosso, come si fa con un abito da esporre in vetrina, pure se ha la stessa radice; né di te mi spoglio, con la scusa di avere il cambio in borsa.”

– Federica Margherita Corpina

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