La Mammoletta: musica e abbracci, se si vuole si può

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In occasione dell'Invisibile Festival, a Milano sono sbarcati anche i ragazzi della Mammoletta, comunità della Fondazione Exodus. In particolare, la band "I ragazzi della Mammoletta" hanno toccato cuore ed emozioni del pubblico con inediti o altre canzoni proposte.

di Greta Marazzi, Exodus

La Mammoletta è la «sede del mare» della Fondazione Exodus di Don Mazzi. Fondata nel 1990 da Marta del Bono e Stanislao Pecchioli sull'Isola d'Elba, offre percorsi educativi di accoglienza, reinserimento e prevenzione per adolescenti e giovani adulti con problemi di dipendenza e altri disagi sociali, familiari e psicologici.
La collaborazione tra la Mammoletta e Il Bullone nasce nel 2020 con l’obiettivo di far incontrare le comunità di riferimento per mettere al centro il dialogo, le riflessioni, le esperienze condivise di giovani che stanno attraversando, ciascuno a suo modo, periodi complicati e delicati, ma che non smettono di credere nella possibilità dell’oltre e dell’altro.

È strano tutto ciò, non so da dove partire, eppure è stato chiesto a me di dedicarmi a questo articolo. Non sono mai stata cercata per un compito così importante, ma come poco tempo fa, in cui il gruppo musicale della Mammoletta ed io, siamo stati contattati per esibirci a un festival importante, dovrò farci l’abitudine.

Non ho la minima idea di quello che potrei raccontarvi, perché onestamente neanch’io saprei trovare le parole giuste. È iniziato così… A Milano, in un edificio enorme, in mezzo a persone «adulte», circondata da appositi professionali, a contatto con relazioni profonde, con in mano il mio cuore e di fianco una posizione di maturità nel tranquillizzarlo. Visi, alcuni già conosciuti, altri solo intravisti, molti quasi familiari, e il resto tutto da scoprire. Mi sentivo in un ring ed è buffo da dire, perché so che l’unica persona con cui stavo realmente all’interno di quel ring, ero io. A volte ci penso e mi dico: «Gre, è solo un’altra vita che hai rimesso in piedi, nulla di che… e poi mi ribatto: e renditi conto di quanta forza ci vuole».

Milano, Milano…

Tornando a noi, invece, Milano non me la ricordavo per nulla così: appena siamo entrati nelle vie della città ho visto il buio, tristezza e oserei anche dire, ho visto tanta sopravvivenza… Le persone camminavano sul marciapiede tutte uguali, anche se molto differenti tra loro: c’è chi era vestito in smoking, e chi da adolescente, chi portava una tuta di marca e cappellino; i negozi erano molto illuminati, ma le mura che dividevano gli edifici erano grigie o per metà imbrattate da murales.

Appena abbiamo parcheggiato i ragazzi si sono occupati di scaricare tutti gli strumenti, i cavi e gli amplificatori, e quando sono uscita dalla macchina, ho provato a prendere una boccata d’aria, ma era solo fumo e altri odori simili che annusavo.

Dentro gli IBM Studios

Il posto «wow», era enorme, alto, ordinato, cavolo! In quell’istante ho capito che non ero ancora a letto, dentro un sogno strano dei miei, ma era tutto reale, c’era Sofia, Elisa, i ragazzi del Bullone con cui avevo già avuto il piacere di chiaccherare l’anno scorso, poi Giancarlo, che molto carinamente si è offerto di farmi capire il vero senso del festival, le cicatrici.

Piano piano abbiamo visto assieme alcune delle statue ricoperte da dolori, speranze, grida, ma sopratutto sorrisi che rispecchiavano briciole ancora esistenti di umanità rimasta aggrappata alle persone, che ad oggi, consideriamo «strane». Quelle creazioni sono state fatte e pensate da Giuditta, una ragazza che, secondo me, ha davvero colpito nel segno, portando il giusto rispetto e donando luce e parola a chiunque non aveva avuto il coraggio di farlo prima.

Fuori

Nel mentre, fuori dall’edificio sembrava di essere a un LunaPark: luci, musica, ragazzi che ballavano, sotto un certo punto di vista un rumore solo, ma dall’altro lato piacevole, in fondo in quel pomeriggio si poteva capire quante persone ancora hanno voglia di farsi conoscere e quante hanno buttato via il divano. Prima della nostra esibizione ci ha preceduto un dibattito molto interessante che faceva riferimento all’alimentazione, entrando in tutti quei meandri sottili e nascosti che una mente umana può nascondere: un po’ spaventoso ma vero, forse è proprio questo che fa paura.

Io non ho seguito molto, però la fine l’ho passata con mamma e papà che hanno colto l’occasione di venire, abitando nei paraggi, e questo sì che mi ha dato una boccata d’aria: loro sono le persone di cui io mi fido e che quando ho nostalgia, sono sempre il mio posto sicuro. Il buio non ha concluso la giornata, ma quella performance che i ragazzi ed io abbiamo portato a casa, è stata grandiosa, e anche con tutte le nostre difficoltà, quel giorno è stato la prova che si ha sempre una seconda possibilità, ma non data da persone esterne, concessa a te da te stesso e che «se si vuole si può». Don Mazzi era lì che ci ascoltava, che ci guardava, io credo che sia stato uno dei pochi spettatori ai quali ho cantato, perché è stupido illudermi di essermi portata a casa solo uno spettacolo: quel giorno tutti noi ci siamo riscattati.

«Gre, è solo un’altra vita che hai rimesso in piedi, nulla di che… e poi mi ribatto: e renditi conto di quanta forza ci vuole».

– Greta Cresci

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